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Senatori a vita per puntellare Letta?

La nomina da parte del capo dello Stato di quattro nuovi senatori a vita a suscitato diverse polemiche. Quello dei senatori a vita è un istituto da cancellare?

Percorsi: Parlamento - Politica
Parole chiave: senatori a vita (1), Giorgio Napolitano (141), Enrico Letta (24)

Claudio Abbado, Elena Cattaneo, Renzo Piano e Carlo Rubbia sono stati nominati senatori a vita dal Presidente Napolitano. Al di là del fatto che Abbado e Rubbia nel 2008 sono stati multati per evasione fiscale per residenza fittizia a Montecarlo, c’è senz’altro da considerare che la matrice della nomina di queste quattro personalità a senatori a vita a ventimila euro al mese l’uno sia politica. Infatti molti sono convinti che i nuovi senatori appoggeranno un nuovo governo di centrosinistra, questa volta senza doversi alleare con il Pdl. E questo affrancarsi dal centrodestra vale ben più del milione di euro l’anno che i nuovi senatori costeranno ai contribuenti in un momento di grandissima difficoltà economica per il Paese

A seguito delle modificazioni introdotte con la legge costituzionale n. 2 del 9 febbraio 1963, l’articolo 57 della Costituzione italiana definisce un numero fisso per i membri del Senato della Repubblica italiana: sono 315, di cui la maggior parte (309) eletti su base regionale (in proporzione alla popolosità delle regioni stesse) e i rimanenti (6) nella circoscrizione Estero. A questi, tuttavia, vanno aggiunti i cosiddetti «Senatori di diritto e a vita», carica onoraria che, come evidenzia l’art. 59 comma 1, spetta – salvo rinunzia dei diretti interessati – a chi ha rivestito il ruolo di Presidente della Repubblica.
Lo stesso Presidente inoltre, nell’arco del suo mandato «può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario» (art. 59 comma 2).

È giusto che in un ramo del Parlamento possa sedere un ristretto nucleo di personaggi illustri (scienziati, grandi imprenditori, artisti o ex Presidenti della Repubblica). Si tratta di persone che, benché non elette, possono dare un importante contributo di competenza e di esperienza. Diverso il caso se costoro risultano decisivi anche in momenti cruciali della vita politica. Per esempio per garantire, con il loro voto, la maggioranza ad un governo. In tal caso non essendo i senatori a vita eletti dal popolo -trattandosi di ex Presidenti della Repubblica o di senatori di nomina presidenziale- risulta chiaro che il loro voto possa rappresentare un’alterazione degli equilibri parlamentari espressi dalle elezioni.
Per questo motivo ritengo giusto rivedere il ruolo dei senatori a vita, introducendo alcuni limiti alla loro azione parlamentare e riducendone anche il numero. Del resto se si deve tagliare il numero dei parlamentari è giusto che lo sia anche quello dei senatori a vita.

Alla fin dei conti nominare questi senatori a vita - remunerando con circa ventimila euro quattro persone non elette, che parteciperanno a poche sedute, e non hanno alcuna competenza specifica nella stragrande maggioranza delle questioni discusse in Senato – ha finito con il diventare un messaggio negativo dato agli elettori, già  indignati, in questo periodo di antipolitica dilagante, sui costi e i privilegi della politica.

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Trovo un po’ demagogico mettere la questione sul piano degli sprechi. Su un bilancio di 566.947.183,90 per il 2013 (fonte Senato) cosa vuole che rappresentino gli emolumenti, seppur consistenti, di quattro senatori? Non mi sembra neanche giusto pensare che quattro personalità di grande rilievo culturale e scientifico, come quelle scelte pochi giorni fa da Napolitano, possano essere dei «pupazzi» che si recano in Senato per votare su commissione. Detto questo, si può poi discutere sull’istituto dei «senatori a vita» e in particolare per quelli di nomina presidenziale.

Questo istituto non era presente nel progetto della Commissione dei settantacinque. Fu introdotto in sede di dibattito nell’Assemblea costituente, grazie ad un emendamento del deputato Alberti, approvato il 9 ottobre 1947. In quell’occasione Alberti sottolineò come costituisse una «limitata deroga al principio di sovranità popolare», finalizzata ad assicurare «ai sommi, ai geni tutelari della patria» una presenza in Parlamento, che difficilmente potrebbero conseguire passando attraverso il circuito elettorale della rappresentanza politica. Il tutto aveva una sua logica all’interno del bicameralismo: come ebbe a dire il costituente Ambrosini in sede di dibattito, ci sono «personalità di altissima competenza per il loro temperamento o il loro ufficio (...) che non vogliono o non possono prendere parte alle competizioni elettorali. Privare la seconda Camera dell’apporto di tali uomini non è opportuno».

Il presidente Enaudi si attenne a questa impostazione, nominando personalità come il matematico Guido Castelnuovo, il direttore d’orchestra Arturo Toscanini (che rinunciò il giorno successivo alla nomina), lo scultore Pietro Canonica, lo storico Gaetano De Sanctis, l’economista Pasquale Jannaccone, il poeta Trilussa, l’archeologo Umberto Zanotti Bianco. L’unica eccezione la fece per don Luigi Sturzo, fondatore del Partito popolare. In seguito altri presidenti hanno scelto più che tra personalità estranee alla vita politica, tra politici di lungo corso come Cesare Merzagora, Ferruccio Parri, Meuccio Ruini, Pietro Nenni, Giovanni Leone (prima di diventare a sua volta presidente della Repubblica), Amintore Fanfani, Giulio Andreotti, Giovanni Spadolini, Francesco De Martino, Paolo Emilio Taviani. Fu soprattutto Francesco Cossiga a nominare tutti politici. Carlo Azeglio Ciampi, ad esempio, scelse Giorgio Napolitano ed Emilio Colombo, ma anche il poeta Mario Luzi, la scienziata Rita Levi Montalcini e l’industriale Sergio Pininfarina.

Più le nomine sono «politiche» e più sono criticabili, specie in questa situazione di ingovernabilità strutturale del Senato (grazie al «porcellum»). Per questo il presidente Napolitano ha voluto sottolineare nel suo messaggio che si era riallacciato alla tradizione di Enaudi. Anche se c’è chi non gli ha voluto credere.

Claudio Turrini

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