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Britannici fuori dall’Europa per un voto di pancia

Quasi sempre, quando negli ultimi quindici anni si sono chiesti ai popoli referendum sull’Unione, il risultato è stato negativo. E' un dato che dovrebbe far riflettere. L'Unione Europea può sopravvivere solo cambiando volto e riconquistando il consenso della maggioranza degli europei.

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Esultanza per l'esito del referendum in Gran Bretagna (Foto Sir)

La Gran Bretagna non è fra i Paesi che stanno peggio in Europa. Altri paesi metterebbero la firma sotto la sua crescita di quasi il 3% e sotto la sua disoccupazione di poco superiore al 5%, anche se la crisi economica si è fatta sentire anche oltre Manica soprattutto con la riduzione dei salari e la crescita della disuguaglianza. Tuttavia il voto britannico che ha gettato l’Europa nel panico è stato più un voto di pancia che di cervello, come dimostra il fatto che sembra già ci sia chi si è pentito. È stato un voto da vecchi nostalgici della grandezza dell’Inghilterra imperiale che per assurdo ha fatto a pezzi un paese mettendo inglesi contro scozzesi, gallesi contro irlandesi, ricchi contro poveri, vecchi contro giovani e che può avere come conseguenza addirittura la fine della Gran Bretagna, con la Scozia e l’Irlanda che se ne vanno per conto suo e la stessa Londra che vuol fare repubblica a sé sfrattando l’unica cosa su cui gli inglesi sono d’accordo e cioè una regina dagli eterni cappelli color pastello che non prende posizione netta nemmeno su un colore.

È stato un voto contro l’immigrazione in un Paese che pure non fa parte dello spazio Schengen e che si immagina di potere ancora commerciare con l’Europa quando i trattati dell’Unione proibiscono il libero commercio con chi non accetta la libera circolazione delle persone. Il voto britannico è stata anche una ribellione di un popolo che non ha leggi scritte contro il diluvio di norme e di sentenze provenienti dall’Unione e dalla sua corte di giustizia sempre più ignorante del principio di sussidiarietà e che fra l’altro impone le unioni gay e la fecondazione eterologa, condanna l’obiezione di coscienza per l’aborto e nega la protezione dell’embrione anche in contrasto con una legislazione nazionale.

I soliti esperti prima dell’esito del referendum ci avevano spiegato che in caso di Brexit chi ci avrebbe rimesso di più sarebbe stata l’Inghilterra mentre per Paesi come il nostro, che non ha molti rapporti commerciali con la Gran Bretagna, le conseguenze sarebbero state insignificanti. In realtà quello che sta succedendo nelle borse in questi giorni dimostra che i Paesi che ci rimettono di più sono soprattutto i Paesi come il nostro.

Il fatto è che la conseguenza più grave del referendum inglese sta meno in quello che ha fatto e più in quello che può fare, non riguarda tanto i rapporti nuovi che si creeranno fra l’isola e il continente, ma la minaccia stessa che l’uscita della Gran Bretagna rappresenta per la sopravvivenza stessa dell’Unione e della zona euro. Se l’Unione si disintegra non ci sarà più la Banca Centrale Europea a comprare i titoli greci italiani e spagnoli e i paesi più indebitati possono andare incontro al fallimento. È su questa eventualità che la speculazione gioca le sue carte e la sua operazione di svendita dei titoli dei paesi più indebitati avrà tanto più successo quanto più cresceranno i segnali che qualcun altro si metta a succhiare la ruota degli inglesi in fuga.

Il rischio è reale. Quasi sempre, quando negli ultimi quindici anni si sono chiesti ai popoli referendum sull’Unione, il risultato è stato negativo. Nel 2002 gli irlandesi dissero no alla ratifica del trattato di Nizza. Nel 2005 i francesi bocciarono sonoramente la voluminosa e laboriosa costituzione europea. Nello stesso anno anche gli olandesi respinsero la costituzione e votarono contro l’associazione dell’Ucraina all’Europa. Marine Le Pen in Francia, Matteo Salvini in Italia, Geert Wilders in Olanda, Kristan Dall in Danimarca  già chiedono un referendum come quello inglese. Diversi sondaggi che circolano sulla opinione dei cittadini dell’Unione non sono molto rassicuranti. Le forze politiche più decisamente europeiste si assottigliano un po’ dovunque. Alcune scadenze elettorali possono già essere lette almeno in parte come facsimili di sommari referendum sull’adesione all’Unione. Il voto di domenica scorsa della Spagna era una di queste prove dove per fortuna gli antieuropeisti sono diminuiti anche se ancora non si riesce a formare una maggioranza. La seconda potrebbe essere anche il nostro referendum istituzionale di autunno decisivo sulla sorte del Pd come forza attualmente più europeista nel nostro paese. Infine ci saranno le elezioni presidenziali francesi dell’anno prossimo in un paese dove l’attuale presidente Hollande è dato al 13 % nei sondaggi e Marine Le Pen vincerà quasi sicuramente al primo turno.

L’Unione europea non può sopravvivere solo cercando di evitare di proibire i referendum come sembrano pensare coloro che di fronte alla crisi non sanno dire altro, come si diceva una volta, che «Dio stramaledica gli inglesi». La Unione Europea può sopravvivere solo cambiando volto e riconquistando il consenso della maggioranza degli europei. Dovrà intromettersi un po’ meno nelle decisioni interne dei loro paesi e ridare un peso alle scelte democratiche che vengono espresse dal basso senza fare scegliere i propri valori da una burocrazia. Anche il Papa ha ricordato che c’è bisogno di "«più libertà» soprattutto «per certe cose che sono della nostra cultura». Anche se all’euro vengono attribuite colpe dovute a i due grandi fenomeni eversivi della globalizzazione e della grande crisi dei derivati che gli sono stati contemporanei, non c’ è inoltre nessun dubbio che gran parte della gente vede nell’Europa dell’euro un periodo di stagnazione economica e di diseguaglianza sociale. Al di là dell’austerità che impoverisce chi è già povero bisogna puntare su crescita e lavoro e cioè su quello che chiedono le persone anziché i mercati in un continente in cui la crescita è sempre al di sotto del 2% e in cui la disoccupazione è sempre a due cifre con punte per cento della disoccupazione giovanile  è del 48% in Grecia del 46% in Spagna, del 44% in Croazia e  del 38% in Italia

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