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Le inquietudine del Paese africano

Centrafrica, arcivescovo Bangui: «È possibile che incontri la prova e la morte»

Dieudonné Nzapalainga, presidente della Conferenza episcopale centrafricana ha ricevuto pesanti minacce, ma si adopera per la pacificazione. Anche attraverso il Forum di Bangui a cui i cattolici hanno dato un grande contributo. L’attesa per la visita del Papa.

L'arcivescovo di Bangui Dieudonné Nzapalainga

C’è grande attesa nella Repubblica Centrafricana per il Forum di Bangui, momento conclusivo di una serie d’incontri di dialogo popolare, nelle diverse province, per riconciliare la popolazione divisa dall’odio e dalla diffidenza. Ma non solo… C’è grande attesa anche per un possibile viaggio di Papa Francesco. Nonostante ciò, «la situazione rimane ancora precaria», come conferma monsignor Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui e presidente della Conferenza episcopale centrafricana.

Eccellenza, dovrebbe tenersi a Bangui un Forum per la pacificazione. Quali sono le attese per questo appuntamento? E quale contributo porterà la Chiesa?

«Le équipe hanno completato le loro relazioni e le hanno consegnate al Comitato di preparazione del Forum. Le date non sono ancora note. La Chiesa ha dato il suo contributo attraverso la presenza di fedeli cattolici che hanno partecipato all’organizzazione e alla redazione delle relazioni. Abbiamo delegato alcune persone che hanno rappresentato la Chiesa. Abbiamo ribadito la missione profetica da portare avanti presso le popolazioni abbandonate e che aspirano alla pace e alla riconciliazione».

Attualmente com’è la situazione in Centrafrica?

«La situazione è precaria. Stiamo assistendo a una fase di calma, ma sono convinto che siamo ancora seduti sui carboni ardenti e che sia sufficiente una piccola scintilla per riaccendere il fuoco. La nostra società è fragile e convalescente. Il disarmo non ha ancora avuto luogo e il Paese è una polveriera. La gente parla molto del Forum e si aspetta un cambiamento magico. Piuttosto, io direi che abbiamo bisogno d’imparare a fidarci di nuovo, accettandoci, dialogando, ascoltandoci e proponendo possibili soluzioni. Stiamo assistendo a un rigurgito di criminalità, al fenomeno del banditismo su vasta scala. Continuano gli scontri nelle regioni di Bambari, Kaga Bandoro, Bossangoa... Gli agenti dello Stato sono riluttanti a cercare di riconquistare la provincia per timore delle milizie Balaka e Seleka».

Nei mesi scorsi ha ricevuto minacce di morte. Come ha vissuto questo periodo? Che reazione c’è stata a quella notizia?

«Quando si decide di seguire Cristo, occorre accettare di ricalcare le sue orme. Gesù non ha esitato a difendere i poveri e i deboli. Non a tutti piacevano la sua parola e la sua azione, e non tutti l’hanno accettata. Tuttavia, è rimasto fedele alla missione ricevuta e ha proseguito il suo cammino verso Gerusalemme. Gesù ha liberamente donato la sua vita per la redenzione del mondo. Io preparo i genitori, i cristiani, al rischio che mi assumo per il gregge. È possibile che io incontri la prova e la morte. Non ho cambiato il mio programma e continuo l’annuncio e la realizzazione delle opere di bene. Le visite che faccio ai villaggi sono una fonte di gioia. In generale, tutte le autorità cercano d’incontrarmi e pensano che io possa essere il loro portavoce presso il governo. Tuttavia, mi prendo il tempo per ascoltare e discernere. In alcune località abbiamo curato alcune persone, che hanno recuperato la salute. Così, la vita viene salvata. Di fronte alla minaccia di morte, sono rimasto sereno perché cerco il bene degli altri».

Papa Francesco, di ritorno da Sri Lanka e Filippine, ha annunciato un ipotetico viaggio entro quest’anno nella Repubblica Centrafricana e in Uganda. Cosa può dirci al riguardo?

«La visita del Papa sarebbe una fonte di benedizione. Dio non ci ha dimenticati e ci viene incontro attraverso il Santo Padre che viene ad asciugare le nostre lacrime, a confortarci e invitarci a intraprendere il cammino della riconciliazione. La religione è stata manipolata e utilizzata per scopi politici; è tempo di sedersi intorno a un tavolo nel nome della nostra fede abramitica, per costruire una nuova Repubblica Centrafricana nella quale la tolleranza e l’accettazione diventino una realtà. Il cammino verso la pace richiede il contributo di tutti i centrafricani. Per noi credenti, Cristo è la nostra pace e con il suo sangue versato ha riunito tutte le nazioni. Il Santo Padre viene per invitarci al perdono e dare la possibilità al nostro Paese di rinascere dalle proprie ceneri. Vedo un grande entusiasmo nell’accoglienza e nella preparazione della venuta del Papa. Egli saprà trovare le parole giuste da dire per radunarci insieme nella fraternità».

Ad agosto probabilmente si svolgeranno le elezioni: qual è l’appello della Chiesa?

«Facciamo appello al rispetto delle regole, al fine di evitare sentimenti di frustrazione. La Chiesa lancia l’appello a imparare dal passato, per organizzare delle elezioni nella chiarezza e nella trasparenza. Si misura la maturità dei dirigenti sulla base del loro alto senso della patria. Confidiamo che i candidati accettino il ‘fair play’, al fine di salvare molte vite umane. Crediamo che sia giunto il tempo della ripresa per dare nuove opportunità ai bambini e alle donne, che sono spesso dimenticati e soffrono gli effetti della crisi. La comunità internazionale è venuta al nostro capezzale e le spetta anche il compito di sostenere questo processo».

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