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Hollande chiama la Francia alla guerra

Discorso storico a Versailles. «Contro i crimini dei jihadisti dobbiamo essere spietati». I morti di Parigi – afferma – vanno «vendicati». Chiede poteri speciali, mentre sollecita il Paese a reagire. Poi richiama l’Ue: «Aiuto e assistenza». Dal G20 solidarietà e qualche reticenza.

Percorsi: Francia - Isis - Terrorismo
Il presidente Holland con le altre autorità francesi alla manifestazione di cordoglio per gli attentati del 13 novembre (Foto Sir)

Proclama: «La Francia è in guerra». Osserva: «Non è scontro di civiltà perché questi assassini non rappresentano alcuna civiltà». Minaccia: «Contro i crimini dei jihadisti dobbiamo essere spietati». François Hollande ha riunito ieri a Versailles – è la terza volta nell’intera storia repubblicana – Camera e Senato per pronunciare il discorso che vale una dichiarazione di guerra al terrorismo, dopo gli attacchi che venerdì hanno fatto strage nel cuore di Parigi. Massima allarme interna, prolungamento dello stato di emergenza fino a tre mesi, revisione della costituzione per assegnare poteri speciali al Presidente. E, fuori dai confini nazionali, bombe sull’Isis. Non da ultimo: l’Europa venga in soccorso della Francia.

Aggressione alla Repubblica. Il discorso di Versailles giunge dopo giornate frenetiche: si mette a punto una strategia anti-terrorismo, si commemorano le vittime, il Paese – alla Sorbona, nelle scuole, nelle piazze – canta la Marsigliese. Dal Belgio e dai Paesi Bassi arrivano conferme di blitz sulle tracce di presunti attentatori, che però non danno i risultati sperati. In Siria l’alleanza internazionale martella le roccaforti Daesh. Ad Antalya si conclude il vertice G20, che si stringe idealmente alla Francia, condanna il terrorismo, ma non prende in considerazione un’azione di terra. Hollande comunque è risoluto: «Gli atti di venerdì sera sono atti di guerra. Hanno causato almeno 129 morti e numerosi feriti: costituiscono un’aggressione contro la nostra Repubblica, i nostri valori, la sua gioventù». Il terrorismo non ha confini: infatti, afferma, gli attentati «sono stati decisi e pianificati in Siria, organizzati in Belgio», attuati fra l’altro con l’apporto di «francesi che hanno ucciso francesi» e cittadini di 19 nazionalità differenti. Poi una frase che forse in molti scongiuravano: «Le persone uccise devono essere vendicate».

Appello all’Europa. Il Presidente socialista, finora in calo di popolarità, tallonato dai nazionalisti di Marine Le Pen, già impegnato a organizzare la Conferenza internazionale Cop21 sul clima (dal 30 novembre), alza lo sguardo: il terrorismo «non è un nemico della Francia ma dell’Europa». E si richiama all’articolo 42, paragrafo 7 del Trattato Ue, che recita: «Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro potere». All’Europa chiede anche di controllare le frontiere esterne, di accogliere i profughi che hanno diritto di asilo e, al contempo, di respingere i migranti economici.

Dalla Sorbona al G20. Alla chiamata alle armi di Versailles corrisponde una reazione internazionale che ha almeno tre volti. Anzitutto quello solidale delle piazze – come anche delle chiese, delle moschee, delle sinagoghe – d’Europa e del mondo, in silenzio o in preghiera per ricordare le vittime del Bataclan e degli altri luoghi colpiti venerdì. Poi c’è un clima di paura che si diffonde: Bruxelles militarizzata dai blitz alla caccia dei jihadisti nel quartiere Molenbeek, e il big-match di calcio Belgio-Spagna annullato per ragioni di sicurezza. Infine c’è il sostegno del G20 di Antalya (Turchia), che lega la lotta all’Isis a quella al terrorismo, si impegna per un contrasto militare, finanziario e sul web, mette in campo l’intelligence contro i foreign fighters. Ma tace su possibili azioni di terra in Siria. Sullo sfondo resta la questione delle migrazioni, causa-effetto di un clima internazionale bollente: da Antalya Angela Merkel segnala di aver «deciso», assieme al britannico Cameron, «di tenere il 4 febbraio a Londra una conferenza sui rifugiati».

Gli interrogativi. Non mancano, in queste ore, diversi interrogativi. Le azioni di contrasto al terrorismo devono certamente essere ferme, a tutto campo e condivise. Ma i bombardamenti in Siria non accresceranno la tensione internazionale? Non genereranno nuovo odio transfrontaliero, col rischio di altri attentati sul suolo europeo? Si risponderà solidalmente anche alle violenze perpetrate contro persone inermi in ogni angolo del pianeta? E l’Europa, invocata a intermittenza, sarà pronta a rispondere all’appello di Hollande? L’Onu offrirà il «cappello politico» necessario per lo stesso intervento Ue e per una battaglia a tutto campo? La Nato – «braccio armato dell’Occidente – resterà a guardare? Quesiti pressanti, quanto urgente è la risposta alla minaccia terroristica.

Fonte: Sir
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