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Declino demografico

Sempre più morti e ancora meno nascite. Blangiardo: l’Italia ha tempo per reagire

I dati demografici - riferiti ai primi 8 mesi del 2015 - recentemente pubblicati dall’Istat, danno da pensare.  Infatti, su base annua, aumentano sensibilmente i decessi e si riscontra un ulteriore contrazione delle nascite. Al punto che nel 2015  il saldo naturale finale della popolazione italiana, potrebbe registrare una diminuzione di circa 126mila persone. Dunque un saldo negativo. Il parere di Gian Carlo Blangiardo, ordinario di demografia all’Università Bicocca di Milano.

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Neonati in una nursery (Foto Sir)

Una società italiana anagraficamente «in declino»: questa la fotografia offerta, nel loro insieme, dai dati demografici – riferiti ai primi 8 mesi del 2015 – recentemente pubblicati dall’Istat. Su base annua, probabilmente, si conteranno circa 68mila decessi in più rispetto al 2014. Mentre le nascite dovrebbero essere 24mila in meno. Un trend negativo, dunque, sufficiente a suscitare più di un interrogativo sulla direzione che, di fatto, il nostro Paese sta prendendo e sulle eventuali contromisure da adottare. A tal proposito, abbiamo voluto ascoltare il parere di Gian Carlo Blangiardo, ordinario di demografia all’Università Bicocca di Milano.

Professor Blangiardo, un primo dato del bilancio demografico Istat indica una significativa diminuzione dei nati, in particolare da coppie di genitori entrambi italiani. Che ne pensa?

«I dati vanno incontrovertibilmente in questa direzione. Se verrà confermata (cosa del tutto plausibile), infatti, la media dei primi 8 mesi dell’anno, il bilancio 2015 vedrà circa 24mila nati in meno rispetto al 2014. Un dato che prosegue e rafforza (quasi del doppio) il trend negativo già instauratosi da qualche anno. Certamente la diminuzione maggiore di natalità si registra tra le coppie italiane, ma anche i nati da stranieri stanno diminuendo».

E cosa pensa circa il dato sull’aumento dei decessi, che forse ha suscitato ancor più scalpore nell’opinione pubblica?

«In effetti, mentre era più attesa una diminuzione delle nascite, stupisce abbastanza l’aumento dei decessi (circa 46mila in più rispetto al periodo corrispondente dell’anno precedente, corrispondente all’11%). Anche qui, una più che probabile conferma della tendenza registrata finora, porterà il bilancio annuo dei decessi a circa 667mila unità (68.500 in più del 2014). Prima di ora, solo la prima e la seconda guerra mondiale avevano conosciuto una simile impennata della mortalità. Numeri che interrogano, dunque, anche perché non siamo in presenza di fenomeni evidenti che possano direttamente giustificare un tale incremento. Non bastano certo elementi più generici – quali l’invecchiamento della popolazione, o la recente diminuzione del ricorso alle campagne di vaccinazione – per dar conto di questo dato. Probabilmente altri fattori, meno evidenti, ma comunque determinanti (ad esempio, crisi economica, degrado ambientale, diminuita solidarietà sociale), stanno contribuendo a delineare il quadro attuale».

Ritiene che questi dati siano «congiunturali», cioè legati a particolari condizioni storiche attuali e, quindi, temporanei, oppure che siano la spia di un trend che va stabilizzandosi?

«Riguardo il calo delle nascite, sembra che si tratti di una tendenza ormai in via di consolidamento, legata anche alla trasformazione in atto dei modelli familiari e culturali, oltre che a motivazioni più contingenti. Al contrario, l’aumento dei decessi sembra più connesso a fattori congiunturali, su cui più facilmente, una volta accertate le cause reali, si potrà intervenire, per contrastare o addirittura capovolgere tale tendenza. Attualmente, però, il fatto certo è che il saldo naturale finale della nostra popolazione, per l’anno 2015, registrerà una diminuzione di circa 126mila persone».

Di fronte ad un simile saldo demografico negativo, è azzardato affermare che la nostra sia una società da «riequilibrare»?

«Beh, istintivamente direi proprio di sì. Ma dipende molto dai progetti che, come comunità civica, vogliamo attuare per il nostro futuro. Qui, cioè, entrano in gioco le scelte politiche e la conseguente programmazione sociale. Chi ha maggiori responsabilità decisionali sulla vita pubblica deve avere ben chiari gli obiettivi da perseguire. Vogliamo una popolazione meno numerosa? Vogliamo fermarci ad una “crescita zero”? Vogliamo incrementare il numero dei cittadini? Sono domande a cui occorre dare risposta, preferibilmente la più condivisa possibile, per poi agire di conseguenza. Non ci mancano certo la capacità di “diagnosi” ed i mezzi per raddrizzare o invertire pericolose tendenze demografiche. Personalmente, sono convinto che porre le basi per un futuro certo della nostra società italiana esiga, ora più di sempre, un’accentuazione decisa delle politiche a sostegno della famiglia. E’ di tutta evidenza, infatti, come calo della natalità e aumento dei decessi siano fenomeni che hanno una stretta connessione con la condizione reale delle famiglie nel Paese. Ma, ripeto, qui si entra nel campo delle scelte politiche, al livello più nobile ed alto».

Professore, pur in presenza di questo quadro «non roseo», pensa che, iniziando questo nuovo anno, il popolo italiano possa comunque pronunciare la parola «speranza»?

«Io credo proprio di sì. Anzitutto perché la situazione demografica evidenziata dai dati, pur meritevole di riflessione e di una certa preoccupazione, non è comunque disperata o irreversibile. Come ho già detto, basta sapere in che direzione costruire il nostro futuro e operare scelte coerenti ed efficaci. Ma anche perché – ciascuno a partire dai propri valori di riferimento – non bisogna mai rinunciare alla speranza, neanche nelle situazioni più difficili e apparentemente compromesse. Tanto più in questa contingenza».

Fonte: Sir
Sempre più morti e ancora meno nascite. Blangiardo: l’Italia ha tempo per reagire
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