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Dopo il «golpe» fallito

Turchia: l’appello dei cristiani, no alle vendette. È tempo di moderazione

La risposta durissima del presidente Recep Tayyip Erdogan non si è fatta attendere contro tutti coloro considerati complici del predicatore Fethullah Gulen, ritenuto la vera mente del golpe. Ma come stanno vivendo questi giorni i circa 100mila cristiani di Turchia? A raccontarlo sono l’arcivescovo latino di Izmir (Smirne), il domenicano Lorenzo Piretto, e il vicario apostolico di Istanbul, Rubén Tierrablanca Gonzalez.

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Immagini dei concitati momenti del golpe (Foto Sir)

È l’ora delle epurazioni in Turchia, dopo il fallito golpe dei giorni scorsi. La risposta durissima del presidente Recep Tayyip Erdogan non si è fatta attendere contro tutti coloro considerati complici del predicatore miliardario Fethullah Gulen, un tempo suo fidato alleato, e oggi ritenuto la vera mente del golpe. La tensione è palpabile nel Paese della Mezzaluna e sono gli stessi numeri a confermarlo: più di 9.300 militari arrestati, 8mila tra poliziotti e dipendenti del ministero dell’Interno allontanati, 30 governatori licenziati, 2.800 giudici rimossi, oltre 15.200 tra impiegati e funzionari del ministero della Pubblica Istruzione sospesi con effetto immediato. 1.577 tra decani e rettori universitari dimissionati dal Consiglio per l’alta educazione (Yok), organo che supervisiona le Università turche. Tra questi, 1.176 sono di Università pubbliche e il resto di Fondazioni universitarie. Revocata la licenza d’insegnamento anche a 21mila docenti di scuole private. Giro di vite anche per radio e tv, tra le quali 24 emittenti radiofoniche e televisive, considerate sostenitrici di Gulen. Sotto inchiesta 370 dipendenti della tv pubblica Trt.

Nemmeno gli esponenti religiosi sono rimasti immuni dalle purghe del presidente. La Diyanet, ovvero la presidenza turca per gli Affari religiosi, massima autorità islamica che dipende dallo Stato, ha allontanato 492 tra imam e docenti di religione sospettati, anch’essi, di essere complici di Gulen e fatto sapere che non saranno permessi i funerali islamici per i golpisti uccisi. Tutto questo mentre si fa strada nei vertici del Paese l’idea di reintrodurre la pena di morte. Idea subito condannata dall’Ue e dalle Nazioni Unite in quanto palese violazione degli obblighi della Turchia previsti dal diritto internazionale dei diritti umani.

Ma come stanno vivendo i circa 100mila cristiani, di cui 30mila cattolici, di Turchia, questi giorni di grande tensione e violenza?

Invito alla moderazione. «Siamo sereni – risponde l’arcivescovo latino di Izmir (Smirne), monsignor Lorenzo Piretto – ma anche un po’ inquieti per lo sviluppo della situazione. Aspettiamo l’esito degli eventi, i punti interrogativi non mancano». La popolazione cristiana turca è composta in larghissima maggioranza da stranieri residenti nel Paese, pochissimi i nativi turchi di fede cristiana. A questi si sono aggiunti rifugiati siriani e iracheni fuggiti alle guerre nei loro Paesi. Eppure questa terra, e Smirne in particolare, fu una delle prima ad accogliere la predicazione apostolica. Le sette chiese cui sono indirizzate le lettere che aprono l’Apocalisse sono tutte della penisola anatolica. I primi sette Concili ecumenici si svolsero qui. Antiochia fu il luogo dove, per la prima volta, i seguaci di Gesù furono chiamati «cristiani». «Non sta a noi decifrare o interpretare quanto sta accadendo – spiega l’arcivescovo – noi speriamo e preghiamo che la tensione diminuisca, che chi oggi è al Governo usi moderazione. Tensioni nuove, o peggio vendette spropositate, non servono alla Turchia. Speriamo in un clima di riconciliazione e di pace». Parole ancora più significative se messe in relazione ad alcuni attacchi, avvenuti durante la notte stessa del colpo di Stato, alla chiesa protestante a Malatya, teatro del massacro nel 2007 di tre cristiani e a quella cattolica di Santa Maria a Trebisonda, la stessa dove fu ucciso, nel 2006, il sacerdote romano don Andrea Santoro. Non bastano certo i controlli e la presenza della polizia davanti alle chiese durante le funzioni a rassicurare i fedeli.

«Tempi difficili». Da Istanbul, a parlare di «tempi difficili da comprendere» è il vicario apostolico, monsignor Rubén Tierrablanca Gonzalez. «Siamo confusi – dice – la situazione di tensione lascia la gente scossa. Questo clima genera aggressioni e violenza. In situazioni del genere capita anche che ci sia chi si sente autorizzato a danneggiare anche le chiese come quella di don Andrea Santoro a Trabzon e a Malatya». «Come capi religiosi abbiamo denunciato la violenza e esortato alla moderazione» aggiunge il francescano, che non manca di far notare che «la gente ha paura e lo si vede in giro. Basta camminare per Istanbul per capire che non è la città di sempre, non è la vita normale. Perché torni tale dovremo aspettare a lungo». In questa situazione di «incertezza e confusione» conclude il vicario, «come Chiesa siamo chiamati a vivere quotidianamente il dialogo, la vicinanza, la fraternità e la riconciliazione. Questo è il migliore servizio che possiamo rendere alla Turchia».

Fonte: Sir
Turchia: l’appello dei cristiani, no alle vendette. È tempo di moderazione
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