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Siria: ancora nessuna notizia di padre Dall'Oglio, il «rivoluzionario» per la pace

Ancora nessuna notizia (attendibile) sulla sorte del gesuita padre Paolo Dall'Oglio, scomparso il Siria il 28 luglio scorso. In agosto sarebbe dovuto rientrare in Italia per partecipare al Campo internazionale dell'Opera La Pira al Villaggio La Vela. L'invito gli era stato fatto da Gianni Maria Piccinelli, ordinario di diritto islamico all'Università  «Napoli 2», e grande amico del gesuita. Lo abbiamo intervistato.

Percorsi: Siria
Parole chiave: Paolo Dall'Oglio (4), gesuiti (9)
Paolo Dall'Oglio

di Claudio Turrini
«Ho conosciuto padre Paolo Dall’Oglio nei primi anni ’80, durante il servizio civile. Paolo studiava tra Roma e Beirut ed io, durante il periodo del servizio civile, avevo iniziato a incuriosirmi del mondo islamico, studiando lingua e cultura araba. In realtà avevamo frequentato la stessa scuola dai Gesuiti e lui, più grande di me, era stato tra i capi scout più attivi. In quegli anni frequentavo la Lega Missionaria studenti e, con lui e altri amici, fondammo un gruppo che chiamammo “Comunità della Strada”».

Gianni Maria Piccinelli, ordinario di diritto islamico alla Seconda Università di Napoli, ricorda così il suo incontro con padre Paolo dall’Oglio, scomparso in Siria il 28 luglio scorso. «Nel 1984 – continua Piccinelli –, in occasione della sua ordinazione sacerdotale, mi ritrovai a entrare per la prima volta nel Monastero di Mar Musa, allora distrutto dal tempo e dall’abbandono e a iniziare la ricostruzione di quel luogo che diverrà il luogo concreto della vocazione sua e della sua Comunità monastica. Oggi, questa Comunità si sta diffondendo e il seme gettato sta crescendo. Dopo un secondo monastero in Siria, un piccolo gruppo di giovani monaci è venuto a studiare in Italia e una parrocchia è stata aperta a Suleimaniya nel kurdistan iracheno … magari pensando già ai musulmani in Cina». Con Gian Maria, che conosco da quando era un ragazzo, eravamo insieme questa estate al «Campo internazionale» dell’Opera La Pira e ogni giorno trepidavamo per le notizie che venivano dalla Siria. «Padre Paolo – racconta ancora Piccinelli – avrebbe dovuto prendere l’aereo il 9 agosto, dopo la fine del Ramadan, e trascorrere alcuni giorni alla Vela “nello spirito fertile di La Pira”. Avrebbe poi festeggiato il Ferragosto con i suoi genitori prima di rientrare. Aveva accolto l’invito con grande entusiasmo, anche se sapeva di avere impegni importanti e sperava che la situazione di guerra non lo costringesse a restare in Siria».

Sei preoccupato di questo lungo silenzio?

«La preoccupazione nasce innanzitutto dalla complessa situazione siriana. Siamo di fronte, ormai, ad una guerra di tutti contro tutti. È lontana la primavera araba ed è impossibile immaginare oggi una transizione che tenga conto della reale volontà del popolo siriano invece che dei cruenti eventi della battaglia. Qualunque fazione prevarrà sul campo imporrà una soluzione al conflitto che non coincide con la volontà della società civile siriana. Dobbiamo ricordarci che le rivolte del 2011 sono nate da un desiderio di libertà, partecipazione politica e riconoscimento della dignità di ogni singolo cittadino per troppo tempo calpestata dai regimi autoritari. Il complesso contesto geopolitico mediorientale ha quindi messo in gioco, anche sul terreno siriano, tutte le questioni irrisolte da oltre un secolo: conflitti etnici (come quello kurdo e palestinese), confessionali intraislamici (sciiti e alawiti contro sunniti), religiosi (la visione fondamentalista e assimilatrice di al-Qaida), politici (la Turchia e il sostegno alla Fratellanza Musulmana, l’Iran e le strategie dell’internazionale sciita), economici (il controllo delle risorse energetiche), ecc. Solo il dialogo di tutti con tutti può offrire una soluzione sostenibile a questa guerra».

Cosa dobbiamo aspettarci da un quadro simile?

«Possiamo attenderci di tutto, anche che scompaia nel nulla un aperto sostenitore della rivoluzione come Paolo Dall’Oglio. Ricordo che fu espulso dalla Siria e dal suo monastero di Mar Musa a giugno 2012 proprio perché stava denunciando a voce alta le atrocità commesse dal regime».

Perché era rientrato in Siria?

«Il motivo per il quale si era recato a Raqqa alla fine di luglio (nel nord-est della Siria, città nella quale poi è scomparso) era quello di mediare tra le diverse forze anti-regime, oltreché per negoziare la liberazione di alcuni ostaggi cristiani dei jihadisti. Padre Paolo è sempre stato un fautore del dialogo con l’Islam. L’aspetto religioso deve però essere accompagnato da aperture in campo politico, sociale, culturale nella condivisione responsabile della costruzione democratica e pluralista di una società a maggioranza musulmana. Non c’è dialogo se non nella verità: per questo ha sempre denunciato a voce alta ogni stortura e ogni sopruso. Quello che mi manca di più è sentire la sua voce potente e appassionata. Dovunque egli sia, in questo momento, anche se non lo sentiamo, sono certo che sta proseguendo “a voce alta” il suo lavoro per il dialogo e la pace».

Quando avevi parlato l’ultima volta con lui?

«Alla fine di giugno, poco prima che dall’Italia partisse per il Kurdistan iracheno dove è stata istituita una parrocchia di rito siriaco collegata alla Comunità di Mar Musa. Abbiamo parlato della Siria, ma soprattutto della riconciliazione e della democrazia. Ci siamo poi sentiti alcune volte per telefono e via mail per organizzare il viaggio in Italia». 

Poi arrivò la notizia della sua scomparsa...

«Con grande apprensione, dalla notte della sua scomparsa, attendevamo tutti un segnale, una notizia, qualunque cosa che ci confermasse che Paolo stesse bene. Abbiamo sperato fino all’ultimo che riuscisse a prendere quel volo che era stato prenotato per lui. In quei giorni, la sua è stata comunque una presenza viva. Il pregare insieme per la sua salvezza, per la pace e la riconciliazione in Siria, ha fatto sì che i giovani del Campo internazionale sentissero vicina la sua testimonianza e il dramma del popolo siriano».

Da allora hai più avuto sue notizie, anche indirette?

«Abbiamo tutti accesso alle medesime notizie. Sappiamo che non vi sono certezze sulla sua condizione. Voci, indiscrezioni, testimonianze non verificabili si sono succedute in questi mesi alternando angoscia a consolazione. La stampa francese, che è più attenta della nostra ai problemi internazionali, ancora pochi giorni fa si dichiarava pessimista sulla sua sorte. Nel contempo è trapelata dal nostro Ministero degli Esteri l’apertura di una trattativa per il suo rilascio. È difficile, ma continuo a sperare che stia bene e stia adoperandosi per la pace, dall’interno, come lievito nella pasta».

Viceversa ogni tanto c’è anche chi afferma che sta bene e che presto potrà tornare libero...

«L’attuale confusione siriana non lascia che vi sia qualcosa di attendibile sino a quando non sia provato con certezza. Sulla rivista “Popoli” (n. 8-9/2013), nella rubrica “La sete di Ismaele” da lui curata, Paolo Dall’Oglio ha scritto dell’uccisione del francescano François Murad e della “sbornia acritica della stampa di mezzo mondo” che pensava di averlo riconosciuto in un drammatico video sull’uccisione di altri tre religiosi da parte di un gruppo islamico. Vale la pena di rileggere quelle brevi righe di Paolo (su www.popoli.info) che ci mette di fronte alle difficoltà di conoscere la verità dei fatti nel torbido fango informativo che accompagna ogni forma di propaganda. A proposito della morte del frate francese, contro chi ne faceva una questione anti-islamica, scriveva: “Il suo martirio è gloria per la Chiesa e pessima notizia per la rivoluzione siriana, che vede bande armate poderose, finanziate e aggregate nelle puzzolenti paludi globali, assoggettare intere regioni a una nuova dittatura. È vero dunque che padre François è stato ucciso dagli estremisti più mafiosi, nell’indifferenza irresponsabile delle istituzioni internazionali, Italia compresa”».

Cosa possiamo fare come opinione pubblica e come governo italiano per favorire una soluzione positiva di questa vicenda?

«Credo che sia necessario, innanzitutto, uscire dalla nostra pigra indifferenza e prendere posizione. Padre Paolo è sempre stato “rivoluzionario” e ci sta insegnando la strada della vera rivoluzione, quella che passa attraverso la testimonianza personale della verità concreta, incarnata nell’uomo. Non è possibile, in nome di instabili equilibri globali, giustificare ogni forma di oppressione e di negazione della dignità umana. Prendere coscienza che Dialogo e Democrazia (non quella minuscola che ideologicamente qualcuno tenta di affermare con le armi alla mano) sono storicamente legati e reciprocamente dipendenti. Oggi è possibile creare spazi politici di coesistenza tra culture, etnie, religioni, filosofie nella comune condivisione del grande valore della dignità umana. Aiutare la rivoluzione siriana, quella per la libertà e la democrazia, significa anche abbattere progressivamente i nostri pregiudizi sull’Islam e sui musulmani. Significa prendere a cuore la sorte di milioni di profughi che ormai da oltre un decennio stanno vagando tra le diverse regioni del Medioriente, dalla guerra irachena e afghana a quella siriana. Vuol dire aprire le finestre dell’Europa e dell’Italia ai tanti venti che soffiano dal Mediterraneo. Sosteniamo e preghiamo per il successo del negoziato di questi giorni con l’Iran. È un segno dei tempi, speranza per un futuro di pace e giustizia in Siria e in tutta la regione con il suo immenso tesori di radici religiose ebraiche, cristiane e islamiche».

La scheda: Un gesuita ormai tutto siriano»

Paolo Dall’Oglio, nato a Roma 59 anni fa (compie gli anni proprio questa domenica 17 novembre) è entrato nella Compagnia di Gesù nel 1975 e ha compito parte degli studi universitari a Beirut. Nel 1982 scopre i ruderi del monastero cattolico siriaco Mar Musa, costruito nell’XI secolo attorno a un antico romitorio occupato nel VI secolo da San Mosè l’Etiope, e vi si insedia per un ritiro spirituale dal mondo in un posto di grande solitudine religiosa. Due anni dopo viene ordinato sacerdote del rito siriaco cattolico e decide di ricostruire le mura del monastero, dove nel 1992 vi fonda una comunità spirituale ecumenica mista, la comunità al-Khalil («l’amico di Dio», in arabo), che promuove il dialogo islamico-cristiano. Nel 2009 ha ricevuto la laurea honoris causa dall’Università cattolica di Lovanio.

Ecco come lo descrive Gianni Maria Piccinelli, suo amico da lunga data: «Paolo Dall’Oglio è diventato in tutto un siriano. Chi lo sente parlare in arabo, arabi compresi, non ha la minima percezione della sua origine italiana. Essere cristiano in terra d’Islam, seme di dialogo, segno di una comune speranza nella salvezza e nella misericordia divine, questo lo ha fatto diventare a tutti gli effetti siriano, arabo, direi anche musulmano. Il suo amore per l’Islam lo ha portato a vivere concretamente ogni giorno come una manifestazione dell’amore di Dio per i musulmani. Il che crea una sorta di doppia appartenenza, creandogli non pochi problemi con le "burocrazie" ecclesiali. Leggendo il suo ultimo libro “La collera e la luce” (pubblicato a ottobre dalla EMI) comprendiamo tutte le ragioni del suo ritorno in Siria: il dialogo come progetto teologico, sociale e politico che richiede impegno e testimonianza, sino alla fine. Non è possibile più restare indifferenti. È un libro rivolto soprattutto ai giovani, a quelli di internet e di Facebook, che hanno accesso a informazioni globali, ma che hanno difficoltà a far crescere la propria coscienza critica e a comprendere la verità nella storia».

Siria: ancora nessuna notizia di padre Dall'Oglio, il «rivoluzionario» per la pace
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