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Una famiglia senese in missione tra i profughi in Grecia: «C'è vita insieme»



«Con le famiglie siriane e afghane si condivide tutto. Si chiacchiera, si va al mare, i bambini giocano. C'è vita insieme»: parlano entrambi con il dolce accento senese, Filippo e Fabiola Bianchini, 38 e 39 anni, partiti dall'Italia due anni fa con i loro quattro figli, due naturali e due adottati ed un quinto in arrivo. 

Foto Sir

Ad Atene, nella Neos Kosmos social house nell'omonimo quartiere, condividono le sofferenze e le speranze dei profughi in Grecia. La struttura, prima appartenente alle suore della Pammakaristos è stata destinata dalla nunziatura all’associazione «Arca del Mediterraneo» e all’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII per l’assistenza dei profughi e delle famiglie greche povere, nell'ambito dei gemellaggi solidali tra Chiesa italiana e greca. La Cei, tramite Caritas italiana, ha finanziato di recente i lavori di ristrutturazione con 210mila euro dell’otto per mille. Vi sono circa 60 richiedenti asilo, in maggioranza famiglie siriane, tantissimi bambini.Tutti giovanissimi, tutti vorrebbero andare in Germania. C'è un consultorio familiare e un centro giovanile. Per loro vengono organizzati corsi di lingua, di cucina, attività artistiche e manuali.

In una parte della struttura c'è la casa famiglia guidata da Fabiano e Fabiola, che secondo lo spirito della Comunità Papa Giovanni XXIII e del fondatore don Oreste Benzi è aperta a chiunque: greci o profughi, persone con disabilità, bambini, giovani, anziani, madri sole. Due famiglie siriane hanno appena lasciato la casa, una verso il Nord Europa, l'altra ha avuto l'asilo politico in Grecia. È rimasta una famiglia afghana, una giovane coppia con un bimbo di due mesi.



«Tanto dolore ma anche tanta speranza». Hussein, il papà, lavorava come muratore ma era minacciato dai talebani. La sorella della moglie Rayla, azara, era stata uccisa a causa delle persecuzioni contro la sua etnìa. Costretti a fuggire, senza altra scelta. Sono tra i 57mila ancora bloccati in Grecia, tra campi profughi e pochi centri di accoglienza, di cui non si sa quale sarà il futuro, per via dell'accordo Ue-Turchia. «Sono talmente disperati che a volte ci dicono: prendete il bambino e portatelo con voi in Italia - confida Filippo Bianchini -. Lo so, è allucinante. Ma non sono i primi a farci un discorso del genere. Sono preoccupati per il futuro dei loro figli, sono disposti a tutto pur di saperli al sicuro». Con le famiglie dei profughi, prosegue, «c'è molto scambio, si condividono i problemi, si cammina insieme. A volte sono loro a darci coraggio. C'è tanto dolore ma anche tanta speranza. E come spesso accade, noi riceviamo molto più di quello che diamo».



«La fiammella che non si spegne mai». Filippo faceva il ragioniere in un ospedale di Siena. Fabiola l'insegnante elementare. Entrambi fanno parte della Comunità Papa Giovanni XXIII. Da quando si sono sposati, sedici anni fa, tenevano accesa «questa fiammella che non si spegneva mai», ossia il desiderio di partire per una missione. Finché l'occasione non è arrivata due anni fa, in un luogo che non pensavano: la Grecia. Entrambi hanno potuto prendere un lungo periodo di aspettativa. «Sognavamo l'Africa o il Brasile, per noi la Grecia era un posto per andare in vacanza. Invece ci siamo affidati e abbiamo scoperto che è il posto giusto», ammette. Durante questi anni sono nati Pietro e Matteo, di 9 e 6 anni e via via, durante il cammino, la famiglia si è allargata con Katia e Francesco, 12 e 16 anni, in affidamento. Ora Fabiola è di nuovo al quarto mese di gravidanza. «Volevamo prendere in affido anche un bambino greco, non sarebbe stato un problema passare da 4 a 6 figli - dice Filippo - ma la burocrazia greca è complicatissima: qui prendere un bimbo in affido è come andare su Marte. Per noi era una vittoria. Ma appena hanno saputo che mia moglie era incinta hanno bloccato la pratica».



La giornata della famiglia Bianchini. La giornata-tipo della famiglia Bianchini a Neos Kosmos si apre con la preghiera, «altrimenti si fa più fatica». Poi i bambini vanno a scuola. Filippo e Fabiola prima andavano nei campi profughi spontanei del Pireo o in quelli governativi, ora escono a distribuire aiuti ai senza dimora, ai tossicodipendenti, oppure organizzano attività di animazione. Il pomeriggio seguono i figli, che fanno i compiti o giocano nell'ampio e alberato cortile della struttura insieme ai bambini siriani e afghani. «In Grecia i nostri figli sono rinati - spiega Filippo -. Chi ha un lieve ritardo aveva problemi di inserimento nella scuola italiana. Qui invece il problema è la lingua, non il deficit. Questo li ha aiutati ad acquisire tanta autostima». Certo, le difficoltà quotidiane non mancano. «In Italia eravamo inseriti in un cammino comunitario, ora sentiamo un po' la solitudine. Ci manca chi condivide la nostra stessa vocazione, qualcuno che potrebbe alleggerirci dalle inevitabili dinamiche di coppia», ammette. Il bilancio familiare, invece, a fine mese è senza intoppi:«I soldi sono l'ultimo problema. Come casa famiglia abbiamo una cassa comune, ma paghiamo il mutuo per la casa di Siena con i nostri risparmi. Non chiediamo niente alla comunità, ma in tanti ci sostengono».

Una famiglia senese in missione tra i profughi in Grecia: «C'è vita insieme»

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