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Iraq e Siria, l'esodo dei cristiani continua

Rifugiati cristiani iracheni e siriani, in fuga dalla guerra, con il sogno americano nel cuore. Sono infatti gli Usa, con Canada e Australia le destinazioni più ambite dai cristiani che rifugiati in Giordania e Libano attendono il rilascio del visto per emigrare. Un esodo lento ma inarrestabile che non contempla l'Europa dove, dicono, «c'è crisi e manca il lavoro».

Cristiani iracheni (Foto Sir)

Dalla Terra Santa alla terra promessa: l’esodo dei cristiani dal Medio Oriente, da Siria e Iraq in particolare, non si arresta. Complice la guerra in corso in questi due paesi, la violenza cieca dell’Isis, e un conflitto ultradecennale, tra israeliani e palestinesi, irrisolto e dimenticato dalla comunità internazionale, i cristiani mediorientali cercano nuovi Paesi, disposti ad accoglierli e dove poter vivere in pace e sicurezza. E per la maggioranza di loro la nuova terra promessa non è l’Europa ma gli Usa, il Canada e l’Australia.  Sono sempre meno, infatti, i cristiani in particolare siriani e iracheni, che si avventurano alla volta delle coste greche e italiane, sfidando la morte per mare e sempre di più quelli che decidono di restare in Giordania, in Libano, in Turchia, in Kurdistan, facendo richiesta di asilo per gli Usa, il Canada e l’Australia, dove vivono consistenti comunità di siriaci e caldei.

Nuove rotte. Non esistono numeri attendibili relativi a queste rotte dell’esodo cristiano. Stime delle Nazioni Unite parlano di 7,6 milioni di sfollati interni in Siria e di quasi 4,6 milioni di siriani rifugiati tra Turchia, Libano, Giordania, Egitto, Nord Africa e nello stesso Iraq dove pure gli sfollati interni raggiungono la cifra di quasi 4 milioni. Oltre il 90% dei rifugiati e sfollati è di fede musulmana, il restante appartiene a svariate minoranze tra cui quella cristiana. Dunque si tratta di numeri relativamente bassi che nulla hanno a che vedere, per esempio con le oltre 813mila richieste di asilo di rifugiati siriani (aprile 2011 – novembre 2015) a Paesi europei, il 57% delle quali indirizzate a Germania e Serbia, il 31% a Svezia, Ungheria, Austria, Olanda e Bulgaria e il 12% ad altri Paesi. I rifugiati cristiani, iracheni e siriani, in Giordania sono alcune migliaia. In Giordania, secondo la Caritas, sono poco più di 10mila, dei quali oltre 8mila iracheni. Il numero totale di rifugiati siriani cristiani registrati con Caritas Libano Migrant Center (Clmg) nel 2015 è di 19.837, mentre quello dei rifugiati iracheni cristiani è di 15.938.

Numeri che non tengono conto di coloro che non sono passati attraverso il Centro. Sono pochi anche quelli che si fanno registrare dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). Difficile trovare rifugiati cristiani iracheni e siriani nei campi di accoglienza dove il rischio di subire discriminazioni e abusi è alto. Quando non accolti dalle chiese locali, vengono ospitati da parenti e amici. Senza poter lavorare, privi di copertura sanitaria, nella difficoltà di mandare a scuola i loro figli, attendono il visto per Usa, Canada e Australia.

Ma perché questi tre Paesi? Lo spiega Alessandro Mrakic, funzionario del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp), operativo in tutta l’area mediorientale: «I rifugiati cristiani sono molto aggiornati sulla situazione dell’Ue, sulle sue condizioni economiche, sulla crisi del lavoro che l’attraversa. Sanno bene che senza lavoro non hanno futuro. Canada, Australia e Usa offrono risposte maggiori a questi bisogni. Inoltre non hanno nessuna intenzione di rimettersi in fila con altre migliaia di rifugiati siriani, iracheni e afgani che sono la stragrande maggioranza di coloro che oggi migrano verso l’Ue».

Meglio aspettare il visto per Usa, Canada e Australia restando in Giordania o Libano «anche se i tempi di accoglienza e rilascio del visto sono lunghi, anche due anni se non tre». Prima di partire per l’agognata meta il migrante deve sottoporsi a una serie di visite mediche e adempimenti burocratici presso le ambasciate di destinazione. In questo tempo di attesa i rifugiati vivono di aiuti da parte di tante agenzie umanitarie, tra le quali alcune musulmane. «Ci sono anche organizzazioni islamiche  che assistono i cristiani, alla stregua di ciò che fa la Caritas. La divisione tra cristiani e musulmani – dichiara Mrakic – non trova riscontro nel campo dell’accoglienza e dell’assistenza».

E intanto l’esodo continua e con qualche ‘mal di pancia’ da parte dei cristiani che, afferma il funzionario Onu, «dicono di necessitare di maggiore sostegno da parte della Chiesa. La fede li aiuta nel superare tante difficoltà ma i bisogni materiali si fanno sempre più impellenti».

Serve una strategia per i cristiani. E il futuro della regione non promette nulla di buono. Per Mrakic «si potrebbe andare verso la nascita di Stati mono-confessionali e mono-etnici, aree a influenza sciita, sunnita, alauita, curda. Un domani quando si arriverà alla pace lo scacchiere potrebbe essere dunque già diviso». A quel punto la domanda è stringente.

«Ci sarà ancora spazio per i cristiani?» «Sì – risponde il rappresentante Onu – ma solo se rimangono. Per questo serve una strategia. Se vogliamo che i cristiani tornino in Medio Oriente, in Iraq, in Siria, paesi dove la coesistenza tra le diverse religioni e etnie era di esempio, vanno aiutati a restare.

Il dialogo interreligioso è adesso tanto più necessario quanto più difficile è la situazione. Se partissero non rientrerebbero più. I cristiani che ancora vivono in Medio Oriente sono dei nuovi santi perché si stanno sacrificando per tenere viva la presenza cristiana. Con grande difficoltà e grande sostegno da parte della Chiesa locale che, a volte, è divisa: c’è chi aiuta a partire e chi a restare». Un fatto è certo: «potremmo aiutarli più qui che altrove, Italia o Europa che sia. Non chiedono il lusso ma il necessario per vivere e essere autosufficienti. Chi ha capito bene questa necessità è monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei che ha voluto garantire con l’8×1000 l’istruzione a 1000 bambini. Un investimento per il futuro che aiuterà i cristiani a restare. A questi bambini e le loro famiglie è passato un messaggio: vi siamo vicini e cerchiamo di aiutarvi a costruire un futuro  migliore. Dare un biglietto aereo potrebbe non bastare».

Fonte: Sir
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