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Con il progetto «Presidio»

Nuovi schiavi? In Italia la Caritas dà loro la voce

Censiti in Italia duemila lavoratori, tutti illegalmente impiegati, in massima parte in agricoltura. Basso livello d'istruzione e scarsa conoscenza dell'italiano. Provengono da aree rurali dell'Africa sub-sahariana, oltre che da Romania e Bulgaria. Età compresa tra i 20 e i 30 anni, vivono in tende e casolari diroccati. Spinti a migrare da guerre, cambiamenti climatici e accaparramento delle terre.

Percorsi: Caritas - Immigrati - Lavoro
Immigrati a lavoro (Foto Sir)

Nel mondo sono quasi 21 milioni le persone vittime della violazione dei diritti umani più basilari. A delineare questa drammatica realtà sono le stime elaborate da Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro) ed Eurostat. Anche in Italia il fenomeno è diffuso, come ha confermato una ricerca condotta da Caritas Italiana, presentata ieri a Milano, a conclusione del primo anno di attività del progetto «Presidio» per il quale sono state avvicinate duemila persone, stranieri, irregolari, presenti in una decina di territori italiani dove questo fenomeno è radicato in misura maggiore rispetto al resto del Paese. L’occasione è stata il convegno «Cibo, terra, lavoro: i migranti economici nell’area del Mediterraneo». Un incontro organizzato da Caritas Italiana a Expo, nel corso del quale si è analizzato il dramma di questi nuovi schiavi sotto diversi punti di vista.

Una ricerca in Italia. I dati emersi dal rapporto dopo il primo anno di attività di «Presidio» hanno permesso di delineare con precisione i contorni di questo fenomeno di schiavitù, censendo duemila lavoratori, tutti illegalmente impiegati, in massima parte in agricoltura ma anche in ambiti quali quello delle costruzioni, dell’estrazione, del confezionamento di prodotti alimentari. Duemila persone che hanno raccontato la loro fragilità agli operatori Caritas. La maggior parte di essi proviene dalle aree rurali dei rispettivi Paesi e ha un livello d’istruzione basso con una ridotta conoscenza della lingua italiana. Provengono, in particolare, dai Paesi dell’Africa sub-sahariana ma si sta profilando una sempre più forte presenza di persone provenienti da Romania e Bulgaria. Per questi ultimi la condizione di cittadini comunitari, anziché essere favorevole, si dimostra ulteriore condizione penalizzante. Infatti vengono segregati perché non emerga la loro condizione di sfruttamento. Le donne sono meno rappresentate nella banca dati raccolta da Presidio, per via delle condizioni ancora più difficili alle quali sono sottoposte, rispetto agli uomini. I lavoratori irregolari monitorati da Presidio hanno in prevalenza un’età compresa tra i 20 e i 30 anni, e prima di arrivare in Italia svolgevano un lavoro nel loro Paese di origine o in quello di transito. Anche le condizioni abitative sono molto critiche. Due terzi delle persone hanno una sistemazione precaria: tende, casolari diroccati. Solo il 12% del campione vive da solo, mentre c’è anche un 40% che coabita con un numero di persone compreso tra 11 e 50 unità; colpisce che 15 tra i soggetti avvicinati e intervistati dagli operatori Caritas ha dichiarato di convivere con oltre 50 persone.

Le cause dei flussi migratori. Cosa spinge milioni di persone ad abbandonare la propria terra per approdare a una condizione di lavoro forzato? Oliviero Forti, di Caritas Italiana, ha indicato nei risultati disastrosi del cambiamento climatico e nelle guerre i motivi principali che spiegano il flusso di movimento di queste persone. A questi si aggiunge un «forte accaparramento dei terreni» soprattutto in Africa, dove milioni di ettari sono stati acquistati da soggetti per un «accumulo indiscriminato» di superficie coltivabile. Un fenomeno accentuato in quei Paesi dove manca una normativa efficace per contrastare «questo interesse da parte degli speculatori» che provengono da Paesi stranieri.

Un fenomeno che si fa fatica a contrastare. Perché non si riesce a contrastare questo fenomeno di illegalità? Secondo il procuratore distrettuale Antimafia de l’Aquila, David Mancini, il fenomeno non è nuovo ma è «la vera nuova frontiera della violazione dei diritti umani». Arrivando a definire l’attività di Presidio di tipo «straordinario, perché non esiste altro del genere nel panorama nazionale». E se questo tipo di lavoro forzato è ben definito dalle convenzioni internazionali, l’azione di prevenzione a livello italiano non riesce a rispondere alle necessità effettive e può essere migliorata. Nel contempo, azioni come quella portata avanti da «Presidio» sono state giudicate «un efficace pungolo perché possa spingere tutti i soggetti componenti la società civile a farsi parte attiva di una rete che conosca e prevenga questa schiavitù».

Terre Solidali. L’esperienza sul territorio arriva anche dalla testimonianza di don Raffaele Sarno, direttore della Caritas diocesana di Trani-Barletta-Bisceglie e dell’iniziativa collegata a «Presidio» denominata «Terre Solidali». Si è scelto di far lavorare su terreni incolti alcuni detenuti regolarmente pagati. Il sogno di don Sarno è quello di arrivare in un tempo breve a coprire con questi lavoratori tutta la filiera produttiva, «dalla produzione al confezionamento e alla vendita».

Fonte: Sir
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