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Manovra del governo, pagano sempre gli stessi

Una lettera sulla manovra di stabilità e in particolare sui tagli alle retribuzioni del personale pubblico.

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Governi di destra o di sinistra, caratterizzati da un unico comune denominatore in materia di politica economica: tagliare sul sicuro e lasciare indenni i poteri forti, le corporazioni, i santuari del potere finanziario. Infatti una caratteristica della Legge di Stabilità 2014 è la mancanza di qualsiasi riferimento alla lotta all’evasione ed alla corruzione, qualsiasi allusione al sistema degli appalti per lavori e forniture che notoriamente è fonte ed alimentazione di fenomeni corruttivi e di infiltrazioni criminali.

Quasi in punta di piedi, per non disturbare, si ripropongono le solite ricette. Tagli alle retribuzioni del personale pubblico, blocchi contrattuali, sospensione per altri tre anni del turn-over, blocchi degli straordinari, riduzioni dei fondi integrativi, delle indennità del personale all’estero e così via, perpetuando una linea di politica economica devastante per tre milioni e mezzo di lavoratori e rispettive famiglie e per l’efficienza e la qualità dei servizi erogati dalle pubbliche amministrazioni.
Intanto nella Legge di Stabilità sono stati stanziati anche sette miliardi per il programma di ammodernamento della marina militare (e sette miliardi sono esattamente quelli che servirebbero per rinnovare il Ccnl triennale di tre milioni e mezzo di lavoratori pubblici).

Ora nessuno discute del sicuro impatto che questo sforzo potrà avere sull’industria del settore cantieristico, ma siamo veramente convinti che non si sarebbe raggiunto un risultato più efficace per innescare la ripresa economica andando ad iniettare sette miliardi di liquidità nel mercato interno, attraverso il rinnovo dei Ccnl dei dipendenti pubblici? Io, incollerito statale, mi domando: serve più una nave da guerra o un F35, un’autostrada o interventi in favore della ripresa economica?
Conclusione: alla fine a pagare il conto finale sono sempre e solo i soliti noti, cioè lavoratori e pensionati.

Lettera firmata
indirizzo email

Non sono un’economista e non pretendo certo di avere la ricetta in tasca per risolvere i problemi del Paese, però sono convinto che solo una riforma radicale della spesa pubblica possa farci uscire dalla spirale in cui si avvitano tutti i governi: poiché devono racimolare soldi per tenere nei parametri europei il rapporto deficit/Pil finiscono per deprimere sempre più l’economia. E se il Pil non cresce, anzi arretra (ricordiamoci che sta al denominatore di quella frazione), è necessario di nuovo intervenire con dei tagli per abbassare il deficit. Il bilancio dello Stato supera abbondantemente gli 850 miliardi di spesa annua. Possibile che non si possa tagliare con criterio, riducendo tanti sprechi e inefficienze che sono sotto gli occhi di tutti? Ma per far questo occorre un governo con una maggioranza solida e – soprattutto – una classe di politici lungimiranti e coraggiosi.

Claudio Turrini

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