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Dal Sinodo traspare una Chiesa viva come non mai

Il Sinodo si avvia alla sua conclusione. Non si può ancora, perciò, prevederne l’esito, ma si possono già fare delle considerazioni sul significato e l’andamento di questa assise, destinata a rimanere nella storia della Chiesa di questi ultimi decenni come uno dei più significativi momenti del suo cammino verso una sempre più piena collegialità.

Padri sinodali in uscita dall'Aula del Sinodo (Foto Sir)

Non è un caso che qualche giorno fa, proprio riferendosi a questa istituzione (se ne ricordava il cinquantenario), papa Francesco abbia ribadito la sua intenzione di accelerare il cammino della Chiesa verso una maggiore sinodalità. A questo proposito egli ha ribadito «la necessità e l’urgenza di pensare a una conversione del papato» che, senza intaccarne il significato, lo situi in una prospettiva più comunitaria. «Sono persuaso – ha detto il Pontefice – che, in una Chiesa sinodale, anche l’esercizio del primato petrino potrà ricevere maggiore luce. Il Papa non sta, da solo, al di sopra della Chiesa; ma dentro di essa come battezzato tra i battezzati e dentro il collegio episcopale come vescovo tra i vescovi, chiamato al contempo – come successore dell’apostolo Pietro – a guidare la Chiesa di Roma che presiede nell’amore tutte le Chiese».

Non è questo il momento di sottolineare l’importanza che una simile prospettiva ha sul piano ecumenico. Qui è importante notare come questo discorso sia il migliore commento allo stile di libero confronto che, per volontà della stesso Francesco, sta caratterizzando il Sinodo in corso di svolgimento. È come se il Papa avesse voluto farne la prova generale di una Chiesa a più voci, che non teme la loro varietà e i dissensi che ne sono l’inevitabile risvolto, nella convinzione che l’armonia autentica  suppone questa varietà. Né va dimenticato che la sinodalità – come il pontefice ha ricordato nel discorso sopra citato – non coinvolge solo i vescovi, ma anche il popolo di Dio, con il suo sensus fidei, e che proprio in questa direzione il lavori sinodali, fin dall’assise del 2014, sono stati preceduti da ampie consultazioni della base.

È in questo contesto che vanno situati gli accesi dibattiti di questi giorni relativamente alla questione cruciale, che, come è noto, è quell’ammissione dei divorziati risposati all’Eucaristia.

Da una parte vi sono coloro che – come il cardinale Erdö, relatore della prima giornata – in nome della tradizione e del magistero di Giovanni Paolo II nella Familiaris consortio, vedono un nesso inscindibile tra l’indissolubilità del vincolo del matrimonio sacramentale, di cui la Chiesa non può disporre, e l’esclusione di coloro che hanno rotto questo vincolo contraendone un altro – almeno finché perseverano nella loro scelta – dalla piena comunione ecclesiale espressa nella condivisione del corpo e del sangue di Cristo. Di fronte agli appelli alla misericordia, essi mettono in guardia dal pericolo di scambiare la misericordia evangelica con quella perdita del senso del peccato che sarebbe un cedimento alle logiche mondane.

Dall’altra si trovano i padri sinodali che, appellandosi a un uso già in vigore nelle Chiese orientali, considerano la decisione di ammettere i divorziati risposati all’Eucaristia una scelta pastorale, che non mette in discussione l’indissolubilità del matrimonio e che quindi è di competenza della comunità ecclesiale. Di fronte all’obiezione che in questo caso a differenza che in altri, lo stato di peccato persiste, fanno notare che in certi casi la fine del rapporto precedente è irreversibile e rompere la nuova situazione affettiva provocherebbe solo, soprattutto per i figli, un ulteriore danno. Peraltro, essi sottolineano, non si tratterebbe di avallare un indiscriminato «condono», ma di decidere caso per caso l’opportunità di avviare un mirato percorso penitenziale, sotto la guida del vescovo e con l’accompagnamento della comunità cristiana.

Questo, in sintesi, lo stato del dibattito. Un principio che potrebbe preludere a un accordo è stato espresso dal circolo dei padri sinodali di lingua tedesca, dove sia i sostenitori dell’una che quelli dell’altra linea (ci rifiutiamo di chiamarli «conservatori» e «progressisti», come fa spesso la stampa, perché questo significa falsare il senso del dibattito) hanno approvato all’unanimità un documento dove, rifacendosi a San Tommaso d’Aquino, si dice che «bisogna applicare i principi di fondo con intelligenza e saggezza rispetto alle singole situazioni spesso complesse. Tuttavia non si tratta di eccezioni nelle quali la parola di Dio non sarebbe valida, bensì della questione della giusta ed equa applicazione – con intelligenza e saggezza – della parola di Gesù, ad esempio delle parole sulla indissolubilità del matrimonio».

In altri termini, non si dovrebbe derogare a una verità teologica e morale, ma farne l’applicazione nel modo corretto, con discernimento, nel rispetto dei casi concreti. Ma forse ancora più incisivo delle sagge parole del santo dottore della Chiesa è stato il racconto, fatto da un vescovo latino americano, del toccante episodio di un bambino, figlio di divorziati risposati, che durante la funzione della sua prima comunione ha preso l’ostia dalle mani del sacerdote, l’ha spezzata in tre parti e ne ha offerto due ai genitori.

Non sappiamo come questo Sinodo si concluderà. E del resto, spetta al Papa, in ultima istanza, prendere, dopo matura riflessione, le decisioni finali. Sappiamo però che mai la Chiesa ci è apparsa così viva come in questo momento.

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