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Bartali «Giusto» in un mondo ancora assetato di sangue

La notizia è arrivata. Non inattesa, se ne parlava da tempo. Gino Bartali, il mitico «Ginettaccio», è stato dichiarato «Giusto tra le nazioni» da Yad Vashem, il sacrario della Memoria di Gerusalemme. 

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Parole chiave: ciclismo (32), gino bartali (5), giusto tra le nazioni (2)
Bartali «Giusto» in un mondo ancora assetato di sangue

La decisione, che riconosce l'impegno del ciclista toscano a favore degli ebrei perseguitati in Italia, risale allo scorso 7 luglio, come si legge sul sito dell'organizzazione, ma è stata resa pubblica solo adesso. Lo stesso sito, nella lunga scheda a lui dedicata (dal significativo titolo «Racing to Save Lives»), presenta Bartali come «un cattolico devoto», che nel corso dell'occupazione tedesca in Italia «ha fatto parte di una rete di salvataggio i cui leader sono stati il rabbino di Firenze Nathan Cassuto e l'Arcivescovo della città cardinale Elia Angelo Dalla Costa», già insignito dello stesso riconoscimento lo scorso anno. Com'è noto, Bartali trasportava nella sua bici documenti falsi e altre carte durante i suoi allenamenti.

La notizia ha reso immensamente felici la signora Adriana e il figlio Andrea, anche se non è stata una sorpresa soprattutto dopo l'analogo riconoscimento a Dalla Costa. E Andrea ha voluto particolarmente sottolinearne la coincidenza con l'inizio dei mondiali di ciclismo a Firenze. Il giusto riconoscimento a un giusto reso noto nel giorno giusto, si potrebbe dire. Altro motivo di soddisfazione, in attesa della cerimonia che si terrà in Italia in data da stabilire, il fatto che la famiglia sia già stata invitata a Gerusalemme per una gran fondo di ciclismo dedicata al campione che si terrà nel mese di ottobre.

Eppure non c'è solo da gioire per l'ingresso ufficiale di Gino tra i Giusti tra le nazioni, perché la coincidenza con l'inizio dei mondiali toscani non è purtroppo la sola. Le decine e decine di morti nel supermercato keniota di Nairobi e nella chiesa anglicana pakistana di Peshawar, senza dimenticare quelli causati dal kamikaze che si è fatto esplodere durante un funerale in un quartiere sciita di Baghdad, ci ricordano drammaticamente di come ancora non sia «contento di sangue la belva umana», come scriveva Guccini nella sua «Canzone del bambino nel vento», dedicata ai morti di Auschwitz. E di quanti Giusti debbano ancora correre per salvare vite.

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