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Dopo oltre novanta giorni si chiude una delle più lunghe crisi di governo nella storia della Repubblica. Certamente la più drammatica, per il susseguirsi degli eventi, per la fatica generata da un quadro partitico e da uno stile politico tanto nuovi quanto insensibili ai punti cardinali dei procedimenti della democrazia costituzionale, per una fragilità rivelatasi estrema del sistema istituzionale del paese. Un processo, quello che ha portato alla nascita del governo presieduto da Giuseppe Conte, che si è giocato sul crinale, sinora mai sperimentato nella vita della Repubblica, di una crisi costituzionale, quella che ha duramente opposto il Presidente della Repubblica e la maggioranza parlamentare.

Erano chiamati alle urne poco meno di 7 milioni di elettori, ma ai seggi è andato il 61,2% degli aventi diritto, contro il 67,2 della precedente consultazione (i dati del Viminale non tengono conto della Sicilia che ha un conteggio autonomo). Come sempre accade nelle tornate amministrative, i fattori locali hanno una forte incidenza, così come il crescente fenomeno delle liste civiche. Così il voto in Toscana.

Nei giorni scorsi all'ospedale di Careggi si è verificato un episodio increscioso. Un uomo ha trovato nella segreteria telefonica la comunicazione dell'ospedale sulla morte della madre. In realtà si è trattato di un errore, per uno scambio di letti. Ma tutta la vicenda solleva tanti interrogativi.

Ha giurato nel pomeriggio del 1° giugno il governo M5s-Lega. Un governo politico che più politico non si può, visto il ritorno alla grande del ruolo dei partiti e la presenza come vicepremier dei due leader, Luigi Di Maio e Matteo Salvini (che saranno anche ministri, il primo al Lavoro, il secondo all'Interno). Eppure guidato ancora una volta da un tecnico, il professore Giuseppe Conte, da un «non eletto dal popolo» se si vuole usare una terminologia tanto in voga quanto impropria.

Quelli che abbiamo alle spalle sono stati giorni difficili per la Repubblica. E per la nostra democrazia, all’improvviso più fragile e nervosa. Giorni segnati da tante parole fuori misura, da gesti non meno imprudenti, da reazioni spericolate, da silenzi imbarazzati e da analisi ingenerose. Che solo a metterli tutti in fila, si potrebbe scrivere un libro dell’antipolitica. E anche della retorica antisistema, tanto in voga in questa stagione complicata della vita politica.

L'esame sulle spese e sull'organizzazione ci aiuta a individuare le reali criticità della gestione di un fenomeno. Affrontarle non significa ostacolare l'ospitalità, ma disinnescare le critiche ideologiche.

Non ha senso polarizzare il sistema e, dunque, l'offerta politica tra europeisti e non europeisti, tra populisti e benpensanti, così come tra vecchio e nuovo. Partiamo dalla realtà e dai nostri tanti problemi. Elezioni ravvicinate sono spesso segno di crisi di sistema. Che ci si arrivi almeno con una offerta politica nuova. Nuova e finalmente adeguata.

Declinato su «creatività» e «cambiamento» l’imminente (25-26-27 maggio) festival pistoiese («Dialoghi sull’uomo») giunto alla nona edizione e caratterizzato, nel panorama di manifestazioni analoghe, da un concetto («antropologia del contemporaneo») che unisce due fra le prime realtà di una città l’anno scorso «capitale della cultura»: la fondazione bancaria (Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia) e il Comune.