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Regionali, in Calabria ed Emilia vince il Pd. O meglio, l'astensionismo

Il Pd strappa al centrodestra una regione e si riconferma in una tradizionalmente «amica», ma è una vittoria amara perché il vero vincitore è l'astensionismo, specie in Emilia Romagna, dove l'affluenza alle urne crolla ad un inquietante 37,6%. Ma anche in Calabria si è fermata al 44,1%.

Percorsi: Elezioni - Politica

In Calabria Il candidato del centrosinistra, Mario Oliverio, 61 anni, presidente uscente della Provincia di Cosenza, è il nuovo governatore con il 61,5% dei voti. Wanda Ferro candidata di Forza Italia, presidente uscente della provincia di Catanzaro, ottiene il 23,6%. Il candidato di «Alternativa popolare», il senatore Nico D'Ascola, candidato del Ncd e dell'Udc l'8,6%. Deludente il risultato del M5S con il solo 4,8% preso dal candidato governatore Cono Cantelmi. Ha ottenuto l'1,4% Domenico Gattuso candidato della lista «L'altra Calabria». A fare la parte del leone le 8 liste che affiancavano il candidato vincente, Mario Oliverio. Le tre liste riconducibili all'area del Pd e fra queste anche quella del Presidente arrivano al 42,8%. Le altre cinque liste, Calabria in rete, La Sinistra, Autonomie e diritti, Centro Democratico e Cdu si spartiscono il 19,5%. Nel fronte avversario Forza Italia ottiene il 12,3%, la lista Casa delle Libertà l'8,7% e Fratelli d'Italia il 2,4%. La lista del Ncd di Angelino Alfano raggiunge il 6,2% e l'Udc il 2,4%. Si chiude quindi con l'elezione del candidato del centrosinistra una fase travagliata della politica calabrese caratterizzata dal tracollo del centrodestra che nelle elezioni del 2010 aveva conquistato la Regione con il 57% eleggendo l'ex Governatore Giuseppe Scopelliti. Il nuovo consiglio regionale sarà composto da 30 consiglieri regionali con una forte presenza di consiglieri regionali eletti nelle liste riconducibili al Pd, il partito che ha costruito la vittoria.

In Emilia Romagna è il modenese Stefano Bonaccini a raccogliere lo scettro abbandonato da Vasco Errani, ma in questa regione c'è tutto da ricostruire. Favorito fin dall'inizio della campagna elettorale, da segretario regionale del Pd e da braccio destro di Matteo Renzi alle primarie, ha totalizzato il 49% delle preferenze, distaccando di 19 punti lo sfidante del centrodestra, il leghista Alan Fabbri: con lui - e con il segretario Matteo Salvini che lo ha seguito passo dopo passo per un mese - il Carroccio conquista il secondo posto tra i partiti in regione. La Cinque stelle Giulia Gibertoni porta a casa un 13,3% piazzando il movimento di Beppe Grillo al terzo posto in regione. La «Tsipras emiliano-romagnola» Maria Cristina Quintavalla conferma quel 4% già visto alle europee dei mesi scorsi, mentre Alessandro Rondoni (Ncd-Udc) e Maurizio Mazzanti (lista civica Liberi cittadini) si fermano al 2,7% e all'1,1%.

Ma è il risultato dell'affluenza che getta per la prima volta l'Emilia-Romagna in fondo a tutte le classifiche: è andato a votare il 37,6% degli aventi diritto e questo «avrà conseguenze molto serie» sul futuro politico in regione per dirla con il politologo Paolo Pombeni, per il quale domenica «è crollata una leggenda». «C'è un pezzo di Pd che ha voluto dare un segnale restando a casa». L'analisi a caldo di Bonaccini, arrivato in viale Aldo Moro dopo le 2 di notte quando ormai la tendenza era chiara, racchiude la spiegazione del «disastro» certificato. Il democratico, individuato con «stranissime» primarie celebrate di corsa a settembre dopo le dimissioni di Errani per la condanna per falso ideologico, doveva essere il «bersaniano» che avrebbe traghettato il «Pd rosso» verso la sponda liberal di Renzi; ma i "malpancisti" del premier, lo zoccolo duro che nella terra della svolta della Bolognina, lo hanno voluto punire disertando i seggi. "Non si può essere soddisfatti di una partecipazione così bassa - ha spiegato il neopresidente -. Bisogna leggere lucidamente questo voto. Ora abbiamo cinque anni per dimostrare di fare bene. Bisogna portare un grande cambiamento».

Fonte: Asca
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