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Stanchi della guerra i centrafricani aspettano il Papa

Dopo i violenti scontri degli ultimi giorni, a Bangui (capitale del Centrafrica) la situazione ora pare essere sotto controllo. La conferma arriva dal nunzio apostolico nella Repubblica Centrafricana e in Ciad, monsignor Franco Coppola, che si sofferma anche sull’annunciata visita di Papa Francesco dal 29 al 30 novembre.

Militari per le strade di Bangui (Foto Sir)

«La vita ha ripreso il suo corso, ma i problemi sono ancora tutti là». Dopo i violenti scontri degli ultimi giorni, a Bangui (capitale del Centrafrica) la situazione ora pare essere sotto controllo. La conferma arriva dal nunzio apostolico nella Repubblica Centrafricana e in Ciad, monsignor Franco Coppola, che si sofferma anche sull’annunciata visita di Papa Francesco dal 29 al 30 novembre.

Eccellenza, nei giorni scorsi il Paese è tornato alla ribalta per nuovi scontri. In Italia è giunta notizia di oltre 30 vittime. Cosa è successo?

«Veramente, il governo lunedì 5 ottobre ha parlato di 61 morti, quasi 300 feriti e oltre 40mila sfollati. Sono stati giorni terribili per la popolazione di due circoscrizioni della capitale, percorse da bande accecate dall’odio e dal desiderio di vendetta. Ne hanno fatto le spese anche i luoghi di preghiera: sono state attaccate e quasi distrutte una parrocchia cattolica, un centro protestante e una moschea. Erano già alcune settimane che si notava un crescente nervosismo tra le due fazioni che si combattono, gli anti-Balaka e gli ex-Seleka. L’assassinio di un giovane musulmano, il cui corpo è stato ritrovato in un quartiere maggioritariamente cristiano, è stata la scintilla che ha scatenato una vera e propria spedizione punitiva degli estremisti musulmani, che hanno sparato all’impazzata nel quartiere dove era stato ritrovato il loro correligionario. Quel primo giorno, sabato 26 settembre, si è chiuso con un bilancio pesantissimo: 36 morti e quasi 200 feriti. Mai, dai giorni terribili dello scoppio della crisi, nel gennaio 2014, Bangui aveva conosciuto una simile violenza… Violenza che è continuata nei giorni e, soprattutto, nelle notti successive, col sistematico attacco alle sedi delle varie Ong internazionali umanitarie, tutte selvaggiamente saccheggiate. Nel Paese non erano presenti la presidente e il capo della Minusca (forza delle Nazioni Unite, ndr), entrambi a New York per partecipare all’assemblea generale dell’Onu, e i loro collaboratori non hanno saputo far fronte subito all’emergenza. La popolazione ha avuto l’impressione di essere stata abbandonata in mano ai violenti per almeno 24 ore. Solo nel corso della mattinata di domenica le forze internazionali hanno cominciato a tentare di riprendere in mano il controllo della situazione».

Attualmente come è la situazione?

«Il 5 ottobre, dopo 3 giorni di attesa, la vita ha ripreso il suo corso, ma i problemi che hanno portato all’esplosione di violenza di 10 giorni fa sono ancora tutti là. La presidente ha promesso l’avvio di una larga consultazione di tutte le forze vive del Paese, per vedere come ripristinare il clima positivo degli ultimi mesi e giungere nel modo migliore alle elezioni e alla fine della transizione».

Ci sono rischi concreti per il viaggio del Papa?

«Non si può dire, per ora. Dipende se saranno date le risposte opportune, coinvolgendo realmente tutti nella gestione di quest’ultima, delicatissima fase della transizione».

Certo gli scontri non favoriscono un clima sereno di preparazione per questo evento storico…

«È vero… ma è anche vero che la popolazione questa volta non ha partecipato (come invece era sempre accaduto finora), è stata piuttosto spettatrice impaurita della violenza che si stava scatenando. La popolazione è stanca della guerra e non si lascia implicare nei disegni di quanti sperano di far fallire gli sforzi di pacificazione del governo e della comunità internazionale».

Alla luce anche degli ultimi episodi di violenza, quali sono le attese per la visita del Papa?

«Le violenze sono frutto della frustrazione causata dall’esclusione e dello scarso valore della vita umana. Il Papa verrà a dire che il Centrafrica è di tutti i centrafricani, nessuno escluso, e a testimoniare con la sua presenza che ognuno - la vita di ognuno - ha un gran valore agli occhi di Dio. La popolazione teme i demoni della violenza e della vendetta che s’impossessano delle persone e spera che il passaggio benedicente del Papa li scacci».

Ancora non è noto il programma ufficiale della visita, può anticiparci qualcosa? È previsto qualche gesto particolare, oltra alla fermata, a Bangui, alla moschea del «km 5», distrutta durante gli scontri?

«Il programma deve ancora essere precisato, ma certamente il Papa desidera incontrare tutte le componenti religiose della società centrafricana; tutte le forze vive della società civile e della politica, che si preparano alle elezioni; tutti quanti sono stati segnati nel corpo e nello spirito da questo terribile conflitto per confortarli e benedirli».

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