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Verso il referendum: Composizione del Senato, taglio ai costi della politica e abolizione del Cnel

Dopo il superamento del «bicameralismo paritario», il nostro approfondimento sui temi del referendum costituzionale prosegue affrontando il secondo, terzo e quarto punto del titolo della legge: «riduzione del numero dei parlamentari», «contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni», «soppressione del Cnel».

Interno del Senato

Intanto c’è da registrare l’attesissima decisione del tribunale amministrativo del Lazio che ha dichiarato inammissibile, per difetto assoluto di giurisdizione, il ricorso presentato da 5Stelle e Sinistra italiana contro la formulazione del quesito referendario, quello che troveremo stampato sulla scheda il 4 dicembre, in cui veniva riportato letteralmente proprio il titolo della legge.

Laddove in questo titolo si parla di riduzione del numero dei parlamentari, il riferimento è ovviamente alla composizione del Senato, che nel testo della riforma passa dagli attuali 315 membri (più i senatori a vita) eletti a suffragio universale come rappresentanti della nazione, al pari dei deputati, a 95 rappresentanti delle istituzioni territoriali, tra consiglieri regionali e sindaci (più i senatori di diritto, cioè gli ex presidenti della Repubblica, e cinque di nomina presidenziale in carica per sette anni e non più a vita). I nuovi senatori vengono eletti dai consigli regionali – i tecnici parlano di elezione indiretta o di secondo grado – «in conformità delle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi».

In che modo questo avverrà concretamente lo stabilirà la legge elettorale che dovrà essere approvata dalle Camere (in Italia le leggi elettorali non sono leggi costituzionali).

Secondo i criteri stabiliti dalla riforma costituzionale e con l’ancoraggio al dato demografico dei censimenti, tra i 95 senatori elettivi si calcolano nella situazione attuale (censimento del 2011) 74 consiglieri regionali distribuiti secondo la popolazione di ogni regione e 21 sindaci, uno per regione più le due province autonome.

Dunque non avremo più le elezioni per il Senato come le abbiamo conosciute finora, perché questo organismo avrà – per dirla sempre con gli esperti – un «rinnovo parziale continuo». In altre parole i senatori di ciascuna regione cambieranno con il rinnovo dei rispettivi consigli regionali e decadranno quando il loro mandato locale cesserà. Ai senatori non spetterà l’indennità parlamentare in quanto già destinatari degli emolumenti previsti dalla loro carica regionale, che non potrà superare la somma percepita dal sindaco del comune capoluogo. La riforma prevede inoltre che ai gruppi consiliari delle Regioni non potranno essere erogati «rimborsi o analoghi trasferimenti monetari» a carico della finanza pubblica.

E qui siamo già nel terzo punto, quello del «contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni». È uno dei terreni più controversi della campagna referendaria. Da un lato ci sono alcuni punti fermi, come quelli che abbiamo elencato, a cui vanno aggiunti la definitiva abolizione delle Province (peraltro già ridotte ai minimi termini con legge ordinaria, ma non del tutto eliminate proprio perché previste nella Costituzione) e la soppressione del Cnel, su cui torneremo più avanti. Dall’altro lato, però, la portata effettiva dei risparmi che si otterrebbero con il complesso della riforma è affidata a delle stime, su cui le valutazioni dei sostenitori del sì e del no divergono drasticamente.

Il quarto punto del titolo della legge è la già citata soppressione del Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro. È stato istituito nel 1957 sulla base dell’art.99 della Costituzione, come «organo di consulenza delle Camere e del Governo», dotato del potere di «iniziativa legislativa» e composto da «esperti» e «rappresentanti delle categorie produttive».

Un organismo di compensazione sociale molto importante sulla carta, ma che nonostante la riforma del 1986 in tanti anni non è mai decollato (per colpe proprie e per la sistematica marginalizzazione nella vita politico-istituzionale) e di cui forse molti cittadini non conoscono neanche l’esistenza. È un dato di fatto che si può affermare, almeno questo, senza il timore di passare per partigiani di una tesi o dell’altra.

Perché sì

La riforma costituzionale consentirà alle nostre istituzioni di funzionare meglio. Ma per restituire credibilità alla politica, è necessario anche ridurre le poltrone e i costi connessi a questo funzionamento. Cento senatori (anziché gli attuali 315) saranno sufficienti a rappresentare le istanze di Regioni e Comuni, senza ricevere indennità: per lo Stato il risparmio a regime sarà superiore a 150 milioni. L’abolizione definitiva delle Province dalla Costituzione impedirà che esse possano essere riproposte in futuro. Gli stipendi dei consiglieri regionali oggi appaiono spesso spropositati e ricondurli a quelli dei sindaci dei Comuni capoluogo è una misura di buon senso. Inoltre, l’abolizione dei finanziamenti ai gruppi regionali impedirà il ripetersi degli scandali cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Inoltre, le Regioni perderanno alcune competenze che saranno ricondotte allo Stato, evitando contenziosi dispendiosi e la ripetizione di capitoli di spesa. Da tutte queste misure, si potranno ricavare fino a 320 milioni. Infine, il Cnel - costato dalla sua nascita un miliardo di euro - sarà abolito definitivamente: non ha mai prodotto una legge.

Comitato per il Sì (www.bastaunsi.it)

Perché no

Il nuovo Senato porrà diversi problemi. Anzitutto, la riduzione del numero dei senatori comporterà un risparmio che, secondo la Ragioneria Generale dello Stato, sarà contenuto: 9 milioni, ai quali si aggiungeranno 40 milioni derivanti dalle indennità, non più corrisposte ai senatori. Un risparmio marginale, su un bilancio del Senato di oltre 500 milioni di euro. In secondo luogo, il contenzioso non si ridurrà: oltre a quello derivante dalla confusione del riparto della competenza legislativa tra Stato e Regioni, si profilerà un conflitto tra le due Camere, determinato da un procedimento legislativo farraginoso e non chiaro circa i poteri del Senato. In caso di mancato accordo tra i Presidenti delle Camere sul procedimento da seguire, l’ultima parola spetterà alla Corte Costituzionale. In terzo luogo, un Senato così concepito non rappresenterà i territori: non c’è vincolo di mandato ed è quasi certo che si organizzerà in gruppi secondo l’appartenenza partitica dei consiglieri e dei sindaci.

Comitato per il No (www.iovotono.it)

Fonte: Sir
Verso il referendum: Composizione del Senato, taglio ai costi della politica e abolizione del Cnel
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