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Le speranze per il 2015

C’è un’Italia che vorremmo

Libera, coraggiosa, giusta, buona, aperta, pacifica e pacificata. Direte che sogniamo a occhi aperti. Noi preferiamo scommettere sui nostri sogni che svelano il seme di Dio che è stato piantato in noi. Un seme che è la radice del nostro umanesimo. Un seme morto a Gerusalemme, lanciato nel cuore dell’Europa e in quella terra prediletta che è l’Italia.

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Nel passaggio da un anno all’altro è giusto sognare. Così come è giusto sperare. Purtroppo l’anno che abbiamo alle spalle è stato durissimo e tante nostre famiglie hanno sofferto. Ma in tanti abbiamo saputo resistere e costruire, nonostante tutto.

Ma ora, in barba ai «purtroppo» e ai «nonostante», proviamo a sognare l’Italia che vorremmo. L’Italia che amiamo e che conta su di noi, cittadini e credenti.

Noi sogniamo un’Italia libera. Dai suoi vizi (o peccati?), dagli inaccettabili silenzi omertosi, dagli orizzonti culturali ristretti, dai tic del «politicamente corretto», dalle invidie sociali, dalle restrizioni mentali, dalle reazioni sociali stereotipate, dalle fughe consolatorie e assolutorie nel «così fan tutti», dalle reazioni irrazionali alle emergenze. Dunque, un’Italia libera di testa.

Noi sogniamo un’Italia coraggiosa. Capace di dare un calcio alle proprie paure, di tornare a rischiare come ha fatto in tanti frangenti dolorosi della propria storia civile ed economica, di lanciare il cuore oltre l’ostacolo, di guardare più lontano dei prossimi tre mesi, di intravedere un orizzonte comune. Dunque, un’Italia di donne e uomini consapevoli delle proprie forze e dei propri talenti.

Noi sogniamo un’Italia giusta. Dove i giovani abbiano la parte che spetta loro di diritto, dove il futuro non sia una lotteria sociale, dove l’ascensore sociale sia rimesso in moto, dove la giustizia degli uomini sia tale da rendere meno pesante il fardello dei cittadini, dove tutti paghino la giusta dose di tasse perché tutti ne traggano beneficio, dove i diritti basilari siano garantiti a tutti senza distinzione alcuna di sesso razza cultura e religione. Insomma, un’Italia in cui la giustizia sociale sia cercata e praticata.

Noi sogniamo un’Italia buona. Nella quale i buoni non siano considerati fessi, in cui gli onesti meritino il rispetto di tutti, in cui i disonesti siano oggetto della riprovazione sociale, in cui il volontariato sia stimato, in cui lo sguardo non sia sempre velato dall’ombra del sospetto, in cui sia ancora possibile tendere la mano a chi sta un passo indietro, in cui camminare e crescere insieme sia la norma. Dunque, un’Italia in cui il bene sia considerato un vantaggio competitivo rispetto al male.

Noi sogniamo un’Italia aperta. All’Europa e al Mondo. All’accoglienza senza retropensieri razzisti e malmostosi. Alle intelligenze più vive e giovani. Alle forze fresche che vengono su dai territori. Ai suoi giovani eternamente in panchina. Ai suoi vecchi che giorno dopo giorno sono considerati un peso insostenibile. Ai figli che tardano a venire. Insomma, un’Italia aperta al futuro.

Noi sogniamo un’Italia pacifica e pacificata. Che rifiuti la violenza in ogni sua forma, sappia contenere l’esasperazione sociale causata dal disagio, gestisca la protesta dentro i cardini del rispetto reciproco, non alimenti lo scontro di classe e il conflitto sociale, sappia portare in tutti i consessi internazionali la voce di chi ama la pace e rifiuta la guerra come forma di soluzione dei conflitti tra i popoli. Un’Italia, dunque, che scelga la pace per sé e per gli altri, senza se e senza ma.

Direte che sogniamo a occhi aperti. Noi preferiamo scommettere sui nostri sogni che svelano il seme di Dio che è stato piantato in noi. Un seme che è la radice del nostro umanesimo. Un seme morto a Gerusalemme, lanciato nel cuore dell’Europa e in quella terra prediletta che è l’Italia. A noi tutti, italiane e italiani, credenti e non credenti, la responsabilità di farlo rifiorire. L’umanesimo…

Fonte: Sir
C’è un’Italia che vorremmo
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