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A scuola tra luci e ombre, ma è bene guardare avanti

Il nuovo anno scolastico non può che cominciare all’insegna del dibattito sulla legge 117, quella sulla «Buona scuola», già partita l’anno scorso, ma di cui solo adesso si possono vedere gli effetti.

Una classe delle superiori (Foto Sir)

Di fronte alle accese prese di posizione, che spingono spesso a enfatizzare polemicamente gli aspetti positivi o quelli negativi della riforma in atto, la via più corretta mi sembra quella di esporre alcuni dati e di spiegare le ragioni che portano gli uni e gli altri ad opposte valutazioni. I critici fanno notare che le promesse di Matteo Renzi non sono state mantenute.

È vero. Per fare solo un esempio, il più clamoroso, il premier aveva annunziato solennemente che la sua riforma avrebbe eliminato il continuo alternarsi di supplenti. Ebbene, dalle stime risulta che ancora quest’anno ne serviranno almeno 90mila per l’avvio dell’anno scolastico. Certo, meno dei 118mila dell’anno 2014-2015 e dei 105mila dell’anno scorso, ma sempre molti, troppi, per una «buona» scuola.

Le cause sono diverse. Si contava su 103mila assunzioni di precari, per l’anno 2015-2016, ma soltanto 87mila hanno accettato il rischio – concreto soprattutto per i docenti del Sud – di essere destinati a sedi lontanissime dalla loro residenza. Gli altri hanno rifiutato. In secondo luogo, spesso gli insegnanti assunti non erano quelli delle discipline che servivano e le cui cattedre erano maggiormente scoperte. Ecco allora l’invenzione dell’«organico potenziato»: insegnanti a disposizione di una scuola per progetti di varia natura, ma non per coprire i posti vacanti. Purtroppo, i docenti dell’organico di potenziamento, invece di servire a «combattere la dispersione degli studenti, migliorare gli apprendimenti e ampliare l’offerta formativa», come ha affermato ottimisticamente la responsabile del settore scuola del Pd, Francesca Puglisi, sono stati utilizzati spesso come tappabuchi. Quando non sono rimasti ad annoiarsi in biblioteca.

Incombono, in aggiunta, le procedure di conciliazione e i ricorsi ai giudici del lavoro in merito all’assegnazione di migliaia di docenti entrati in ruolo lo scorso anno scolastico in ambiti territoriali lontani da quello di residenza (per lo più con trasferimenti forzati dal Sud al Nord), in base a un famigerato algoritmo che ha dato la sensazione di violare i diritti delle persone in carne ed ossa. Puro vittimismo? Non sembra, anche perché diverse procedure si sono già concluse dando ragione ai ricorrenti.

A fronte di queste contestazioni e critiche, resta però il fatto che ha ragione la Puglisi a sottolineare che siamo stati davanti al «più vasto piano straordinario di assunzioni mai realizzato dallo Stato negli ultimi 20 anni». Un’altra causa della mancata soluzione della piaga delle supplenze è che il concorso per 64mila cattedre, che avrebbe dovuto contribuire a riempire i ruoli, ha visto percentuali altissime di insuccessi. Più della metà dei candidati sono stati bocciati agli scritti. Inadeguatezza della preparazione data dall’Università, o commissioni troppo severe? Forse entrambe le cose. In ogni caso, il concorso non riuscirà a coprire tutti i posti messi in palio, anche perché, pur nel caso di eventuale esito positivo, non si concluderà in tempo per mandare i promossi in cattedra già a settembre, come invece annunciato.

In questo contesto problematico, si inserisce l’avvio di una delle più importanti novità della «Buona scuola», vale a dire il reclutamento per «chiamata diretta», da parte dei dirigenti scolastici, dei nuovi docenti assunti in ruolo. Già stabilita, ma non operante, l’anno scorso, la procedura sta partendo in questo. Lo scopo sarebbe di garantire ai dirigenti di reclutare, nella logica dell’autonomia dei singoli istituti, i docenti più adatti alla propria scuola, con un incarico triennale.
Ma anche su questo non mancano  le prime  polemiche nei confronti dei criteri che i dirigenti stanno seguendo per la loro scelta, a volte con pesanti sconfinamenti nella sfera personale (della serie: «Ma lei progetta di avere dei bambini e di mettersi in permesso per maternità?»). Per non dire del rischio, di cui molti dirigenti sono i primi a essere preoccupati, di denunce per veri o presunti favoritismi nei confronti di amici, parenti, etc..

Un altro argomento di discussioni accese è l’obbligo di Alternanza scuola-lavoro introdotto dalla legge sulla Buona Scuola in tutte le superiori, licei compresi, con l’intento di avvicinare il mondo dell’istruzione a quello dei mestieri. Per i liceali sono previste almeno 200 ore di esperienza sul campo – aziende, imprese, ma non solo – da realizzare nell’ultimo triennio di scuola. Nei tecnici e negli istituti professionali, dove la vocazione alle professioni è più marcata, le ore da passare in Alternanza diventano almeno 400. L’iniziativa, già partita lo scorso anno, è stata e continua ad essere oggetto di contestazioni. Ad alcuni sembra che la scuola italiana si sia appiattita sulle esigenze di industrie e imprese private. In certi casi si è addirittura avuto l’impressione che le aziende sfruttassero gli studenti come manodopera gratuita. Altri insistono sulla scarsa congruenza di molte esperienze con il percorso di studi dei ragazzi coinvolti in esse. Obiezioni che però non sembrano escludere possibili miglioramenti nell’anno che inizia e che comunque non sembrano poter vanificare l’intento del governo di avvicinare la scuola al mondo della produzione e del lavoro e di portare maggiori competenze pratiche anche in indirizzi storicamente improntati all’acquisizione di competenze teoriche.

Un sicuro successo della «Buona scuola» sono stati i 500 euro distribuiti a 700mila insegnanti italiani per l’acquisto di libri e computer, o per fruire di spettacoli cinematografici e teatrali, corsi di aggiornamento ed altro. Era una promessa che aveva suscitato molto scetticismo, ma che il governo è riuscito a mantenere. Anche se in un contesto retributivo senza paragoni inferiore a quello di altri Paesi europei, che ha fatto usare a molti dei beneficiati il termine «elemosina»…

Luci e ombre, dunque. L’importante è non puntare sulle une o sulle altre in modo unilaterale e capire la complessità delle questioni. Il resto è fanatismo.

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