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L’anniversario

Così la pace divenne un «dovere» per tutti

Cinquant’anni fa, l’11 aprile 1963,  papa Giovanni XXIII pubblicava l’enciclica «Pacem in terris», nella quale si afferma per la prima volta chiaramente che di fronte al possibile olocausto nucleare la teoria classica della «guerra giusta» non poteva reggere più. Un testo che mantiene ancora oggi una grande attualità.

Percorsi: Giovanni XXIII - Pace
Parole chiave: John F. Kennedy (1), Nikita Krusciov (1)
Papa Giovanni XXIII

L'11 aprile di cinquanta anni fa papa Giovanni XXIII pubblicava l’enciclica Pacem in terris. Due giorni prima, in occasione del Giovedi Santo, il papa aveva voluto dare una grande pubblicità all’avvenimento firmando per la prima volta un’enciclica davanti alle telecamere della televisione.

L’enciclica più famosa del «papa buono» veniva però a coronare una intensa opera a favore della pace e del riallacciamento dei rapporti con l’Urss a cui il papa si era dedicato nei mesi precedenti a cominciare proprio da quell’ottobre 1962 in cui si era avuta la pericolosissima crisi di Cuba e il Santo Padre aveva saputo di quel tumore allo stomaco che in meno di nove mesi avrebbe posto fine alla sua vita.

Il 25 ottobre, nel momento più drammatico di tutta la guerra fredda, quando le navi sovietiche si stavano avvicinando alle navi americane che ponevano il blocco a Cuba con il rischio di uno scontro armato fra Usa e Urss e di una apocalisse nucleare, il papa aveva inviato un messaggio a Kennedy e a Krusciov che fu letto alla radio a mezzogiorno. I governanti – invocava il papa – «facciano tutto ciò che è in loro potere per scongiurare la guerra… Promuovere, favorire, accettare trattative ad ogni livello e in ogni tempo». A Mosca la Tass, superando ogni aspettativa, riprese immediatamente il testo del messaggio e la Pravda gli dedicò un intero articolo. Sarà anche una pura coincidenza, ma il giorno dopo Krusciov inviava a Kennedy la lettera risolutiva della crisi che proponeva il ritiro dei missili da Cuba in cambio della garanzia a non invadere l’isola.

Il primo Natale senza guerre. La breccia aperta nel muro di assoluta incomunicabilità che da quaranta anni divideva il Vaticano dalla Unione Sovietica doveva lentamente essere allargata nei mesi successivi. In questo lavoro di costruire un ponte mai esistito, a Mosca ebbe un ruolo importante una persona eccezionale come Norman Cousins, un cattolico americano da sempre attivissimo nella lotta per il disarmo e contro gli armamenti nucleari, che anni prima aveva portato in America venti donne sopravvissute ad Hiroshima per fare vedere ad occhio nudo gli effetti della bomba atomica e che ora aveva stabilito un rapporto fiduciario con il capo del Cremlino. Su suggerimento di Cousins il 21 novembre, in occasione dell’ottantesimo compleanno del papa, giunsero a sorpresa gli auguri da parte di Krusciov di cui il papa ringraziò con un messaggio fatto pervenire all’ambasciata russa presso il Quirinale a Roma, visto che non c’erano rapporti diretti. Il 21 dicembre arrivarono a Krusciov gli auguri natalizi del papa: «Pace agli uomini di buona volontà – scriveva il papa – Che il buon Dio ci ascolti». Il papa cominciava a contare molto sulla disponibilità al dialogo del segretario del Pcus e il giorno di Santo Stefano il papa scrisse nel suo diario: «Krusciov ci prepara delle sorprese?». Dopo la tempesta terribile di tre mesi prima fu quello un Natale straordinario senza nessuna guerra in corso. Il papa lo notò nell’udienza generale dello stesso giorno: «Ora – disse – regna veramente la pace in tutte le parti del mondo». A quella pace il papa aveva da parte sua un grande contribuito. Lo riconobbe anche il Time che per l’opera del pontefice a favore della pace gli dedicò la copertina come uomo dell’anno.

Il 18 gennaio successivo si ebbe il primo risultato concreto del dialogo iniziato con il capo del Cremlino. Dopo 18 anni di carcere veniva liberato monsignor Slipy, vescovo di Leopoli e metropolita della Chiesa greco-cattolica ucraina. Il 7 marzo il papa riceveva il premio Balzan per la pace e per l’occasione permetteva che un comunista russo entrasse per la prima volta in Vaticano ricevendo il genero di Krusciov, Aleksej Adjubei e sua moglie. Rada Khrusciova, ormai anziana, ha raccontato alcuni anni fa i contenuti di quel colloquio. Rada consegnò al papa una lettera del padre e il papa firmò davanti a lei la sua risposta. Il papa le regalò un rosario dicendo che era una cosa più preziosa di un gioiello. Poi volle sapere il nome dei suoi tre figli aggiungendo: «Dovete sapere che ogni mattina la mia preghiera è per i bambini che nascono quel giorno». Infine invitò senza pregiudiziali il padre di Rada a Roma: «Venga, ci sarà sempre la porta aperta qualunque cosa succeda».

La visita scandalizzò e sorprese i conservatori e i politici di professione. Il cancelliere tedesco Adenauer la giudicò «completamente incomprensibile». Ma persino Kennedy, come racconta il suo biografo Arthur Schlesinger, ironizzò sull’avvenimento immaginando che Adjubei avesse portato «centinaia di bibbie marxiste in Vaticano».

La distinzione tra «errore» e «errante». A coronamento di tutto questo lavoro in direzione della pace e del dialogo giungeva infine l’enciclica sulla pace che monsignor Pietro Pavan, rettore della Pontificia Università Lateranense, aveva proposto ed elaborato nei mesi precedenti. Le novità della enciclica per quanto riguarda la dottrina della Chiesa sulla pace sono note. Prima di tutto l’appello per la pace dell’enciclica è rivolto non solo ai cattolici, ma a tutti gli uomini di buona volontà ed è così esteso a tutta l’umanità. Quello che fino ad allora era stato un invito ai cristiani a conservare fra loro la pace che Cristo aveva affidato ai suoi discepoli diventava un richiamo a tutti gli uomini che in base non solo ad un credo religioso, ma anche semplicemente seguendo la loro libertà di coscienza, si sentissero obbligati a servire anch’essi e al bene comune. Poi c’era la distinzione famosa fra l’errore e l’errante per cui la Chiesa può, secondo papa Roncalli, avere rapporti con gli acattolici non solo attraverso i concordati, ma anche con la collaborazione intorno a progetti comuni e condivisi al di là delle varie provenienze ideologiche. Inoltre l’enciclica affermava per la prima volta chiaramente che di fronte alla guerra atomica la teoria classica della guerra giusta non regge più perché anche il bene che si vorrebbe salvaguardare con la guerra diventa mille volte insignificante rispetto ai danni apocalittici che la catastrofe atomica produce. Infine l’enciclica conteneva la critica esplicita alla teoria allora corrente dell’equilibrio nucleare perché avvertiva che ogni nazione è spinta a costruire sempre nuove armi per mantenere questo equilibrio e la teoria dell’equilibrio conduce in pratica alla corsa agli armamenti. Il 13 aprile Norman Cousins consegnò a Krusciov l’enciclica che la fece tradurre e pubblicare integralmente in russo.

L’inizio della «distensione». La enciclica uscì venti giorni prima che in Italia si tenessero le elezioni politiche del 28 aprile in cui il partito comunista aumentò i suoi voti di meno di tre punti in percentuale. Quello che era un fenomeno in fondo marginale e facilmente spiegabile con il travaso dei voti dei socialisti scontenti del centrosinistra e con i voti degli gli emigranti del Sud che, salendo al Nord ,avevano trovato come unico sostegno l’organizzazione del partito comunista, la stampa di destra, sia fuori che in Italia, volle attribuire il modesto successo elettorale comunista ad un effetto dell’enciclica che con il dialogo avrebbe fatto dimenticare le vecchie condanne del comunismo. Era questa una visione così misera del ruolo della Chiesa per cui il Vaticano non doveva essere altro che un attore perfino subordinato della politica italiana e non un protagonista della storia del mondo intero come proprio l’azione in favore della pace di papa Giovanni l’aveva fatto in pratica diventare. «I comunisti traggono dall’operazione il massimo profitto» scrisse in Francia il giornale gollista Paris Press. La stessa interpretazione diede in sostanza a Londra anche il Times.

In Italia a commento dell’enciclica il Corriere dell’Informazione se ne uscì con un titolo addirittura sprezzante: Falcem in terris. Senza arrivare ad una tale volgarità anche i commenti del Corriere della Sera e de Il Tempo furono praticamente dello stesso tenore. Su Il resto del Carlino del I maggio anche Giovanni Spadolini attribuì l’aumento dei voti comunisti al «diverso atteggiamento della gerarchia ecclesiastica e dello stesso pontefice di fronte alla nazione guida del comunismo mondiale».

Non furono molti coloro che per il momento riuscirono a sollevarsi da una visione così gretta e provinciale dell’enciclica papale. Ma sarebbe bastato appena guardare già nel futuro prossimo per vedere i risultati del lavoro per la pace di papa Giovanni. L’uso dell’arma atomica, che era stato minacciato esplicitamente dagli americani durante la guerra di Indocina e dai russi durante la guerra-arabo israeliana del 1956 e messo sul conto come possibilità durante la crisi di Cuba, non apparirà più nemmeno come strumento di pressione politica nel dibattito internazionale. L’enciclica contribuì a screditare chiunque da allora in poi avesse osato usare l’arma atomica anche solo come avvertimento. Il dialogo fra Est ed Ovest di cui il papa era stato partecipe darà inizio alla fase più matura della distensione con le prime misure prese appena dopo la morte di papa Roncalli: la creazione di un «telefono rosso diretto» fra Kennedy e Krusciov, la moratoria negli esperimenti nucleari. Subito dopo la morte del papa, l’assassinio di Kennedy e il licenziamento di Krusciov, nonostante la scomparsa in meno di due anni di tutti i protagonisti di una stagione di speranza straordinaria, arriveranno altri frutti della distensione. Fra questi la fine degli esperimenti atomici e il trattato di non proliferazione nucleare.

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