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Giulio Andreotti: statista oppure «Belzebù»?

La figura di Giulio Andreotti continua a far discutere e divide i nostri lettori. Questa settimana pubblichiamo alcune delle lettere ricevute, in gran parte critiche verso lo statista da poco scomparso.

Percorsi: Politica
Parole chiave: Giulio Andreotti (2)

Mafia, non è stata vera assoluzione
Sono da tempo abbonato alla rivista, che seguo con attenzione ed interesse. Sono rimasto meravigliato dell’articolo su Andreotti, che ne fa un’elegia incredibile e che addirittura, relativamente ai rapporti con la mafia, liquida semplicisticamente il problema dicendo che è stato assolto. Le cose non sono andate così e, al di là dei meriti, reali o presunti, come statista, non è mai bene negare o distorcere la verità.
Il 2 maggio 2003, infatti, la Corte d’Appello di Palermo ha assolto Andreotti dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa per i fatti successivi al 1980, mentre ha sancito che Andreotti aveva commesso il reato di partecipazione all’associazione per delinquere Cosa Nostra in maniera «concretamente ravvisabile fino alla primavera 1980», reato però non più sanzionabile solo perché «estinto per prescrizione». Ed anche la Cassazione ha confermato la «concreta collaborazione» di Andreotti con esponenti di spicco di Cosa Nostra fino alla primavera del 1980.  E non andrebbe neppure taciuto che la Corte d’Appello di Perugia ed il Tribunale di Palermo hanno sancito che Andreotti aveva rapporti con Sindona e Gelli e che appoggiò un piano di Gelli per salvare la Banca di Sindona, vicinanza con Sindona ed i suoi affari confermata dal fatto che, dopo che Sindona fu arrestato per bancarotta fraudolenta e per l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, Andreotti dichiarò che Ambrosoli era «una persona che in termini romaneschi se l’andava cercando».

Non si può, pertanto, continuare a dire che Andreotti non è stato riconosciuto colpevole di vicinanza con la mafia. E non si può mettere tutti dalla stessa parte, perché così diventa impossibile educare (i giovani ma non solo) alla legalità, all’onestà, ad una politica come servizio. Una cosa perciò è il rispetto della verità e della giustizia, altra cosa è poi la misericordia di Dio, ed il rispetto di ogni uomo dopo la morte.

Salvatore Nasca
indirizzo email

Quel film era inopportuno
Sarà la storia a giudicare colpe e meriti (politici) di Giulio Andreotti. Però ho trovato davvero di pessimo gusto che la sera della sua morte un’emittente televisiva nazionale abbia mandato in onda – appositamente – il film «Il Divo» di Sorrentino. Quello non è un film storico, una ricostruzione realistica, per quanto cinematografica. È una caricatura del personaggio, attingendo a tutti i luoghi comuni più triti. L’ho trovata una mancanza di rispetto per Giulio Andreotti e soprattutto per i telespettatori.

Lettera firmata
San Casciano V. P. (Fi)

Ci ha lasciato un’eredità pesante
Si chiude definitivamente il secolo breve della politica italiana. La morte di Giulio Andreotti marca il confine dell’Italia che fu. Quella dei segreti di stato, delle stragi, del terrorismo e del proliferare della malavita organizzata ma anche quella del boom economico, dell’avvento di un benessere diffuso, di un pullulare culturale e spirituale fecondo. Un mondo che ha segnato l’animo italiano, l’interiorità di una nazione, allora come oggi, giovane e fragile. Il «secolo discusso», dai mille e mille volti che Andreotti incarnava incomparabilmente. 50 anni di misteri, picconate, ed abissali silenzi-omertosi consegnati per sempre all’oblio. Mezzo secolo di cui continuiamo a portare profonde «stigmate» e a pagare dazio in termini politici, economici e, soprattutto, socio-culturali. L’Italia sembra ferma lì. Alle soglie del nuovo millennio. Con una classe dirigente imbrigliata e, per tanti aspetti, collusa ad un passato ingombrante, potente, disgregante. Un blocco culturale ma anche, ed innanzitutto, di interessi occulti e manifesti che l’Italia 2.0 eredita e che è destinato a segnare come «peccato originale» un futuro – quello nazionale – per tanti versi ancora tutto da pensare.

Daniele Marchetti
Firenze

Non si merita nessuna lode
Sul numero del 19 maggio ho letto una lettera intitolata «Quei fischi allo stadio per Giulio Andreotti». Condivido il rispetto dovuto alla memoria di un defunto, rispetto dovuto sempre e comunque. Non condivido invece le grandi lodi che si sono spese per Andreotti dal momento della sua morte fino al suo funerale, lodi che si leggono tra le righe della lettera e del commento di Turrini. Sono andato a ricercare un ritaglio di giornale del 1991, ancora nell’era del CAF (Craxi – Forlani – Andreotti), alle soglie di Tangentopoli, ritaglio contenente una mia lettera diretta a coloro cui intendevo inviare il messaggio e aperta ad alcuni giornali. Scrivevo: «Dalla dottrina sociale della Chiesa mi sembra che l’impegno politico dei cristiani debba indirizzare i propri sforzi per costruire una società basata sì su un’economia di mercato libera da ingerenze burocratiche, ma anche sulla solidarietà, sul risparmio, e sulla migliore utilizzazione delle risorse naturali, sul rispettto per l’uomo e la natura; (…) Penso che la Dc non si sia comportata, almeno ultimamente, secondo la dottrina sociale della Chiesa: non riesco a vedere, nell’azione della Dc, l’attenzione agli ultimi, il rispetto per la natura, il risparmio delle risorse, la rinuncia all’uso della armi (si pensi alla recente volontà di intervenire nel Golfo Persico) ...». Di quella Dc Andreotti era uno dei principali esponenti, di quella Dc di cui poco dopo Tangentopoli ha mostrato la malafede, malafede che qualcuno denunciava da tempo. La mia opinione è che Andreotti non si merita nessuna lode.

Simone Puggelli
indirizzo email

Quando venne a Firenze nel 1944
All’annuncio che Giulio Andreotti ha lasciato questa nostra vita, ho ricordato una mattina dell’agosto 1944, quando mi allontanai dal fronte di guerra fermo a Firenze e arrivai all’Impruneta. Là, sui muri in rovina per il recentissimo bombardamento, vidi per la prima volta i manifesti dei differenti partiti politici e tra questi uno blu con una grande croce rossa e la parola «Libertas». Ero già pronto a seguire le vicende politiche quando nel 1947 si cominciò a parlare di Costituzione. Tra i grandi personaggi che lavoravano alla principale legge della nuova Italia sentii parlare del mio professore Giorgio La Pira. E anche di Giulio Andreotti, forse perché conoscevo bene un suo stretto e affezionato collaboratore. In un momento contrastato della sua vita politica scrissi ad Andreotti per manifestargli la mia solidarietà. Mi rispose con poche righe di ringraziamento, mi rassicurava che avrebbe seguito quello che per il Diritto era giusto e senza ricorrere ad espedienti che pure gli sarebbero stati concessi. Ebbe ragione.

Pochi anni fa Giulio Andreotti fece il suo ultimo viaggio a Firenze. Raccontò quando nella sua gioventù era venuto a Firenze nella tarda primavera del 1944, con un avventuroso viaggio da Roma. Si era incontrato con amici che preparavano la vita futura della nostra città, quando di lì a poco il fronte ancora fermo a Cassino si sarebbe rimesso in moto verso il nord. Ne trovò alcuni, poi dovette ripartire in fretta, il fronte si era mosso.

Nereo Liverani
Firenze

Non è mai facile commentare a caldo la scomparsa di un protagonista della nostra storia. Il rischio è quello di farne un ipocrita panegirico, o – all’opposto – di liquidare tutta una vita con giudizi sommari e parziali. Sapevamo di correre questo rischio anche con Giulio Andreotti. E forse avremmo potuto fare meglio. Ma solo chi non fa non sbaglia. Giusto ricordare gli esiti dei processi, i reati prescritti, le ombre rimaste, come fanno alcuni nostri lettori. Senza però tacere anche le assoluzioni per crimini che non risulta aver commesso e che invece gli sono stati ingiustamente addebitati. Così come è da sottolineare l’atteggiamento di rispetto per la giustizia che lo ha sempre caratterizzato e che dovrebbe suonar da monito ai politici di oggi. Per un giudizio storico sereno e documentato saranno necessari degli anni. E forse qualche mistero se lo è portato per sempre nella tomba. Ma anche gli avversari di un tempo gli riconoscono una «statura» oggi difficile da trovare nella classe politica che ci governa. Sarà esagerato collocarlo tra i grandi statisti del secolo scorso, ma è anche riduttivo e ingiusto presentarlo come «Belzebù».

Claudio Turrini

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