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Savagnone: «Dal suicidio della politica si esce con i cattolici»

Giuseppe Savagnone, palermitano, 68 anni, per oltre quantan'anni insegnante di storia e filosofia nei licei, è una figura di spicco del laicato italiano, oltre che un amico e fedele collaboratore di Toscana Oggi. A lui era affidata una delle quattro relazioni all'ultima «Settimana sociale» a Reggio Calabria (14-17 ottobre 2010). E sarà lui a parlare di «Cattolici protagonisti... per il “bene comune”» nell'incontro dei cattolici toscani, che si tiene a Firenze il 17 marzo. In questa intervista ci anticipa alcuni temi della sua relazione.
DI CLAUDIO TURRINI

Parole chiave: politica (409), cattolici (278)

di Claudio Turrini

Giuseppe Savagnone, palermitano, 68 anni, per oltre quantan'anni insegnante di storia e filosofia nei licei, è una figura di spicco del laicato italiano, oltre che un amico e fedele collaboratore di Toscana Oggi. A lui era affidata una delle quattro relazioni all'ultima «Settimana sociale» a Reggio Calabria (14-17 ottobre 2010). E sarà lui a parlare di «Cattolici protagonisti... per il “bene comune”» nell'incontro dei cattolici toscani, che si tiene a Firenze il 17 marzo. In questa intervista ci anticipa alcuni temi della sua relazione.

Prof. Savagnone, quale spazio c'è oggi per un nuovo protagonismo dei cattolici sulla scena politica?

«Lo spazio è immenso, perché la politica, quella vera, ha bisogno di grandi prospettive, di visioni globali relative alle persone e ai loro diritti, alla società, al bene comune, che solo la tradizione cattolica, in Italia, può ancora offrire. L'esperienza ci dice che senza di esse il dibattito pubblico degenera in quella rissa per il mantenimento o la conquista del potere. Sono queste prospettive a consentire di andare oltre la gestione dell'esistente e la difesa di interessi particolari, per progettare un futuro di ampio respiro, aprendo lo spazio della speranza. Le vecchie ideologie rappresentavano un modo distorto di interpretare questa esigenza di futuro, ma la loro fine ha segnato anche la crisi delle idee e ci ha consegnati al dominio incontrastato di un individualismo pragmatico e di un economicismo che non sono meno ideologici, anche se in forma più subdola, e che hanno determinato il suicidio della politica».

Come se ne esce?

«La dottrina sociale della Chiesa è forse la sola a rappresentare un'alternativa radicale a tutto questo e può costituire una risorsa  intellettuale e morale, oltre che strettamente spirituale, a cui attingere per superare il vuoto ideale ed etico in cui il Paese è precipitato. A patto, però, che vi sia chi ne cura una applicazione ai problemi concreti della nostra società, qui ed ora, esplicitandone le potenzialità e assumendola come fonte ispiratrice per dar vita a uno o più programmi politici concreti. Questo è ciò che aveva fatto la Dc nell'immediato dopoguerra e che già alla fine della Prima Repubblica – ma molto più in questa Seconda – è venuto meno».

Le associazioni laicali cattoliche non vivono un buon momento. Eppure celebriamo i 50 anni di un Concilio che ha ridato con forza dignità al laicato. Non le sembra una contraddizione?

«Purtroppo la contraddizione non riguarda solo le associazioni laicali, ma l'intero laicato e, più a monte, la stessa laicità delle nostre Chiese. Dopo l'ebbrezza post-conciliare – con i suoi entusiasmi e con i suoi sbandamenti – , e forse per reazione a questi ultimi, assistiamo da tempo a un “riflusso” che ha sempre più evidenziato la sostanziale marginalità dei fedeli laici all'interno della compagine ecclesiale».

E questo vale soprattutto per l'impegno politico...

«Proprio la politica è, in Italia, il campo dove ciò si è realizzato in modo emblematico. È un dato di fatto che, dopo la fine della Dc, a stabilire l'ordine del giorno e la linea politica dei cittadini cattolici sono, ufficialmente, i vescovi. Ciò rappresenta, secondo l'insegnamento non solo del Concilio (v. Gaudium et Spes, nn.43 e 76), ma dei Sommi Pontefici (v. Benedetto XVI, Deus caritas est, nn.28-29), una evidente distorsione. Non perché i Pastori debbano tacere sulle questioni che riguardano la sfera pubblica, come vorrebbero quei fondamentalisti rovesciati che sono i laicisti, ma perché, come insegna Benedetto XVI, “la Chiesa non può e non deve prendere nelle sue mani la battaglia politica per realizzare la società più giusta possibile” (Deus caritas est, n.28), piuttosto “le spetta di contribuire alla purificazione della ragione” (ivi, n.29). “Il compito immediato di operare per un giusto ordine nella società – prosegue Benedetto XVI – è invece proprio dei fedeli laici. Come cittadini dello Stato, essi sono chiamati a partecipare in prima persona alla vita pubblica (…) rispettandone la legittima autonomia e cooperando con gli altri cittadini secondo le rispettive competenze e sotto la propria responsabilità” (ivi, n.29)».

La realtà è ben diversa...

«Questo insegnamento è da molti anni del tutto disatteso. Siamo in un regime di “supplenza” che in larga misura è determinato dall'impreparazione e a volte dal clericalismo degli stessi laici, ma a cui si sarebbe dovuto e si dovrebbe far fronte con un'adeguata formazione etico-politica nella pastorale ordinaria, invece di limitarsi a prenderne atto. Né basta invocare l'emergere di nuovi politici cattolici: non abbiamo bisogno solo di singole figure, più consistenti e significative di quelle attuali: serve una presa di coscienza e una maturazione da parte della gente, dei cattolici in particolare, che dia luogo a un nuovo senso di cittadinanza».

In questi anni, dopo la fine della Dc, i cattolici in politica si sono divisi tra i due «poli». È stato un bene o un male?

«L'unità dei cattolici non è mai stato un dogma di fede. Essa era nata da circostanze storiche e la Gaudium et Spes, al già citato n. 43, prevede l'ipotesi che dei cattolici egualmente coerenti e bene intenzionati possano dissentire su questioni in cui non sia in gioco la loro comune visione di fede. La sconfitta non è stata dunque la loro divisione sulla scena politica, ma la loro irrilevanza nei rispettivi schieramenti, che ha lasciato campo libero alle derive ideologiche perverse (anche se, come dicevamo, mascherate) presenti in essi».

E come si supera questa irrilevanza?

«Per superare questa irrilevanza e ritrovare una unità di fondo, pur nella varietà degli schieramenti partitici, non basta la condivisione nella fede: è indispensabile che i cattolici recuperino una cultura comune, non monolitica, certo, ma che esprima delle linee di pensiero capaci di tradurre la fede e la stessa dottrina sociale della Chiesa in termini adeguati al nostro tempo. Su questa forte base ideale, frutto di una riflessione condivisa e di un  confronto, la partecipazione ai diversi schieramenti non solo non implicherà più una incomunicabilità tra i credenti, ma diventerà un'occasione per essere presenti e incidere, invece di essere fagocitati, come oggi accade».

L'esperienza del governo Monti nasce anche per il fallimento di questo bipolarismo. Però anche nei progetti di nuova legge elettorale sembra che lo si voglia preservare...

«Di per sé, un bipolarismo che consentisse ai cittadini di individuare chiaramente i meriti e le responsabilità di una maggioranza al governo nel corso una legislatura, premiandola o punendola con il loro voto, sarebbe una formula più moderna e funzionale al bene comune di quel groviglio di alleanze sempre instabili ed esposte a ricatti di ogni genere che ha caratterizzato gli ultimi anni della Prima Repubblica. Ma il bipolarismo della Seconda Repubblica ha evidenziato che non bastano le formule, per far funzionare un sistema, e che la nostra attuale classe politica  è in grado di trasformare in una palude anche quello bipolare».

Cosa serve allora perché il bipolarismo funzioni?

«È sull'educazione a nuovi stili, a una nuova cultura politica, che si deve puntare. Le scelte istituzionali che si faranno nel frattempo saranno sempre esposte a distorsioni più o meno gravi. Detto ciò, penso personalmente che tornare indietro sia impossibile. E che il sistema bipolare possa costituire una prospettiva promettente, a patto che si impari a rispettare e valorizzare la feconda diversità di idee e di tradizioni che ogni schieramento presenta al suo interno».

Oggi anche chi a suo tempo criticava aspramente la Dc riconosce che quella classe politica di cattolici aveva senso dello stato, capacità di fare politica. Perché oggi questi elementi sono meno riconoscibili tra i cattolici impegnati?

«Sì, ormai si riconosce da più parti che la tanto agognata (da alcuni) fine della Dc non ha portato fortuna al Paese. Ma a tutta la Prima Repubblica bisogna dare atto che, almeno nella prima fase della sua storia, essa ha rappresentato una stagione di ben altro livello intellettuale ed etico, quindi anche politico, che la Seconda. Non si può però dare tutta la colpa di ciò ai politici. È la nostra società che ha vissuto una profonda crisi di transizione che ha travolto le tradizionali certezze a tutti livelli, aprendo certamente anche nuove vie, ancora però da esplorare meglio e consolidare».

Una crisi che ha investito anche il mondo cattolico....

«I cattolici hanno risentito e risentono anche loro di questa situazione problematica. Anche la Chiesa è molto cambiata! E la crisi del modello della «missione» ha colpito anche i politici cristiani. Non è solo un problema morale o spirituale, si tratta, come dicevo prima, di elaborare nuove sintesi a livello culturale. E in questo noi cattolici siamo forse gli unici a poter riscoprire ed offrire una visione in grado di neutralizzare il nichilismo che serpeggia nella nostra società e di valorizzare i germi di  positività, che pure nelle trasformazioni in atto sono presenti».

Come giudica l'incontro di Todi e il tentativo di ritrovare una qualche forma di unità dei cattolici, anche solo «prepolitica»?

«Penso sia stato un passo importante sulla strada di un dialogo fraterno che tra cristiani non dovrebbe mai venire meno. Forse sarebbe stato ancora più significativo se si fosse stati capaci di cominciare, come si fa nella celebrazione eucaristica, con un atto penitenziale in cui ognuno avesse riconosciuto almeno qualche suo errore. Perché di errori ne sono stati fatti tanti, e se non si ha il coraggio di individuarli, aiutandosi a vicenda, nell'umile consapevolezza di dovere a propria volta chiedere perdono, si rischia di continuare su strade parallele, perseverando ciascuno nei propri. L'identità si ritrova andando avanti, insieme, per “inventare”, profeticamente, il futuro. Il nostro è il Dio “che fa nuove tutte le cose”, come dice l'Apocalisse. Se i cattolici sapranno lavorare insieme a questa “nuova creazione”, che oggi si impone, saranno il fermento e il sale dei loro rispettivi schieramenti, spesso privi di idee».

Nella sua relazione parlerà di «bene comune». Cos'è oggi in concreto il «bene comune» che dovremmo perseguire?

«Il concetto di “bene comune” è comprensivo di aspetti molto diversi e non si può, perciò, sintetizzare in un unico punto. Mi limito a indicare un aspetto oggi particolarmente delicato: che si concilino e si illuminino a vicenda, nel nostro Paese, la solidarietà e la sussidiarietà. Abbiamo pagato finora la prima con lo statalismo e l'assistenzialismo, la seconda con il predominio di interessi privati sottratti ad ogni controllo. È essenziale per il bene comune che  il pubblico non venga più a identificarsi con lo statale, ma attinga a tutte le risorse e alla creatività della società, così come è  indispensabile che in questa maturi una cultura di responsabilità civile per cui ciascun individuo, ciascuna categoria, ciascun gruppo,  si faccia carico delle conseguenze delle proprie scelte sugli altri e sappia fare un passo indietro ove l'interesse di tutti lo esiga. Non possiamo continuare a essere schiacciati dall'elefantiasi della burocrazia e delle regole, da un lato, e dal dilagare dell'evasione fiscale e della difesa selvaggia dei privilegi corporativi dall'altro».

La Toscana non è terra facile per l'impegno politico dei cattolici...

«Mi permetta di farle notare che agli occhi di un siciliano, quale io sono, i problemi politici della Toscana e dei cattolici  che vivono in questa regione si presentano assai meno gravi di quello che appaiono ai toscani. Anche se la mafia ormai si infiltra in tutta la penisola, è certo però che per voi la malavita organizzata non è stata la triste compagna invisibile della vita politica. E ci sono qui un senso della cittadinanza, un'efficienza dei servizi pubblici, un interesse per il bene comune, che vorrei tanto trovare nella mia Palermo. Certo, c'è anche una eredità ideologica che non ha reso facile la vita ai cattolici. Ma forse proprio per questo essi sono risultati in generale più temprati e più battaglieri che quelli di altre regioni con una tradizione “bianca”. È vero, il clima tendenzialmente nichilista di cui parlavo prima, si è probabilmente diffuso nelle società più opulente ed “evolute”, com'è la vostra, in modo più capillare, con la conseguente perdita non solo del senso di Dio, ma di quello dell'uomo. Proprio per questo, però può essere più importante, in Toscana, sottolineare il valore anche semplicemente umano del messaggio cristiano e il suo essere una risorsa importante per il rinnovamento della stessa città terrena».

Cattolici toscani, verso l'appuntamento del 17 marzo

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