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Crimea, obbligati al dialogo con questa Russia

Non staremo qui a discutere se il referendum con cui di fatto la Crimea è stata annessa alla Russia sia legittimo o meno. Il principio della autodeterminazione dei popoli ha avuto la sua età dell’oro fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Poi ci siamo accorti che lasciare libera la popolazione di una regione di decidere a quale stato appartenere crea spesso più problemi di quanti non ne risolve.

Percorsi: Crimea - Russia - Ucraina
Manifestazioni a Simferopoli (Foto Sir)

Di fatto l’autodeterminazione estesa ovunque rende fragile ogni frontiera e può frantumare all’infinito ogni stato senza riuscire a dividere nazioni che spesso non sono messe l’una accanto all’altra, ma sono mescolate l’una all’altra perfino in uno stesso quartiere. Ammesso quindi che la mossa di Putin sia dettata solo da ragioni di principio, il meno che si può dire è che il suo nazionalismo è un nazionalismo di un uomo del passato. Anche se è pur vero che non molto tempo fa quasi tutti i governi occidentali hanno riconosciuto l’indipendenza di stati come la Slovenia, la Croazia, il Kossovo creati con un referendum analogo a quello recente della Crimea e in questi casi non riconosciuto dalla Russia.

Ma al di là dei principi o dei pretesti è chiaro che Putin sta ormai cercando di ritoccare i confini della Russia. Dopo la correzione dei confini con la Georgia con la guerra lampo di sei anni fa ora è riuscito a riconquistare la Crimea. Eppure in questa opera di restauro delle roccaforti di un tempo è difficile dire quanto giochi la nostalgia della superpotenza passata e quanto la sensazione di potenza assediata e perfino umiliata. Di fatto comunque non si può negare che la fine traumatica dell’Urss venti anni fa può essere visto da parte del sentimento nazionale russo non solo come una sconfitta, ma come una mortificazione. E una mortificazione dovuta più a quello che ne è seguito che al dissolvimento di una Unione Sovietica che si estendeva su due continenti da Vladivostok fino a Odessa.

Nell’ultimo quarto di secolo, dopo il crollo del muro di Berlino, ben dodici paesi che avevano fatto parte del patto di Varvasia o della stessa Urss (tanti quanti quelli che avevano fondato l’Alleanza Atlantica nel lontano 1949) sono entrati a far parte della Nato.  Oggi con l’adesione della Polonia, della Estonia, della Lituania e della Lettonia la Nato ha raggiunto i confini della Russia. Basi americane sono ormai non solo in Bosnia e nel Kossovo, ma anche in Ungheria e in Bulgaria. Spesso l’adesione alla Ue degli ex -paesi del Patto di Varsavia e dell’Urss è stata il primo passo per l’adesione alla Nato. Perlomeno un principio di cautela consigliava un minimo di consultazione con la Russia anche prima di decidere l’adesione alla Ue di paesi come l’Ucraina e la Georgia. Per quanto assoluto sia il diritto di fresca indipendenza conquistato da questi stati non si può dimenticare che fino quasi ad ieri questi paesi sono stati non solo zona di influenza russa, ma Russia stessa.

L’Ucraina è stato il paese dove intorno a Kiev è nato il nome stesso e la cultura della Russia e la regione è stata parte della Russia per più di tre secoli, mentre la Georgia lo è stata per quasi due secoli. Quanto alla Crimea è stata il luogo dove alla fine la Russia ha trovato il suo primo accesso ad un mare  senza ghiaccio. E basta leggere le pagine che uno scrittore pure pacifista come Tolstoj ha dedicato all’eroismo russo nella famosa guerra di Crimea di centosessanta anni fa per capire il posto che la Crimea ha potuto occupare nell’immaginario di un grande paese. Per quanto irrealistico lo spettro che la Crimea potesse prima aderire alla Ue e poi alla Nato con la possibilità che Sebastopoli potesse essere convertita da base russa a base americana deve avere turbato i sonni non solo di Putin, ma anche di qualche altro russo.

Certamente il modo nazionalistico con cui Putin cerca ora di riprendersi qualcosa della vecchia Urss non può non preoccupare. Se il motivo per la annessione di fatto alla Russia della Crimea è la presenza nella penisola di tanta popolazione russa che cosa può accadere domani, ad esempio, con la Estonia che ha al suo interno un trenta per cento di russi e che fa parte della Nato? Ma in realtà, se siamo giunti a questo grado di tensione fra Russia ed Unione Europea, lo dobbiamo anche al fatto che la Russia negli ultimi venti anni si è sentita accerchiata da paesi che hanno un contenzioso storico di secoli con il potente vicino e praticamente esclusa da ogni dialogo sulla sistemazione dell’Europa nonostante che già nell’Ottocento Mosca sia stata considerata parte di quello che allora si chiamava  il «concerto europeo».

Eppure la Russia anche se non è più la superpotenza mondiale di un tempo rimane pur sempre una grande potenza. Se non lo è più per l’attrazione ideologica, lo è per la sua potenza economica, per il suo ruolo politico, per il suo arsenale militare. Quale sia ancora la potenza della Russia è stato dimostrato dal fatto stesso che anche in questa occasione le sanzioni minacciate contro Mosca alla fine si sono dimostrate irrisorie perché non si possono fare sanzioni vere alla Russia senza colpire l’Europa e viceversa. La Russia fornisce all’Europa il 30 per cento del gas di cui ha bisogno e la sola Germania, che di fatto decide per l’Europa, ha con la Russia scambi per settantacinque miliardi di dollari all’anno e 6.000 imprese delocalizzate sul suo territorio. Nonostante qualche voce grossa da parte dei suoi dirigenti, alla stessa Ucraina non conviene uno scontro aperto con la Russia. Non ovviamente sul piano militare, ma nemmeno sul piano economico visto che il 60 per cento del gas che consuma l’Ucraina proviene dalla Russia con uno sconto di un terzo sul prezzo riservato ad altri e con un debito ancora da saldare per quasi due miliardi di dollari.

Nonostante tutto la Russia rimane ancora determinante non solo per la pace in Europa, ma anche per la pace nel mondo. La Russia è ancora la seconda potenza nucleare del pianeta  e, a seconda che si scelga lo scontro o il dialogo con la Russia, si sceglie anche il riarmo o il disarmo atomico. La Russia è infine un paese che gode sempre del diritto di veto all’Onu. È quindi  ancora con la collaborazione o meno fra i membri del consiglio di sicurezza che si decide se l’Onu potrà operare per la pace, oppure rimanere uno strumento inutilizzato in soffitta così come lo è stato durante mezzo secolo di guerra fredda. Persino sulle due questioni più gravi attualmente sul tappeto – la guerra civile siriana e il temuto armamento atomico dell’Iran – la Russia si è già mostrata determinante nell’aiutare nell’un caso e nell’altro una soluzione positiva. Non solo quindi per le sorti della Crimea e dell’Ucraina, ma per le sorti in genere  della pace nel mondo è fondamentale e inevitabile il dialogo non solo con la Russia, ma con questa Russia. Fino a dovere tenere conto delle sue frustrazione e delle sue preoccupazioni oltre che delle sue  ragioni.

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