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Da Atene arriva la conferma del fallimento della cura austerità

Jacques Delors, che, essendo stato presidente della commissione europea dal 1985 al 1995, è considerato giustamente il padre fondatore dell’euro, ha detto che le attuali cure di austerità imposte dall’Unione ai paesi in crisi sono «la ricetta migliore per insegnare agli stati a morire guariti».

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Parole chiave: Euro (131), Bce (4)
La sede della Bce (Foto Sir)

Ed in effetti, a quasi sette anni di distanza dall’inizio della grande crisi, bisogna purtroppo ammettere che le misure di riduzione della spesa e di aumento delle tasse imposte ai paesi più esposti hanno più aggravato che risolto i loro problemi. Il debito pubblico, anziché diminuire, è aumentato dal 103 % del pil al 132 % in Italia, dal 36 al 93 % in Spagna , dall’83 al 129 % in Portogallo. In Grecia, il paese messo peggio di tutti gli altri, il debito è cresciuto dal 107 al 132 %. Ed è ormai sempre più evidente che stretta sui consumi e nuove tasse provocano chiusura di aziende e disoccupazione e di conseguenza diminuzione del reddito nazionale con l’aumento proprio di quel debito che si voleva ridurre.

La cura della austerità basata esclusivamente sulla riduzione della spesa sta avendo sostenitori sempre meno convinti anche perché nel frattempo i paesi fuori dell’euro che hanno risposto alla crisi non con la stretta, ma addirittura con l’espansione monetaria, sono ormai usciti dalla stagnazione. È il caso degli Stati Uniti, dove pure la grande crisi era nata, che sono tornati a crescere in maniera sorprendente e, seppure in misura minore, della Gran Bretagna.

Naturalmente la Grecia è stato il paese che, nella logica dello stringere la cinghia, in ragione delle sue condizioni disastrose ha avuto dalla «troika» dell’Unione Europea, della Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale la cura più dura: eliminazione della quattordicesima e della tredicesima, pensioni ridotte di quasi il 20 %, riduzione di un terzo dello stipendio dei dipendenti pubblici, duecentomila impiegati licenziati, riduzione del salario minimo a 580 euro lordi e taglio di un terzo delle spese della scuola. Il risultato è stato il fallimento di 180 mila imprese e la disoccupazione schizzata al 26 % con quella giovanile al 50 %.

Era quasi inevitabile che la disperazione sociale prima o poi cercasse alla fine anche uno sbocco politico perfino con il rischio di non distinguere molto fra sogni e soluzioni nel momento in cui si ha un bisogno disperato di speranze. Così in Grecia un partito che fino a tre anni fa non esisteva ha vinto le elezioni. Ma una situazione simile sembra che stia maturando anche in Spagna dove Nos Podemos, un movimento appena nato, rischia di vincere le elezioni di fine anno e perfino in Portogallo dove alla organizzazione Manifesto 74 stanno aderendo non solo decine di economisti, ma anche esponenti cattolici e perfino vescovi.

La sorte che l’Unione riserverà al nuovo governo della Grecia sarà quindi la cartina di tornasole per decidere anche della evoluzione politica degli altri paesi ancora impantanati nella crisi. Sarà difficile che a Bruxelles si accetti la tesi pura e semplice della riduzione del debito greco come ha chiesto in un primo momento il nuovo governo di Atene. Oltretutto questa misura punirebbe gli altri paesi che hanno prestato i soldi alla Grecia compreso il nostro che è esposto per quaranta miliardi di euro. E soprattutto impaurirebbe i mercati che chiederebbero tassi più alti anche a tutti gli altri paesi visto che la Grecia avrebbe dimostrato che nella zona euro si possono prestare soldi senza vederli almeno in parte tornare indietro. E tuttavia è impensabile che la Grecia possa far fronte alle riforme e al rimborso dei debiti nei tempi perentori che ora gli sono richiesti. Per esempio è impossibile che la Grecia restituisca i 240 miliardi di euro che ha avuto in prestito dalla cosiddetta «Troika» entro il 2057. Questa emorragia costante di ciò che rimane della sua ricchezza vorrebbe dire in pratica ridurre il reddito della Grecia di almeno il 3 % per quaranta anni consecutivi. Al contrario è possibile finalmente far iniziare a fare anche alla Banca Centrale Europea quello che tutte le banche centrali fanno, cioè acquistare il debito eccessivo e immettere denaro fresco in un una economia stagnante.

Come è noto il presidente della Banca centrale Europea Mario Draghi ha deciso di iniettare nell’eurozona 40 miliardi di euro al mese per un totale di 1.000 miliardi di qui al 2016. Questa misura è stata considerata così significativa che, mentre nello stesso documento di economia e finanza del governo italiano (Def) si attribuisce a tutte le riforme messe in cantiere la possibilità di fare aumentare il nostro reddito nazionale di un miserrimo 0,1 %, l’ufficio studi della Confindustria ha attribuito alla mossa di Draghi il potere di far crescere i il nostro reddito nazionale del 2,8 % in due anni. Segno questo inequivocabile, purtroppo, che il potere economico è sempre meno in mano ai governi nazionali e sempre più in mano alle istituzione internazionali e che gli organismi tecnocratici fanno ormai e disfanno trenta volte di più di quello che possono fare e disfare le rappresentanze democratiche.

Ma i famosi «quantitative easing» di Draghi arrivano solo in ritardo a fare ciò che tutte le banche normali fanno quando non hanno come solo scopo la lotta alla inflazione come purtroppo ha avuto finora la Banca Centrale Europea, ma anche la prospettiva della crescita anche a costo di stampare carta moneta o di mettere in circolazione moneta virtuale.

E non è un caso se chi sta fuori dell’euro è ripartito prima. La Federal Reserve americana acquista ormai 40 miliardi di dollari al mese a tempo determinato. In Gran Bretagna la Bank of England ha messo in programma l’acquisto di 375 miliardi di sterline. Persino la banca del Giappone ha immesso negli ultimi anni nella propria economia 91 miliardi di yen pur se il paese rappresenta l’ottava meraviglia del mondo per riuscire a compiere la magia di avere un debito doppio di quello italiano e un reddito in crescita almeno fino a pochi mesi fa.

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