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Welfare: 40 organizzazioni sociali, investire per favorire l'occupazione

«Investire nel welfare non significa solo migliorare la qualità di vita delle persone e delle loro famiglie, ma anche favorire celermente ed efficacemente l'occupazione». È quanto emerge dallo studio presentato stamattina a Roma dalla Rete «Cresce il welfare, cresce l'Italia», promossa da più di quaranta associazioni italiane che operano nel campo dell'economia sociale, del volontariato e del sindacato.

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«Le politiche sociali non sono un costo, ma un investimento», ha chiarito il rappresentante della Rete, Stefano Doniri. Permettono, infatti, «la valorizzazione delle risorse umane presenti sul territorio» e possono produrre «nuova e qualificata occupazione, in maniera diretta e indiretta», considerando anche il numero di donne che rinunciano totalmente o parzialmente a lavorare per assistere i propri congiunti». In un momento in cui il Paese punta alla ripresa economica, c'è da chiedersi «quale Italia avremmo oggi se ci fosse stata una adeguata rete di servizi a sostegno delle famiglie negli anni più bui della crisi economica». Nella Penisola permangono infatti la delega alle famiglie dei servizi di cura e assistenza e il ricorso a badanti, spesso straniere, definite «il vero pilastro del welfare all'italiana».

Andrea Ciarini, coordinatore della ricerca, ha illustrato alcuni dati significativi, partendo dalla constatazione che, «nonostante la crisi economica, l'andamento occupazionale nel settore del welfare è positivo»: tra il 2008 e il 2012, a fronte di una perdita di occupazione dei comparti manifatturieri di 3 milioni e 123mila unità, l'incremento nei servizi di cura e assistenza è stato invece pari a 1 milione e 623 unità. Il dato è destinato a crescere in futuro a causa del costante invecchiamento della popolazione. Eppure «il welfare in Italia continua ad essere visto come un ambito in cui le risorse si disperdono», a differenza di Paesi come la Francia che sono riusciti ad integrare politiche sociali e politiche occupazionali, facendo emergere dal mercato informale molte prestazioni a domicilio e contribuendo a sviluppare l'occupazione regolare. È auspicabile quindi che nel nostro Paese «si attivino interventi non solo sull'offerta, ma anche sulla domanda di servizi», creando posti di lavoro che siano adeguatamente retribuiti, a differenza di quanto è accaduto finora. Questo avrebbe effetti positivi anche sulla percezione che i cittadini hanno della loro salute, e permetterebbe di superare il profondo squilibrio fra Nord e Sud.

Da una prima analisi dei dati emergono alcune proposte concrete della Rete al Governo. La prima è «l'utilizzo della flessibilità di bilancio offerta dalla Commissione europea», attraverso «investimenti produttivi e un rifinanziamento dei fondi per il sociale». Altra richiesta è «l'elaborazione di un piano nazionale per la non autosufficienza», che ancora manca al nostro Paese. E ancora, «l'emersione del lavoro nero, anche attraverso il sostegno economico alle famiglie per la stipula di contratti regolari». La Rete ha manifestato anche il suo timore «per il paventato aumento dell'iva, che rappresenterebbe da solo una stangata definitiva per il settore». Da parte sua, il viceministro del lavoro, delle politiche sociali e delle pari opportunità Maria Cecilia Guerra ha espresso un plauso per gli studi che «aiutano a smantellare alcuni luoghi comuni sulle politiche sociali», come quello per cui «il welfare è una spesa improduttiva o peggio ancora un ostacolo alla crescita». Il viceministro ha auspicato «una redistribuzione delle risorse finanziarie e l'attuazione di politiche fiscali più eque», oltre al «perseguimento reale dell'inclusione sociale e dell'autosufficienza». «Di fatto - ha concluso la Guerra - nella società civile e fra gli operatori del sociale questi temi sono maturi: adesso è il momento di farli entrare a pieno titolo nel dibattito politico».

Fonte: Sir
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