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Come uscire dal vicolo cieco in cui si è chiuso l’anno scolastico

L'anno scolastico 2014/2015 si chiude all’insegna della conflittualità. Scontro frontale tra governo e insegnanti, con il primo che ribadisce la propria volontà di andare avanti nella sua linea e i secondi compatti come mai dietro ai sindacati, che minacciano il blocco degli scrutini.

Sciopero contro la riforma della scuola (Foto Sir)

I conflitti non sono necessariamente patologici. Ce ne sono di necessari per la nascita di cose nuove. Perciò, in linea di principio, può essere normale che una riforma si faccia strada attraverso la dialettica di voci e di forze discordi. Quello che preoccupa, se mai, è il tenore delle rispettive posizioni. Da una parte, la pretesa che la «buona scuola» possa nascere da un rafforzamento del potere dei dirigenti nei confronti degli insegnanti, invece che da un ripensamento della deriva puramente manageriale che il ruolo di dirigente ha avuto in questi anni, a scapito della tradizionale funzione culturale e didattica della vecchia figura del preside. Dall’altra il rifiuto di ogni valutazione che introduca un criterio di merito nella carriera e nella retribuzione dei docenti, in base all’indimostrato presupposto che, se uno insegna, vuol dire che sa farlo.

La prima linea, quella del governo, ha il pregio di rappresentare le esigenze di una scuola che valorizzi il principio dell’autonomia dei singoli istituti – oggi praticamente ridotto alla sfera amministrativa – , potenziando la loro capacità di selezionare e promuovere il proprio corpo docente in base a criteri qualitativi, invece che a graduatorie fondate su meccanismi burocratici. Il limite, però, è che tutto ciò viene visto in chiave prevalentemente verticistica e senza sufficienti garanzie nei confronti dei pericoli a cui, soprattutto in Italia, sono esposti tutti i poteri senza adeguato controllo.

Si replica che sarà lo stesso mercato a premiare i dirigenti virtuosi e a punire quelli nepotisti e faccendieri. La storia di questi vent’anni dimostra che, almeno nel nostro Paese, questa convinzione è illusoria. Da noi i vertici che «sbagliano» (per usare un eufemismo) non pagano. È improbabile che la dirigenza scolastica possa fare eccezione.

Soprattutto, però, appare discutibile l’idea che l’autonomia si potenzi sottolineando il ruolo del «capo», invece che creando le condizioni per una maggiore responsabilità dell’intera comunità scolastica. Solo che questo avrebbe richiesto un progetto di riforma più attento ai contenuti culturali della scuola, al suo ruolo nella società odierna, alla sua missione, invece che ai soli meccanismi formali. E il governo Renzi – ma forse anche l’attuale parlamento – non ha lo spessore intellettuale e progettuale per una visione così ampia.

La seconda linea, quella dei sindacati, fa presente giustamente le riserve di cui sopra a proposito del ruolo del dirigente, ma ha il difetto di contrapporre a questa proposta sbagliata di innovazione il rifiuto di ogni cambiamento che non consista nella mera assunzione del maggior numero possibile di precari. È la logica sindacale che purtroppo si è da tempo ristretta – e non solo nel mondo della scuola – alla difesa, invece che dei lavoratori, del «posto». Perché difendere chi lavora significa avere a cuore la qualità del suo specifico impegno, anzi esigerla prima di tutto da lui stesso, non difenderne strenuamente il posto anche se lavora poco e male. Sostenere che tutti gli insegnanti sono egualmente preparati, capaci e volenterosi e devono perciò essere trattati, dal punto di vista della carriera e delle retribuzioni, allo stesso modo, rientra nella triste logica del «posto», invece che in quella, creativa e responsabilizzante, del «lavoro».

Nella stessa angusta prospettiva si colloca l’esacerbata opposizione ad ogni valorizzazione della scuola paritaria. Lo slogan, scandito con tanto entusiasmo, «difendiamo la scuola pubblica», dimentica che anche quella non statale può ben essere pubblica, nella misura in cui risponde alle esigenze del bene comune, così come anche quella statale può diventare «privata» se concepita in funzione di interessi corporativi. Vero è che ci sono scuole paritarie indegne del titolo di «scuola». Ma ce ne sono anche di statali! La battaglia dev’essere volta, come in tutti i Paesi civili, a garantire la qualità culturale e pedagogica degli istituti, statali o paritari che siano, non a difendere una fittizia legittimazione basata sulla dipendenza gerarchica dal ministero della Pubblica istruzione.

È difficile individuare la chiave per uscire da questo vicolo cieco. Forse un contributo costruttivo potrebbe darlo l’opinione pubblica se, invece di guardare agli insegnanti come a un corpo di privilegiati e di fannulloni, recuperasse il senso della loro delicatissima missione e ne sposasse le giuste esigenze di una rivalutazione culturale e, di conseguenza, anche sociale. Questi opposti errori sono il frutto di una visione sbagliata, oggi largamente diffusa, della figura del docente, che l’ha confinata in un ghetto di mediocrità. La «buona scuola» non nascerà se non uscendo da questo ghetto.

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