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La testimonianza del missionario vicentino rapito in Camerun

«La mia prigionia coi Boko Haram un piccolo inferno»

Don Giampaolo Marta, rapito lo scorso 4 aprile in Camerun, insieme a don Gianantonio Allegri e a suor Gilberte Bussier, porterà la sua testimonianza alla 47° Marcia della pace che si svolgerà il 31 dicembre a Vicenza, sul tema «Non più schiavi ma fratelli». In questa intervista ci racconta la sua vicenda.

Percorsi: Camerun - Islam - Missioni - Pace
Parole chiave: Boko Haram (28)
Don Giampaolo Marta al suo rientro in Italia dopo la liberazione (Foto Sir)

Anche in Camerun, dove cattolicesimo, islam e altre religioni convivevano pacificamente da molto tempo, da qualche anno è arrivata la minaccia fondamentalista, con incursioni dalla Nigeria dei gruppi legati a Boko Haram, che professa un islam radicale. Abbiamo incontrato don Giampaolo Marta, prete fidei donum della diocesi di Vicenza in Camerun da dieci anni, rapito lo scorso 4 aprile insieme a don Gianantonio Allegri e a suor Gilberte Bussier. Tutti e tre sono stati liberati il 31 maggio. 57 giorni di prigionia nelle mani di Boko Haram che non potranno mai essere dimenticati. Don Marta porterà la sua testimonianza, insieme a don Allegri, alla 47° Marcia della pace che si svolgerà il 31 dicembre a Vicenza, sul tema «Non più schiavi ma fratelli».

Nella vostra zona c'era insicurezza? Vi sentivate minacciati?

«Non ce l'aspettavamo assolutamente. All'estremo nord c'era un po' di insicurezza, perché erano già stati rapiti un prete francese e una famiglia francese. Pensavamo fossero più a rischio le parrocchie di confine. Noi eravamo a 18 km dalla città principale dell'estremo nord, ci credevamo al sicuro. Invece no».

Come è avvenuto il vostro rapimento?

«Era notte, verso le 23.30, io stavo dormendo. La porta della camera era aperta. La nostra è una abitazione tipica, con un muro di cinta e all'interno un piccolo cortile. Ho sentito don Gianantonio gridare, mi sono reso conto che stavano battendo sulla porta. Sono saltati dentro dal muro di cinta, ci hanno puntato il fucile e spinti fuori. Quella sera è stato panico totale, poi ci siamo resi conto che eravamo in tre. Ci siamo detti: è toccata a noi, cerchiamo di viverla bene. Essere rimasti insieme ci ha aiutato molto a sostenerci e organizzarci. È stato un grande dono e una grande grazia».

Come vi hanno trattati durante la prigionia?

«Non siamo stati trattati male. Non hanno mai usato la violenza, non ci hanno mai legato. È chiaro che dipendevamo da loro per tutti i nostri bisogni, dal cibo all'acqua. Ci hanno dato un po' di riso e pasta e una pentolina. Per l'igiene ci davano un bidone di 30 litri d'acqua al giorno che dovevamo gestire per bere, cucinare, lavarci. Quando avevamo bisogno chiedevamo. I guardiani erano giovani, a viso scoperto. I primi 23 giorni siamo stati sempre all'aperto. Dormivano tutti per terra, sotto gli alberi. A un certo punto hanno costruito una capanna per ripararci dalle piogge. Condividevamo la vita anche con loro».

Perché vi hanno rapito?

«Armi, soldi e prigionieri. I nostri guardiani ci hanno detto che il Camerun aveva requisito un carico d'armi destinato ai Boko Haram che veniva dal Ciad. Chiedevano la restituzione di quelle armi. Il nostro rapimento è servito chiaramente per uno scambio. Inizialmente non si erano nemmeno resi conto che eravamo dei religiosi. Ci hanno preso in quanto bianchi e in quanto carta di scambio con i nostri governi».

Cosa ha dato questa esperienza alla sua vita di missionario?

«Da un punto di vista fisico è stata durissima: l'abbiamo definita ‘un piccolo inferno'. Riguardo alla fraternità e all'aiuto reciproco è stato qualcosa di grande».

C'è stato qualche momento in cui avete perso le speranze?

«Ad un certo punto sono arrivati altri ostaggi, 43 operai cinesi. Lì abbiamo pensato che la trattativa non andasse bene perché erano stati costretti a prendere altri ostaggi. Ci siamo un po' spaventati. Poi abbiamo capito che invece era una ritorsione contro la Cina perché si era accordata con la Nigeria contro i Boko Haram. L'altro momento drammatico è stata la conclusione: grande gioia il pomeriggio del 31 maggio, quando ci è stata annunciata la liberazione, ma poi c'è stata una lunga trattativa. Sembrava che gli accordi tra il Camerun e Boko Haram non fossero stati rispettati. Quella sera abbiamo temuto di dover tornare nella brousse. Invece ci hanno liberato nella notte».

È stato pagato un riscatto?

«Noi non abbiamo visto niente, ma sicuramente il governo camerunese ha dato qualcosa. La trattativa è stata portata avanti dal Camerun, appoggiato dalle ambasciate canadese e italiana. Una buona organizzazione e un buon lavoro».

I cristiani in Camerun devono avere paura di Boko Karam?

«Purtroppo questi gruppi che arrivano dalla Nigeria stanno destabilizzando un po' il Camerun, dove la vita di relazione con i musulmani era buona e non esisteva un islam radicale. Rischiano di creare problemi gravi, perché rubano, uccidono e rapiscono. Anche i musulmani moderati che non condividono le loro idee fondamentaliste vengono colpiti, tanto quanto i cristiani».

Ci sono legami tra Boko Haram e Isis?

«Non lo so. Ho sentito parlare di Isis solo quando sono rientrato in Italia. Credo che queste organizzazioni siano in rete tra loro però lì non abbiamo avuto sentore di nulla. Ci siamo fatti l'idea che Boko Haram sia una galassia di gruppi che si riferiscono a questa sigla, più conosciuta in Occidente».La relazione, l'uscire da sé per andare incontro agli altri e all'Altro, è precisamente il contrario degli egoismi, delle paure, dei nazionalismi che vanno per la maggiore in un'Europa invecchiata e «sterile».

Fonte: Sir
«La mia prigionia coi Boko Haram un piccolo inferno»
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