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Referendum trivelle, guida al voto

Domenica 17 (dalle 7 alle 23) si vota per un referendum. È la prima volta che si tiene una consultazione promossa dalle Regioni. Mons. Galantino: «Gli slogan non funzionano, bisogna coinvolgere la gente». Ecco le ragioni del «sì», del «no» e dell'astensione.

Percorsi: Ambiente - Mare - Referendum
Piattaforma Porto Corsini (Eni)

L'inchiesta «Tempa Rossa» ha avuto almeno il merito di accendere i riflettori sul referendum di questa domenica 17 aprile. Anche se si tratta di cose molto diverse. Ricordiamo che gli italiani sono chiamati a cancellare una norma introdotta nella Legge di stabilità 2016 che permette a chi ha già una concessione per la ricerca o l’estrazione di idrocarburi entro le 12 miglia dalle nostre coste, di continuare a farlo fino a che c’è gas o petrolio. Nuove concessioni in quella fascia di mare non sono più possibili. E anche se vincono i «sì» continueranno a poter operare fino alla naturale scadenza (in alcuni casi addirittura il 2027). Come spesso accade, più che le conseguenze dirette conta quello che vi sta dietro. Le 9 Regioni promotrici (ed è la prima volta che viene indetto un referendum abrogativo senza la raccolta di firme popolari) reclamano la loro autonomia decisionale contro il governo. Molti gruppi ecologisti che chiedono il «sì», sottolineano i rischi ambientali (anche se mai vi è stato un incidente) e chiedono di spingere sulle energie rinnovabili invece che su quelle fossile. Chi è per il «no» ritiene un errore strategico danneggiare grandi gruppi industriali (che sposteranno altrove investimenti), con conseguenze gravi per l’occupazione, senza benifici reali per l’ambiente.

La Chiesa italiana non si è schierata per il «sì» o per «no». Ha solo invitato a riflettere seriamente su questi temi, anche alla luce dell’enciclica «Laudato si’». «Su queste questioni – ha spiegato il Segretario della Cei, mons. Nunzio Galantino – gli slogan non funzionano, né pro né contro». Bisogna piuttosto «coinvolgere la gente a interessarsi di più a queste realtà, creando spunti di incontro e confronto su temi che sono di straordinaria importanza» (vedi anche posizione card. Bagnasco). Ma alcune Diocesi più direttamente interessate (come quella di Trani-Barletta-Bisceglie) hanno chiesto espressamente di andare a votare «sì». Anche due grandi associazioni, come Acli ed Mcl sono su questa linea. «Le Acli – ha dichiarato Alfredo Cucciniello, responsabile Cittadinanza attiva della presidenza nazionale – invitano a votare “sì” per contribuire a riavviare un dibattito sull’esigenza di pensare ad un modello energetico pulito, basato sulle energie rinnovabili». Il «sì» al referendum – scrive in una nota Carlo Costalli, presidente nazionale Mcl – darebbe al Paese una nuova prospettiva: innanzi tutto sotto il profilo della democraticità di una scelta che, riguardando tutti noi». In secondo luogo, «ma non per ordine di importanza, il sì al referendum servirebbe a ribadire la volontà del popolo italiano di intraprendere una strada politica “illuminata” e attenta all’impatto ecologico delle proprie scelte, al risparmio energetico, alle fonti rinnovabili, alla difesa della ’nostra’ terra. In altre parole aprirebbe la via a una nuova politica energetica, economica e ambientale».

Le ragioni del «sì»: Sono troppi i rischi per una produzione che serve a poco

1. La norma attuale viola le norme comunitarie prevedendo concessioni senza limite di tempo (fino ad esaurimento). Tutte le concessioni estrattive hanno un termine.

2. Nelle piattaforme oggetto del referendum viene estratto gas e petrolio pari al 3 e all’1% del nostro fabbisogno nazionale. Una quantità irrisoria ai nostri fino energetici, considerando il calo dei consumi di gas del 21,6% e di petrolio del 33% negli ultimi anni.

3. La norma attuale proibisce nuove trivellazioni entro le 12 miglia, ma questo non vale per le concessioni già rilasciate nell’ambito delle quali si possono perforare nuovi pozzi

4. Non è vero che se vince il sì le piattaforme vengono bloccate. Potranno continuare ad estrarre fino al termine della concessione (in alcuni casi il 2026, in un caso il 2034).

5. Non prevedere un termine può essere un alibi per le compagnie petrolifere a non smantellare le loro istallazioni e a ripristinare l’ambiente marino al termine dell’uso

6. Nessuno può garantire che non si verifichino incidenti che comprometterebbero l’ambiente e danneggerebbero anche il turismo.

7. L’impatto sui posti di lavoro è minimo e diluito nel tempo oltre che bilanciato da chi si occuperà delle dismissioni.

8. La perdita di royalties è minima: su 26 concesisoni attive nel 2015 solo 5 riguardanti gas e 4 di petrolio le hanno pagate (tutte le altre sono rimaste sotto la franchigia).

Le ragioni del «no»: Senza quei pozzi più petroliere e dipendenza estera

1. La vittoria del sì bloccherebbe importanti investimenti per i quali sono allo studio potenziamenti (come per «Guendalina», «Rospo» e «Vega»). Le grandi aziende, che competono su scala mondiale, investirebbero altrove.

2. Le piattaforme non inquinano, perché non rilasciano in mare alcunché. Anzi sono oasi di ripopolamento ittico e nelle aree circostanti vige il divieto di pesca a strascico.

3. Nel 2015 la produzione nazionale ha consentito di evitare il transito nei nostri mari di circa 85 petroliere (quasi 2 a settimana).

4. Bisogna salvaguardare l’occupazione in circa 400 imprese coinvolte nella filiera Oli&Gas in Italia. Gli addetti impegnati in Italia sono 11 mila quelli diretti e 21 mila nell’indotto.

5. Fermare la produzione delle concessioni entro le 12 miglia appesantisce la bolletta energetica di circa 750 milioni di euro l’anno per i prossimi 15 anni.

6. L’80% di quanto viene estratto in mare è gas (pari al 9% dei consumi) e non petrolio.

7. Nel 2014 sono stati versati allo Stato più di 310 milioni di euro tra royalties e canoni. Circa 880 milioni di imposte versate.

8. La vittoria dei sì non si traduce immediatamente in una scelta a favore delle energie rinnovabili; è solo un ostacolo alla sviluppo del Paese.

Le ragioni dell'astensione

Nonostante quello che ha dichiarato il presidente della Corte Costituzionale, Paolo Grossi, per molti costituzionalisti il «dovere civico» del voto, sancito dall’art. 48 della Costituzione, non si estende alle consultazioni referendarie, per le quali – infatti – il legislatore ha previsto un quorum perché siano valide. Fin dal primo referendum abrogativo (quello sul divorzio, nel 1972) ci fu chi – come Pietro Scoppola – invitò al non voto. Famoso è rimasto l’invito (disatteso) di Bettino Craxi ad «andare al mare» in occasione del referendum sulla preferenza unica (1991). E anche sulla Legge 40 (fecondazione) i vertici della Chiesa italiana si espressero per l’astensione. Che oltre ad essere un po’ una «furbata» (perché si somma al «non voto» fisiologico) può anche avere valide motivazioni: quando, cioè, si ritiene inidoneo lo strumento abrogativo (con tutti i suoi limiti) rispetto ad una determinata questione. O quando ci si renda conto che la maggior parte dei contrari invita all’astensione: in tal caso, votando no, aiuterei la vittoria dei sì (facendo raggiungere il quorum).

La scheda

QUANDO si vota. In tutta Italia domenica 17 aprile, dalle 7 alle 23, nei consueti seggi elettorali (necessario documento identità e tessera elettorale)

I PROMOTORI del referendum sono nove Consigli regionali: Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Veneto.

LA NORMA da abrogare è quella che consente alle società che hanno già concessioni estrattive entro le 12 miglia (22,2 km) di continuare ad estrarre fino all’esaurimento del giacimento

IL QUESITO referendario sulla scheda: «Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?»

GLI IMPIANTI  coinvolti sono 44 le concessioni interessate, di cui 33 interamente entro le 12 miglia e altre 11 parzialmente entro questo limite. Nel 2015 la produzione delle concessioni ubicate entro le 12 miglia è stata di 1,93 miliardi di m3 di gas (pari al 42,8% della produzione offshore e al 28,1% della produzione nazionale di gas) e a 0,54 milioni di tonnellate di olio greggio (pari al 72,3% della produzione offshore e al 10% della produzione nazionale). Nelle 44 concessioni sono installate 90 piattaforme, pari ad oltre 2/3 del totale (68,7%) e 484 pozzi (pari al 66,7% dei pozzi offshore e al 22,4% del totale nazionale). La maggior parte si trovano nell'Adriatico romagnolo e marchigiano (47 piattaforme e 319 pozzi). Segue l'Adriatico abruzzese (22 piattaforme e 70 pozzi), il Mar Ionio (5 piattaforme e 29 pozzi) e il Canale di Sicilia (5 piattaforme e 45 pozzi). Da qui al 2018 scadrebbero 18 concessioni per un totale di 21 pozzi

Per saperne di più:

- Sito del Ministero con tutti i dati sulle concessioni per l'estrazione degli idrocarburi

- Sito ufficiale Coordinamento nazionale No trivelle

- Altro sito del Comitato per il sì

- Sito del comitato «Ottimisti razionali» per il no

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