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Dalla Siria all’Iran la forza del dialogo

Con la minaccia dell'uso della forza contro la Siria, Usa e Francia si proponevano di non permettere ad Assad di usare nuovamente armi chimiche. L'aver trovato una soluzione negoziata ha ottenuto il risultato senza provocare distruzioni e morti che qualsiasi azione militare avrebbe inevitabilmente portato con sé. E intanto anche dall'Iran arrivano segnali distensivi.

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Dalla Siria all’Iran la forza del dialogo

Qualche volta è bene che i soldati non facciano i soldati. I pacifisti si divertono a ricordare che anche i soldati che erano stati messi a guardia del sepolcro di Cristo disobbedirono alla consegna, si addormentarono lasciando che il Salvatore uscisse dalla tomba e permettendo così con la loro diserzione che si realizzasse l’evento più clamoroso della storia umana. Ma a parte i paradossi e fatte tutte le grandi, debite proporzioni anche nella drammatica crisi seguita all’uso delle armi chimiche in Siria non si può dire almeno per ora che il fatto che si siano lasciati i missili a dormire sulle loro basi di lancio abbia prodotto risultati negativi. Tutt’altro.

Rinunciando all’uso della forza per le ostilità delle opinioni pubbliche, per la riottosità dei parlamenti e per la mobilitazione che ha fatto seguito all’intervento del Papa non solo non si sono provocate ovviamente distruzioni, vittime e una eventuale estensione del conflitto, ma non si sono provocati nemmeno danni politici. Anzi sembra che quasi tutti gli obiettivi che ci si proponeva con i raid siano stati raggiunti attraverso il dialogo e per via diplomatica con la sorpresa addirittura di qualche imprevisto supplemento di possibile pacificazione in più.

Che cosa infatti ci si proponeva almeno ufficialmente di ottenere bombardando la Siria? Non la caduta di Assad. Questo obiettivo è stato categoricamente smentito perfino dal presidente francese Hollande, il capo di governo più interventista fra gli interventisti. Semplicemente ci si proponeva, detto nel solito linguaggio diplomatico, di «non banalizzare l’uso dell’arma chimica» e cioè, tradotto in parole povere, di non permettere ad Assad di usare il gas di nuovo. Ebbene ora che Assad si è impegnato a consegnare tutto il suo arsenale chimico non ci sono dubbi che, se la promessa sarà onorata, questa sarà la migliore garanzia che il gas non sarà più usato in futuro.

Ma chi voleva dare una lezione ad Assad voleva soprattutto mandare attraverso la Siria una precisa minaccia all’Iran mettendogli davanti agli occhi che cosa sarebbe accaduto anche alla Repubblica islamica se avesse insistito nei proprio programmi nucleari. «Come fare perché una assenza di reazione non sia interpretata dall’Iran come una luce verde per il suo programma nucleare?», ha scritto Le Monde, un altro esempio di sinistra altrettanto interventista. Ora si dà il caso che proprio dall’Iran nelle ultime settimane sono venuti i segnali di distensione più sorprendenti e confortanti anche se di questa novità determinante si parla pochissimo come se per il musulmani valesse il principio che non si deve dire altro che male così come per i morti vale al contrario il principio che non si deve dire altro che bene.

Ma non c’è dubbio che il nuovo presidente iraniano Rothani, eletto a sorpresa nel giugno scorso nell’indifferenza generale dei mass media, ha dato alla politica della Repubblica islamica una svolta di 180 gradi. Ricordate il precedente presidente Ahmadinejad? Per lui Israele era «il regno più criminale della storia dell’Umanità». Diceva «l’Olocausto è un grosso inganno» e «Israele deve sparire». Il nuovo presidente ha fatto dire invece al proprio ministro degli esteri che l’Iran «condanna il massacro degli ebrei da parte dei nazisti» e il 5 settembre scorso in occasione del Capodanno ebraico, Rohani, ha fatto i propri auguri a tutti gli ebrei.

Infine pochi giorni fa ha detto alla tv americana Nbc: «Non abbiamo mai perseguito la fabbricazione di una bomba atomica e non lo faremo mai». Poi ha scritto al presidente Obama per incontrarlo. Ecco un altro caso per cui era stato previsto l’uso della forza (che anzi, secondo alcune versioni, sarebbe già stata addirittura usata da Israele con conseguenze catastrofiche se non fosse stato trattenuto dal presidente americano) e che invece sembra avviato a soluzione attraverso il dialogo.

Che cosa rimane di insoddisfatto allora per chi voleva i raid? Forse la teoria o soltanto il gusto di punire sempre e comunque chi sbaglia. Ma il giudice degli stati può essere solo l’Onu e non un altro stato o un club di stati che si affacciano sull’Atlantico. A questo proposito lo scrittore Teodorov ha scritto in questi giorni che un intervento gestito solo dal mondo occidentale gli ricordava il «fardello dell’uomo bianco» chiamato secondo Kipling «a vegliare su popoli metà barbari e metà bambini» provocando, scriveva ancora Kipling, «il rimprovero di chi si migliora» e «l’odio di coloro su cui veglia».

Del resto una volta cominciato a «punire» non si dovrebbe purtroppo smettere più. Dopo il racconto del trattamento bestiale ricevuto dai ribelli siriani fatto da Domenico Quirico su La Stampa e dopo le analoghe sevizie che probabilmente dovrà subire da parte dei ribelli anche padre Dall’Oglio ammesso che sia ancora vivo, sappiamo che anche la guerra civile siriana , come quasi tutte le guerre civili, non è un western in bianco e nero fra il «buono» e il «cattivo». È piuttosto una guerra fra il «male» e il «peggio» con l’aggravante che, più passa il tempo, e sempre meno si sa dove sta di casa l’uno e l’altro. Anche perché non sappiamo quale vittoria in Siria sarebbe giusta: la guerra non è la soluzione, ma il problema. E la soluzione non è fare vincere, ma fare smettere. Magari cercando di riportare tutti a Ginevra.

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