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Paritarie, al referendum di Bologna nè vincitori né vinti

Record negativo di votanti per il referendum sulle scuole dell'infanzia paritarie: solo 85.934, pari al 28,71% dei 299mila aventi diritto. Per Rossano Rossi, presidente provinciale della Fism, il voto "ha radicalizzato certe posizioni che alla gente non interessano". Mentre Stefano Zamagni afferma: "Il Comune istituisca un gruppo paritetico per la revisione della convenzione" in una direzione differente da quella chiesta dai referendari

Parole chiave: scuole paritarie (135), referendum (50)
Paritarie, al referendum di Bologna nè vincitori né vinti

Un referendum che non ha scaldato gli animi dei bolognesi, a dispetto delle dispute ideologiche e delle spaccature partitiche. Così si presenta, all'indomani del voto, la consultazione sul finanziamento concesso dal Comune di Bologna alle scuole dell'infanzia a gestione privata, inserite nel sistema pubblico integrato. La posta in gioco era, circa, di un milione di euro che il Comune spende ogni anno per le paritarie in convenzione, a fronte dei 127 milioni investiti nelle materne comunali e statali. Ma nel frattempo oltre 400mila euro sono andati in fumo per la consultazione, che ha toccato un record negativo nei votanti: solo 85.934, pari al 28,71% dei 299mila aventi diritto, con una percentuale d'astensionismo mai raggiunta in precedenza nella storia della città, neppure nei referendum consultivi. Dalle urne è emersa una prevalenza di A (ovvero per togliere il finanziamento alle paritarie in convenzione) con 15 mila voti di scarto: 50.517 cittadini hanno scelto A, 35.160 B.

Problemi e difficoltà. Eppure al voto aveva invitato tanto il comitato promotore («Articolo 33») quanto coloro che si erano battuti affinché dalle urne uscisse un responso favorevole al mantenimento della situazione attuale. Insomma, nessuno aveva chiesto di «andare al mare». Certo, l'aver scelto seggi diversi dal solito (non nelle scuole) può aver contribuito all'astensionismo, complice la confusione da parte dello stesso ufficio elettorale nell'individuare alcune sezioni elettorali: a titolo esemplificativo, il centro sociale «Lunetta Gamberini» (che ospitava quattro seggi) era all'interno dell'omonimo parco, ma non c'erano indicazioni su come arrivarci. Ancora, i promotori hanno lamentato come molti cittadini non abbiano ricevuto la lettera con l'indicazione del proprio seggio, mentre «in via della Battaglia e vicolo Bolognetti le persone disabili hanno avuto seri impedimenti perché gli ascensori non funzionavano». Tuttavia, l'unico dato che certamente emerge è che la presunta «battaglia per la libertà» dei promotori non era condivisa dalla popolazione. «Il fatto che circa 210mila bolognesi non abbiano votato ci consegna un risultato che non può essere considerato ‘pesante'», commenta al Sir Rossano Rossi, presidente provinciale della Fism, la federazione che riunisce la gran parte delle scuole materne paritarie. «Il referendum - osserva - ha radicalizzato certe posizioni che alla gente non interessano e quindi, alla fine, solo il 16% della popolazione adulta ha scelto per la A», ovvero per togliere il finanziamento alle paritarie in convenzione.

Una partita complessa. C'è semmai un'altra battaglia per la libertà da combattere, rimarca l'economista Stefano Zamagni, promotore di un manifesto per la B (ovvero per lasciare il contributo alle paritarie), ed è quella «per la libertà di scelta». «Non ha vinto né l'opzione A, né la B», dichiara: da una parte «non è stata raggiunta la soglia critica dei 100mila votanti» e se si fosse trattato di un referendum abrogativo su scala nazionale ora non avrebbe alcun effetto; dall'altra pure l'attuale convenzione, secondo la quale «il finanziamento va alle scuole paritarie e non alle famiglie», «non è riuscita a scaldare i cuori e le menti». Insomma, rilancia Zamagni, «se si vuole la sussidiarietà bisogna volerla fino in fondo», dando «i finanziamenti ai soggetti di domanda, ossia alle famiglie». E ora? Tralasciando la spaccatura all'interno del partito di governo a Bologna, il Pd, consumatasi ben prima dell'apertura dei seggi, la domanda è in che misura le istituzioni terranno conto del flebile responso delle urne. La Fism invoca il «buon senso» per non lasciarsi manovrare da «un 16%», tenendo inoltre conto che «è stata cavalcata la rabbia della scuola pubblica, che vede i fondi tagliati, ma che non c'entra nulla con il sistema integrato». Zamagni invece si aspetta «che il Comune istituisca un gruppo paritetico per la revisione della convenzione», ma in una direzione differente da quella chiesta dai referendari. La partita è complessa. Di sicuro c'è che non vanno mai persi di vista coloro sui quali viene giocata: i bambini, e le loro famiglie.

Fonte: Sir
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