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Dalle unioni civili alle elezioni la politica delle debolezze

Al di là delle decisioni finali del Parlamento, le ultime settimane – dominate dal caso del disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili – hanno segnato un momento di svolta nel panorama politico, ben più di quanto non appaia a prima vista. Il primo dato è quello del confronto tra le due piazze.

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Manifestazione a favore del ddl Cirinnà (Foto Sir)

Se invece dell’Italia si trattasse della Francia, inevitabile sarebbe il richiamo all’eterno duello tra Marianna e Giovanna, tra l’anima laica (laicista) del paese e quella cattolica (o tradizionalista: i due termini non sono certamente interscambiabili). Ma la vera svolta, quella più profonda, è stata nell’atteggiamento non oltranzista, ma fermo nella sostanza, di quei parlamentari (in buona parte Pd) che senza erigere barricate si sono detti contrari alle manifestazioni di pura cultura laicista in un provvedimento che comunque va doverosamente a colmare un vuoto legislativo.

Saper dire di no, talvolta, è una autentica virtù. All’interno del partito di maggioranza relativa si è aperto un vero e proprio momento di dibattito. Non accadeva da molto tempo. Come tutte le autentiche novità, le conseguenze magari non si vedranno subito, ma alla fine saranno ben percettibili. Tanto più che Matteo Renzi, in questa fase, non ha mostrato il passo dello statista. Ha ondeggiato tra tante assolute certezze le une opposte alle altre, non ha saputo trovare lui la soluzione ad un problema politico spinosissimo, ha dato l’idea che il suo atteggiamento sulla stepchild adoption fosse assai meno che lineare. Confuso, alla meglio, fino a sfiorare l’opportunismo.

Se Guicciardini esortava, al momento dello scontro, a prendere le parti di una delle due fazioni per evitare, alla fine, di essere valutato poco sia dall’una che dall’altra, in questa fase il premier è stato troppo machiavellico e troppo poco guicciardiniano. Una volta archiviata la questione delle unioni civili si apre la fase che porta alle amministrative di giugno. Sull’esito peseranno i giudizi europei sulla legge di bilancio appena approvata (ed un’eventuale richiesta di manovra correttiva), come anche l’andamento generale dell’economia internazionale (si registra un sinistro rallentamento della ripresa in America). Soprattutto, però, varrà la capacità o meno del Pd evitare la brutta figura delle regionali del 2015. Lo scorso anno una campagna elettorale disastrosa ha portato ad una forte battuta d’arresto. Difficile che un analogo risultato il prossimo giugno sia foriero di vittoria al referendum costituzionale di ottobre. I due appuntamenti sono inscindibilmente legati, anche si si cerca di affermare il contrario. Verdini serve in Parlamento, ma nel paese ha un peso ben più limitato.

Il centrodestra – e qui sta la migliore notizia per il Pd – sulle unioni civili si è spaccato quasi quanto il Partito democratico. Al momento sembra più un insieme di debolezze che una compagine forte e compatta. Se non trova subito una capacità propositiva non può aspirare ad essere domani una forza di governo. La stessa debolezza del Movimento 5 Stelle, cui basta uno scandalo come quello di Quarto per mettere in mostra tutte le sue rughe. Sotto questa superficie, un fiume carsico, quello rappresentato da un laicato cattolico che ha dato un forte segnale di presenza. Dopo un lungo letargo, ha aperto un occhio. Ma attenzione: è il momento in cui non deve lasciarsi strumentalizzare da nessuno.

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