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Africa, nel contrasto a Ebola mobilitate le Ong e leader religiosi

«Ospedali e capacità diagnostiche sono stati sopraffatti» dall’emergenza, secondo l’Oms. Diventano ancora più preziosi gli sforzi per garantire trattamenti immediati in grado di frenare il contagio. Fondamentale la sensibilizzazione delle comunità nelle quali è radicato il pregiudizio. La testimonianza di Giovanni Putoto, responsabile della programmazione di Medici con l’Africa Cuamm.

Percorsi: Africa - Caritas - Missioni
Parole chiave: Ebola (19)
Il virus Ebola

Il virus Ebola continua a preoccupare l’Africa e la comunità internazionale: sono ormai almeno 1.427 le vittime della febbre emorragica, che ha finora colpito Guinea Conakry, Sierra Leone, Liberia e - in misura minore - Nigeria. “Uno dei motivi per cui l’epidemia sta durando troppo è che inizialmente sono state date risposte inadeguate e insufficienti” dichiara al Sir il dottor Giovanni Putoto, responsabile della programmazione di Medici con l’Africa Cuamm. Le agenzie competenti hanno più volte lanciato l’allarme, ma in generale, nota il medico della ong italiana, appena rientrato dal distretto di Pujehun in Sierra Leone “l’aiuto internazionale è ancora ai primi passi, non si riesce ad apprezzarlo pienamente: ci auguriamo che nelle prossime settimane, ci sia una risposta più incisiva, mondiale”. Da parte sua, anche l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha riconosciuto che, davanti all’espandersi dell’epidemia, in molti casi “il personale e le quantità di forniture ed equipaggiamenti non possono” attualmente “stare al passo con le richieste” mentre “ospedali e capacità diagnostiche” sono stati “sopraffatti” dall’emergenza.

Essenziale un’assistenza tempestiva. I bisogni, conferma Putoto, riferendosi all’area di cui ha esperienza “sono enormi”, innanzitutto sul versante materiale. È vero infatti che per la malattia non esiste ancora una cura certificata: si dibatte molto sull’efficacia del siero ZMapp, prodotto da un’azienda statunitense, e l’Oms ha convocato per il 4 e 5 settembre una conferenza di esperti per valutare potenziali terapie. Tuttavia, spiega il medico italiano “la malattia non è inevitabilmente mortale: ci sono pazienti che sopravvivono se ricevono un’assistenza tempestiva e poi diventano fondamentali per sensibilizzare le comunità al loro ritorno”.

Per poter sperare che questo accada, però, servono innanzitutto mezzi di protezione, materiali che “oltre ad essere consegnati devono essere utilizzati bene”, chiarisce il responsabile dei programmi di Medici con l’Africa. L’assistenza sanitaria prestata direttamente sul posto prendendo le opportune precauzioni, specifica il dottore, oltre ad influire sulle possibilità di sopravvivenza, permette da subito di “interrompere la catena di trasmissione della malattia”.

I leader religiosi e la sensibilizzazione. Indispensabile resta di conseguenza la sensibilizzazione generale, in cui sono impegnate anche organizzazioni non direttamente coinvolte nella cooperazione sanitaria. È il caso, in Guinea Conakry, della Caritas locale: i suoi volontari, spiega il responsabile dei programmi, Antoine Dopavogui, sono stati mobilitati proprio a questo scopo. Per vincere le resistenze iniziali della popolazione, testimonia inoltre, è stata fondamentale “la presenza dei leader di comunità e dei leader religiosi che erano già stati formati”. Queste figure, infatti, nota l’operatore umanitario “sono generalmente ascoltate, e diventa possibile utilizzare, ad esempio, i momenti dopo la preghiera o la messa per sensibilizzare i fedeli: questo ha permesso, nelle comunità più reticenti, che i volontari, da parte loro, potessero fare opera di sensibilizzazione e distribuire anche kit per l’igiene di base”. Anche in Guinea, però, è forte il bisogno di risorse che permettano di fare fronte all’emergenza sia dal punto di vista sanitario, sia da quello logistico. L’esempio fatto da Dopavogui in questo senso è quello delle persone entrate in contatto con i malati, che dovrebbero essere tenute in osservazione per 21 giorni.

“Spesso - dice però il responsabile della Caritas - si tratta di capifamiglia, che devono procurarsi il necessario per sopravvivere, quindi si spostano e rischiano di estendere il contagio: andrebbero quindi fornite loro razioni alimentari, in modo da poter continuare a tenerli in osservazione”. Alcune comunità in Sierra Leone, racconta a questo proposito il dottor Putoto, “hanno deciso di autotassarsi” affinché i villaggi sottoposti a isolamento per decisione del governo “riescano a ricevere regolarmente derrate alimentari e rifornimenti”. L’epidemia, però, ha anche conseguenze negative meno visibili, valuta il medico del Cuamm: “Il sistema sanitario è fragile, per cui oltre agli effetti diretti del virus ci sono quelli indiretti: le normali campagne di vaccinazione sono ferme perché le madri temono che i bambini si infettino e le donne partoriscono a casa e non nelle strutture sanitarie, dove potrebbero essere assistite”.

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