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Dietro l’assurda strage gli errori dell’Occidente

Il cordoglio per il sacrificio delle vittime è sincero e doveroso, ma non va taciuto che alla libertà individuale illimitata targata De Sade e professata dai redattori di «Charlie Hebdo» è da preferire in ogni caso la libertà responsabile di Tommaso d’Aquino, rispettosa dei valori di culture diverse dalla nostra, secondo l’insegnamento di Claude Levi-Strauss.

Percorsi: Francia - Islam - Terrorismo
Fiori alla sede del settimanale Charlie Hebdo, dopo l'attentato terroristico (Foto Sir)

Prima di tutto il dolore, la pietà, la solidarietà. Parigi è da molti anni la mia seconda città, per qualche verso ormai quasi la prima. Questa gente orgogliosa, scontrosa, a tratti perfino scortese, a modo suo «simpatica» come sanno esserlo i fiorentini, è la mia gente, ci lavoro e ci vivo in mezzo: le voglio bene, mi fa arrabbiare eppure ci sono affezionato. Vederla impaurita, disorientata, attraversata da sferzate di alterigia quasi patetica eppure al tempo stesso incredula («perché a noi?»; «perché tanto odio?»), mi fa male e m’intenerisce.

Poi la meraviglia, la delusione, il disappunto. Insomma, perdinci, questa non è solo la capitale di un grande paese, la Francia: questa è per tanti versi una delle capitali politiche e culturali del mondo. Abitarci, lavorarci, insomma viverci, è un immenso privilegio: e i privilegi comportano responsabilità maggiori, altrimenti diventano intollerabili ingiustizie. Ci sono stati in tre giorni, dal 7 al 9 gennaio scorsi, tre episodi criminali e terroristici differenti che sono costati la vita prima, il 7, a dodici persone tra redattori del settimanale «Charlie Hebdo» e poliziotti: quindi, l’8, a un’agente della polizia municipale abbattuta nel Parco di Montrouge (XIV arrondissement, quello «universitario»); infine, il 9, a quattro innocenti clienti di un supermercato kasher presi ostaggio dall’assassino della poliziotta alla Porte de Vincennes, nel XX. Il terzo episodio è quello che mi ha toccato più da vicino: nel XX arrondissement ho vissuto circa un anno, anni fa, quando insegnavo appunto all’università di «Paris VIII» allora a Vincennes (oggi spostata a Saint-Denis). Conosco quelle strade allegre, affollate di una moltitudine allegra e modesta di gente varia, cattolici, ortodossi greci e slavi, armeni, musulmani soprattutto sirolibanesi e maghrebini, ebrei di varia origine. Gente che si conosce, si saluta tutte le mattina, visita a turno i negozi gli uni degli altri, più che «tollerarsi» si vuole bene e condivide l’esistenza. Che proprio lì sia infuriata una rabbia che, sia chiaro, non è stata «razzista» (l’odio antiebraico che fa parte dell’ideologia di al-Qaeda dipende dagli sviluppi della situazione israelo-palestinese, non ha nulla di «razzistico» o di «antisemita»), ma che tuttavia ha mietuto la vita di quattro persone intente alla pacifica spesa quotidiana è particolarmente tragico.

Ora, e ormai, più nulla sarà come prima. La comunità musulmana parigina ha reagito compatta, manifestando senza possibilità di equivoci il suo dolore e la solidarietà alle vittime. Pas en mon nom, versione francese del celebre Not in my name dei pacifisti americani: questo si leggeva in molti cartelli inalberati da parte dalla folla dei cittadini di fede islamica riuniti attorno alla moschea per onorare le vittime del terrorismo e pregare per loro.

Anche i tre attentatori sono morti: e la loro «ideologia» del martirio, sostenuta dagli aderenti alla galassia dei gruppi che si riconoscono in al-Qaeda, è stata così a modo suo onorata. Non ci si può aspettare che vi sia stato un ricordo anche per loro. Eppure le vicende delle loro vite, filtrate attraverso i media, parlano a loro volta il linguaggio della sofferenza, della fatica di vivere: la mancanza d’istruzione prima dell’«università del crimine», il carcere, che ormai è spesso anche madrasa d’islamismo fondamentalista; la disoccupazione o la sottoccupazione; il confronto frustrante tra le propria emarginazione e l’opulenza di una città che alberga pure fra tante tragedie umane ma dove in apparenza opulenza e consumismo trionfano; in almeno un caso, turbe psichiche che a loro volta costituiscono una malattia che la miseria impedisce di curare; infine, la falsa redenzione di un credo fanatico di morte che con l’Islam non ha nulla a che fare per quanto si nutra di pochi versetti del Corano mandati a memoria.

«Fanatici», si è detto: ma come, ma perché, si diventa «fanatici», e al punto di trasformarsi anche in assassini? «Fanatismo»: davvero possiamo accontentarci di questa spiegazione che non spiega un bel niente? E davvero tanta gente, tra le decine di migliaia di parigini e di francesi che in questi giorni hanno affollato le vie e le piazze manifestando la loro opposizione al terrorismo e il loro orgoglio di liberi cittadini che non si piegano dinanzi alla minaccia armata, non ha pensato nemmeno per un attimo che Parigi ha vissuto in tre giorni forse meno di un millesimo dell’ansia, della paura, del dolore che a Gaza, a Baghdad, a Kabul e in migliaia di città e di paesi sparsi tra Asia e Africa musulmani, ebrei e cristiani soffrono ogni giorno? «Siamo in guerra», hanno ripetuto in tanti. Anche papa Francesco lo ha affermato, qualche mese fa: la terza guerra mondiale è già cominciata; Umberto Eco lo ha ripetuto su «Repubblica», l’8 gennaio scorso.

Ma in guerra fra chi, in guerra contro chi? Non si erano forse accorti, i francesi, di essere in guerra già dal 2011, quando il presidente Hollande ha appoggiato con decisione le milizie jihadiste in Libia contro Gheddafi e in Siria contro Assad (e ciò, specie nel secondo caso, in diretto contrasto con le indicazioni delle stesse Chiese cristiane locali)? Anche a Tripoli, a Damasco, ad Aleppo, ci sono stati dei morti: molti più di quelli parigini di qualche giorno fa. Oggi alcune indiscrezioni rivelano che le costose armi automatiche usate dai fratelli Kouachi – affiliati di un gruppo afferente ad al-Qaeda – per lo sterminio dei redattori di «Charlie Hebdo» possono essere finite nelle loro mani in quanto parte delle dotazioni a suo tempo passate dal governo francese ai jihadisti antigheddafiani e antiassadisti.

Ai jihadisti tra i quali militano anche alcuni ragazzi europei, magari convertiti all’Islam, che nello jihadismo hanno trovato, in forma distorta, un surrogato a quella cultura politica e religiosa che da noi ormai non s’imparte più. Ma davvero abbiamo la memoria tanto corta? Davvero ignoriamo che fino dagli Anni Settanta sono stati gli statunitensi che in Afghanistan, in funzione antisovietica, si sono serviti dei «guerrieri-missionari» fondamentalisti provenienti dall’Arabia Saudita e dallo Yemen preferendoli ai severi e rigorosi combattenti del comandante Massud, portatori di un Islam fiero e intransigente ma anche tollerante? Davvero ignoriamo che la malapianta del fondamentalismo l’abbiamo innaffiata e coltivata per anni noi occidentali, prima che verso la metà degli Anni Novanta i rapporti si guastassero? Sul serio non sappiamo nulla del fatto che ancor oggi lo jihadismo – quello di al-Qaeda e quello, rivale e concorrente, dello Islamic State del califfo al-Baghdadi – è sostenuto e aiutato, e neppure in modo troppo nascosto, da alcuni emirati della penisola arabica che pur sono tra i nostri più sicuri «alleati» nonché – e soprattutto – partners finanziari e commerciali. È vero che, com’è stato detto, pecunia non olet: eppure almeno il petrolio dovrebbe farlo.

Ma di tutto ciò, per ora, qui a Parigi nessuno fa ancora parola. Per la verità qualche critica comincia a far capolino, tra un blog e l’altro, fra un tweet e l’altro. Ma la Vulgata trionfa: bella, semplice, pulita. E maniacale, repellente nel suo manicheismo che si spera sia almeno in malafede, perché altrimenti sarebbe troppo idiota. La Vulgata dell’Occidente patria della libertà e della tolleranza, e dell’Altro, il Nemico, come orribile, mostruoso, disumano e quindi inumano e antiumano, fanatico e quindi privo di qualunque ragione, incomprensibile e quindi ingiustificabile perché indegno di quella forma di comprensione che non è sinonimo di giustificazione (come si può giustificare un assassinio?) bensì esercizio della critica, della capacità di penetrare i meccanismi intimi di qualcosa che pur si disapprova con orrore. Noi occidentali ci siamo sbrigativamente assolti da ogni errore e da qualunque crimine: al massimo, siamo disposti a rovesciarli sul nazismo (che però è un passo indietro verso il «buio medioevo») o sullo stalinismo (che però è un tuffo nella «sanguinosa utopìa»). Al massimo, con uno sforzo, ammettiamo le violenze dei conquistadores. Sul resto, notte e nebbia: su secoli di rapina, di schiavismo, di sistematica razzìa di materie prime e di forza-lavoro, su cumuli d’infamie che abbiamo tuttavia coperto con la coltre benevola dei Diritti dell’Uomo e di una libertà-fratellanza-uguaglianza che al massimo cominciava da noi e finiva con noi. Anche i «lavoratori di tutto il mondo» che Marx ed Engels esortavano a unirsi, in fondo erano quelli compresi nel triangolo tra Parigi, Berlino e Londra: ne erano esclusi non diciamo i fellahin egiziani e i pastori afghani, ma perfino gli zappatori campani e i vignaioli greci.

Ecco perché rispetto profondamente il sacrificio dei redattori e dei disegnatori di «Charlie Hebdo» e mi sento solidale e commosso partecipe del dolore delle loro famiglie: eppure, pur sentendoli senza dubbio parte di quella cultura europea-occidentale che è anche la mia, non mi riconosco nella loro visione del mondo e rivendico il mio diritto a dichiararlo con identità. Essi erano, e i loro colleghi e sodali continuano ad esserlo, fautori di una libertà individuale illimitata, insofferente di limiti e di regole: non a caso il sottotitolo di «Charlie Hebdo» suona «Journal irrésponsable». La loro libertà non era nemmeno tanto quella di Voltaire e di Rousseau, quanto semmai quella del marchese De Sade. La loro era la libertà di chi, arbitrariamente appiattendo le fede religiosa a una forma di filosofia o di ideologia, rivendicava il diritto di non temere conto di nulla che da milioni di altri esseri umani veniva giudicato sacrosanto e di poter caricaturizzare indiscriminatamente Maria vergine o il profeta Muhammad al pari di Marx o di Obama.

Contro la loro libertà ispirata a de Sade, io rivendico la mia libertà ispirata a san Tommaso d’Aquino: una libertà responsabile, che termina dove comincia quella altrui e che è in grado di distinguere tra «libertà di», «libertà da» e «libertà per». Una libertà che non pensa orgogliosamente di potersi riallacciare a valori unilateralmente dichiarati «universali» ma che, memore dell’insegnamento di Claude Lévi-Strauss, tiene presente che è non meno «universale» e degno pertanto di rispetto qualunque altro valore sostenuto alla luce di culture diverse dalla nostra: diverse, non «inferiori». Una libertà che non si esercita calpestando quella altrui. La Francia, che amo, si erge oggi nel suo dolore a paladina della Libertà con la maiuscola: eppure, anche recentissimamente, il suo parlamento ha adottato leggi liberticide come quella che proibisce alle donne musulmane l’uso pubblico del velo (anche a quelle che vogliono portarlo) e quella che rispolvera il vieto reato d’opinione punendo indiscriminatamente «revisionismo» e «negazionismo» senza neppur darsi la pena di definirli con chiarezza giuridica. Non solo il sogno della ragione, ma anche l’illusione della sua veglia, può creare dei mostri.

Ecco perché rispetto i caduti della redazione di «Charlie Hebdo», m’inchino di fronte al loro sacrificio, deploro la violenza che li ha strappati alla vita e ai loro cari: ma rivendico il mio diritto a non solidarizzare con un giornale che mostrava in prima pagine la caricatura della Madonna che a gambe aperte partorisce un grottesco Bambino Gesù. A parte che «Charlie Hebdo» non mi ha mai fatto ridere (preferisco di gran lunga «Il vernacoliere»).

Non, je ne suis pas Charlie.

Dietro l’assurda strage gli errori dell’Occidente
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