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I vescovi emeriti non sono da «rottamare»

Come possono essere impiegati al meglio i vescovi che hanno lasciato il loro incarico per raggiunti limiti di età, si chiede un lettore.

Se è la volontà della Chiesa di esonerare da compiti istituzionali faticosi i vescovi che hanno superato l’età di 75 anni,bisogna obbedire. Tuttavia questo non significa «rottamazione». I porporati pensionati, oltre che a pregare incessantemente per la Santa Chiesa in privato, potrebbero essere utili a seguire le loro ex parrocchie a fianco dei vescovi più giovani che si sono insediati al loro posto. Per esempio potrebbero darsi piani di visite alle loro ex parrocchie per rinforzare le attività dei parroci. E ciò, sia con programmi concordati, che con visite spot. I Vescovi, in questo loro lavoro itinerante, potrebbero dare un bel colpo a ravvivare la pratica dei Sacramenti ai malati nonché ad aiutare i sacerdoti nel Sacramento delle Confessione che, mi pare, sia poco frequentato negli ultimi anni. Essi concorreranno autorevolmente a re-insegnare la differenza oggettiva fra il Bene ed il male; differenza insidiata dal relativismo strisciante.

Giancarlo Politi
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Molti si aspettavano che questo Papa modificasse in parte il canone 401 del Codice di Diritto canonico, dove, al compimento del 75° anno di età,  si «invitano» i vescovi «a presentare la rinuncia all’ufficio al Sommo Pontefice», norma introdotta da Paolo VI nel 1966. Sono passati quasi 50 anni e la vita media delle persone è di molto aumentata, così come sono migliorate in genere le condizioni di salute degli anziani. Tanti vescovi lasciano la loro Diocesi ancora carichi di energia. Qualcuno ipotizzava si potesse spostare questa età limite in avanti fino a 80 anni. In realtà il recente «rescritto» di Papa Francesco conferma e anzi rafforza la norma delle dimissioni a 75 anni, sostituendo quel «si invitano» con un più perentorio «sono tenuti». Si precisa anche che quando le dimissioni vengono accettate dal Papa i vescovi «decadono anche da qualunque altro ufficio a livello nazionale».

Stesso discorso per i cardinali capi-dicastero della Curia romana o «che svolgono uffici di nomina pontificia», tutti «tenuti» d’ora in poi a presentare le dimissioni al compimento del 75° anno. Per i non cardinali che svolgono uffici nella Curia romana o per incarico del Papa, la decadenza è invece automatica. Ma la vera novità è aver introdotto in modo esplicito la possibilità che «in alcune circostanze particolari l’Autorità competente» possa «ritenere necessario chiedere a un Vescovo di presentare la rinuncia all’ufficio pastorale, dopo avergli fatto conoscere i motivi di tale richiesta ed ascoltate attentamente le sue ragioni, in fraterno dialogo». Intendiamoci, il Papa già adesso poteva sollevare un vescovo dal suo incarico (e casi ci sono stati, anche di recente), ma adesso la possibilità è formalmente contemplata nelle norme che regolano la «rinuncia dei vescovi diocesani e dei titolari di uffici di nomina pontificia». Detto questo, e pur auspicando che si trovino modi di valorizzare ancor di più l’esperienza di un vescovo emerito, devo dire che la sua proposta mi sembra impraticabile. Una presenza attiva in Diocesi, anche quando fosse in perfetta sintonia con il suo successore, rischierebbe di essere «ingombrante»: non vi possono essere dubbi su chi è realmente il vescovo in quel determinato momento. Mentre possono mettersi a disposizione – come in effetti avviene in tanti casi – per determinate necessità pastorali.

Claudio Turrini

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