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La Pausini, l’omofobia e le fiabe gay

Dopo la trasmissione di Maria De Filippi con il bacio gay, un lettore ci scrive sulla cantante Laura Pausini, che si è prestata a fare da testimonial e più in generale sull'ideologia del gender (genere).

Parole chiave: educazione (64), gay (52), teoria gender (31)

Sembra che la cantante Laura Pausini abbia sposato appieno la causa dei movimenti gay, ma sappia che la stragrande maggioranza degli italiani non è omofoba e neppure contraria alla concessione di alcuni diritti alle coppie omosessuali, però non accetta gli estremismi. Pretendere, da parte dei movimenti gay, il matrimonio con diritto di adozione non è ragionevole.

La proposta che nelle scuole primarie siano messe al bando le fiabe in cui il re sposa la regina perché indirizzano i bambini verso la famiglia etero sessuale e allo stesso tempo sostituirle con quelle dei pinguini «diversi» con il baby pinguino che ha due papà è inconcepibile. E comunque non possono essere messi sullo stesso piano mamma e papa e due genitori dello stesso sesso. Laura Pausini continui a combattere l’omofobia, ma allo stesso tempo cerchi di combattere anche l’eterofobia.

Ivan Devilno
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Caro Devilno sono d’accordo con lei: una cosa è l’omofobia – da condannare sempre – altra cosa la teoria del gender (che sostiene la non differenza biologica tra i sessi e quindi l’autodeterminazione della propria identità di genere da parte di ciascun individuo), foriera di tante distorsioni e che spesso conduce ad una vera e propria eterofobia. Francamente mi dispiace che Laura Pausini si sia prestata come testimonial per il primo bacio gay portato in tv da Maria De Filippi, nella trasmissione «C’è posta per te» dello scorso sabato 15 febbraio. Dispiace soprattutto perché è una brava cantante che si definisce credente e che certamente proviene come formazione dal mondo cattolico. Ma non sorprende più di tanto perché sono anni che lei porta avanti questa sua «battaglia».

Mi rendo conto che son proprio queste operazioni massmediali a fare mentalità, a confondere le idee alla gente semplice. Però il vero problema sono le direttive europee, che orientano le legislazioni. Come la raccomandazione Rec (2010) 5, sulle «misure volte a combattere la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere», adottata dal Comitato dei ministri il 31 marzo 2010 (a quei tempi in Italia c’era il IV governo di Silvio Berlusconi). La «raccomandazione» è pienamente condivisibile là dove chiede agli Stati membri di vigilare sulle varie forme di discriminazione basate sull’orientamento sessuale, ma diventa pericolosa là dove assume a dogma la teoria del gender facendola poi ricadere in tanti ambiti, compreso quello dell’educazione infantile e della scuola. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti, come i corsi di formazione e aggiornamento per insegnanti per migliorare le competenze relative «all’educazione all’affettività, al rispetto delle diversità e delle pari opportunità di genere e al superamento degli stereotipi di genere», finanziati dal decreto scuola approvato nei mesi scorsi dal Parlamento italiano e che vengono poi gestiti il più delle volte da associazioni Lgbt (acronimo che sta ad indicare persone Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender). Ma già il governo Monti aveva varato – con il ministro Elsa Fornero – la «Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere (2013-2015)», che faceva da apripista a simili provvedimenti. Su questa strada si arriva poi al divieto di leggere ai bambini le fiabe classiche e alla raccomandazione di sostituirle con altre dove i protagonisti siano gay, trans o bisex.

Claudio Turrini

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