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In Egitto gli oppositori, dopo aver riempito le piazze, devono ancora dimostrare di saper riempire le urne

Dalla Turchia all’Egitto il nuovo ruolo delle piazze

La piazza che chiede le dimissioni di governi democraticamente eletti. È quello che si sta verificando in Egitto e in Turchia, ma anche nel lontano Brasile. Cosa sta dietro a queste nuove forme di protesta? E cosa ci possiamo aspettare?

Percorsi: Egitto - Islam - Turchia
Manifestanti in piazza al Cairo

Una volta le piazze erano delle Montecitorio scoperchiate. Sia che si trattasse della agorà greca, del foro romano o dell’arengo del comune medioevale era lì che si discuteva e si votava. Una sessantina di anni fa il grande architetto Walter Gropius cercò di spiegare la rappresentatività politica tipica dei paesi del nord rispetto al populismo proprio dei paesi del sud proprio con la piazza che nei paesi freddi è vuota o inesistente e nei paesi del sud è invece il principale centro sociale e può essere anche centro politico.

Ed in effetti guardando nelle ultime settimane le piazze che si riempiono di proteste nei paesi più lontani e diversi soltanto laddove il sole batte più forte dal Brasile, alla Turchia, all’Egitto colpisce questa riscoperta della piazza come luogo dove si fa politica seppure solo di protesta e di opposizione. La piazza come luogo alternativo ai centri istituzionali è già stata riscoperta nel secolo scorso come luogo deputato e permanente da cui il popolo non se ne va finché non se ne va una dittatura. Poteva essere piazza Venceslao a Praga contro una dittatura di sinistra o Plaza de Mayo a Buenos Aires contro una dittatura di destra.

Ma le piazze che si riempiono in questi giorni hanno come caratteristica non quella di chiedere democrazia, ma quella di chiedere le dimissioni di governi democraticamente eletti seppure in maniera discutibile e per troppo tempo. Non siamo insomma di fronte a tanti Quarantotto, ma semmai a tanti Sessantotto. Queste piazze, a differenza di una manifestazione organizzata da un sindacato o da un partito, si riempiono informalmente, non si svuotano dopo il comizio di rito e sono tanto piene di gente quanto povere di leader.

È evidente che i nuovi mezzi di comunicazione istantanei e universali come le tv private, i cd, i cellulari, facebook e twitter usati da gente povera, ma istruita giocano un ruolo determinante nel creare in poche ore una piazza virtuale da portare in brevissimo tempo in una piazza reale. Per tanto tempo anche la democrazia ha avuto solo due modi molto limitati e lenti per comunicare: una stampa che non leggeva quasi nessuno e il contatto interpersonale di massa tanto più difficile quanto più doveva essere esteso. Tutti sanno che i socialisti italiani poterono incontrarsi a Genova nel 1892 e fondare il loro partito per il semplice motivo che in quell’anno c’era un fortissimo sconto ferroviario in occasione del quattrocentesimo anniversario della scoperta dell’America.

La piazza virtuale come la piazza reale consente di non avere leader, ma nemmeno censure. Sul web passa il vero come il falso, l’accusa come l’insulto, l’irrisione come la criminalizzazione dell’avversario e soprattutto la convinzione di aver noi tutta la ragione e gli altri tutto il torto in un grillismo ormai di fatto planetario. Ma la piazza è anche un sanatorio con tanti palliativi per le angosce del nostro tempo. In una società individualizzata la piazza dà l’idea di trovare alla fine una comunità solidale, la possibilità di convincersi che le cose in cui si crede sono vere perché sostenute da tanti contro ogni relativismo, la sensazione di sentire i propri sentimenti gonfiati dagli innumerevoli sentimenti analoghi che ti stanno accanto secondo una esaltazione che non ama più le mezze misure dell’entusiasmo introverso.

Da questi punti di vista la piazza rispetto ai mezzi di comunicazione tradizionali ha in sé tanti argomenti a suo favore come il concerto all’aperto rispetto al vecchio disco a quarantacinque giri. Tuttavia anche se conta le teste nelle manifestazioni anziché i voti nelle urne la piazza non può arrogarsi una assoluta legittimità democratica. E se i suoi no sono più tanti che chiari, meno ancora evidenti sono i suoi sì. Quanto più la protesta di piazza è grande tanto più è eterogenea. Per questo alla piazza riesce più facile abbattere un governo che governare.

Questa povertà e contraddittorietà dei programmi è del resto la caratteristica quasi generale delle tante primavere arabe. Perfino in quella più drammatica e interminabile che è la rivolta siriana, in cui i Fratelli musulmani hanno la maggioranza e il segretario generale del cosiddetto Consiglio nazionale siriano nella persona di Mustafa Sablag, ci si scontra continuamente sul rapporto da tenere di fronte agli alauiti che sono contro Assad, sull’apertura alle donne, sull’accoglienza verso i vecchi oppositori di Assad, sull’atteggiamento da tenere contro i seguaci di Al Qaeda come è accaduto nella riunione fallimentare dell’opposizione siriana tenuta il 23 maggio scorso a Istanbul.

Per quanto riguarda la contestazione dell’ultimo mese al governo di Erdogan in Turchia l’unico obbiettivo certamente unificante dei dimostranti di piazza Taksin a Istanbul sembra solo la difesa della piazza stessa minacciata di essere coperta da un centro commerciale. Ed anche Piazza Tahrir al Cairo ha visto manifestare accanto ai seguaci con il ritratto di Nasser che faceva impiccare gli estremisti religiosi i salafisti che vogliono la sharia, i seguaci dell’imam dell’università di Al Azhar, Amed el Toyyed, e i laici di Mohamed el Baradei.

L’unica piazza che, in una disattenzione pressoché generale, nelle ultime settimane sembra avere avuto uno sbocco con un preciso contenuto politico è stata quella di Teheran che, dopo le manifestazioni del 4 giugno scorso, ha portato alla vittoria alle presidenziali di venti giorni fa il moderato Hassan Rohani che ha posto chiaramente sul tappeto il problema del programma nucleare iraniano e delle sanzioni che, con la messa fuori legge a livello internazionale della moneta nazionale (rial), stanno letteralmente affamando un paese che trabocca di petrolio.

Per quanto riguarda la crisi egiziana il presidente egiziano deposto Mohammed Morsi ha il torto di non avere saputo affrontare una crisi economica gravissima provocata dalla calo del turismo e dalla caduta degli investimenti stranieri. D’altra parte in questo immane compito non è stato aiutato nemmeno dal Fondo monetario internazionale che, di fronte alla richiesta di un prestito, ha messo come condizione la fine di quelle sovvenzioni pubbliche sul grano e sulla benzina che divorano il 25 per cento del bilancio statale, ma che permettono anche di vivere ad un popolo poverissimo in proporzione ai suoi ottanta milioni di abitanti. Morsi, come del resto non pochi dei suoi avversari, non ha compreso che democrazia non è solo voto popolare, ma anche equilibrio fra i poteri e patto fondante  fra governo e opposizione. Così, di fronte ad una corte costituzionale che l’anno scorso è entrata in politica a gamba tesa dichiarando incostituzionale l’assemblea costituente e sciogliendo la camera bassa appena eletta, Morsi ha reagito facendosi attribuire poteri speciali e facendo approvare per referendum una costituzione elaborata senza la partecipazione della opposizione. Ora i militari si presentano ufficialmente come i normalizzatori e persino come i riconciliatori. E tuttavia la loro presunta moderazione è tutta ancora da dimostrare.

Dal febbraio 2011 al giugno 2012, nel periodo di transizione in cui è stato affidato loro ancora una volta il compito di traghettare il paese da un regime ad un altro, i generali egiziani hanno portato davanti ai tribunali militari quindicimila persone e nelle repressioni di piazza hanno  provocato centinaia di morti. Da questa ennesima esperienza negativa dopo vent’anni di confino nella clandestinità politica i Fratelli musulmani ne dedurranno che, se loro devono adattarsi alla democrazia, anche la democrazia deve adattarsi ai Fratelli musulmani.

Quale che sia oggi l’umore degli egiziani resta il fatto che formalmente i Fratelli musulmani egiziani, come del resto i Fratelli musulmani algerini nel 1991, hanno perso con un golpe un potere che era stato loro affidato bene o male dalle urne. E ancora oggi, nonostante la crisi dei consensi degli ultimi mesi e la ribellione delle piazze, il governo Morsi purtroppo o per fortuna rimaneva pur sempre fino alle prossime elezioni un governo democraticamente eletto. Gli oppositori, dopo aver riempito le piazze, devono ancora dimostrare di saper riempire le urne. Alle ultime elezioni presidenziali del giugno dell’anno scorso Morsi ottenne il 51% dei voti. Mohamed el Baradei, il diplomatico dell’Onu famoso in tutto il mondo e che oggi dovrebbe rappresentare le folle di piazza Tahrir, rinunciò persino a presentarsi sulla base di sondaggi che prevedevano risultati disastrosi. Arm Moussa, l’ex-segretario della Lega Araba che è visto ora come l’altro rappresentante dei vincitori di oggi alle stesse elezioni raccolse appena il 10% dei voti.

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