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Dopo Meriam resta l’impegno per gli altri cristiani in Medioriente

Il vice ministro degli esteri, Lapo Pistelli, racconta a Toscana Oggi la missione in Sudan per portare in Italia Meriam Ibrahim, suo marito e i due figli, che poi sono stati ricevuti da Papa Francesco. Ma prende anche un impegno preciso in difesa di tutti i cristiani perseguitati.

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Papa Francesco con Meriam e la sua famiglia (Foto Sir)

È un anno difficilissimo questo 2014: ogni settimana si aprono nuovi focolai di crisi attorno a noi; gli altri conflitti, quelli «tradizionali» oramai divenuti cronici, non trovano soluzione né sul piano militare né su quello diplomatico; il mondo fragilizzato che circonda il Mediterraneo costringe decine di migliaia di persone ad avventurarsi per deserti e per mare alla ricerca di una speranza diversa dalla propria quotidiana tragedia. Per chi si occupa di questioni internazionali non manca certo il lavoro, ma confesso che spesso manca il conforto di un impegno finito bene, di una battaglia vinta, di una speranza realizzata.

Quando ho ricevuto da Khartoum la telefonata che attendevo da qualche settimana, quella che mi preannunciava che tutto il nostro lavorio sotterraneo aveva fatto breccia, quella che mi diceva di sbrigarmi a partire per il round finale di negoziato, per fare uscire dal Paese Meriam Ibrahim, suo marito e i due figli, ho pensato che anche quel solo eventuale episodio avrebbe potuto ripagare la frustrazione di tante crisi che si avvitano su se stesse, apparentemente senza rimedio.

La Presidenza del Consiglio, Matteo Renzi, danno il via libera in pochi minuti per il volo di Stato, poche ore per ottenere i permessi di sorvolo di Egitto e Sudan; l’equipaggio del 31° stormo sa solamente che si tratta di una missione umanitaria senza ulteriori dettagli poiché abbiamo deciso che ci sarà embargo totale fin quando l’aereo sarà decollato per tornare a Roma.

Nemmeno Meriam e suo marito sanno niente. Diciamo loro di impacchettare i bagagli. Sanno solo che cambiano posto, non più gli uffici dell’Ambasciata americana, ma scopriranno solo all’aeroporto che stanno lasciando il Sudan per venire a Roma. Brucia troppo il precedente dei primi di luglio, quando la famiglia fu fermata proprio in aeroporto.
La conversazione col Ministro degli Esteri sudanese Ahmed Karti è molto amichevole. In un anno si è costruita una eccellente relazione personale e la sua collaborazione è stata preziosa per aiutarci a persuadere le ultime resistenze in certe aree del regime.

Papa Francesco, che ci riceve all’ora di pranzo il giorno stesso dell’arrivo, elogia Meriam per il suo coraggio, le parla dei miracoli inattesi che il Signore regala. Racconto al Santo Padre che il Sudan sta riflettendo seriamente se modificare il proprio ordinamento, levando ogni riferimento che possa indurre in tentazione una corte ad applicare il reato di apostasia. Il Papa dice che sarebbe questo il vero grande miracolo, trasformare un caso come quello di Meriam nella leva per avere la libertà religiosa in un grande Paese come il Sudan.

Bastano poche ore perché la cronaca africana e mediorientale ci riporti a una realtà di dolore e di sangue. Boko Haram continua le sue uccisioni di cristiani in Nigeria mentre le milizie di Isis, nell’Iraq settentrionale segnano con la «n» di «nazareno» le case dei cristiani ingiungendo loro di lasciare il Paese entro 24 ore. Si prospetta davanti a noi un Medioriente da cui scompaiono i cristiani, in fuga dalla Siria, dall’Iraq, silenziosamente anche da Giordania e Libano. È una realtà a cui non mi rassegno. La prossima settimana andrò in Iraq e Kurdistan a incontrare le autorità e visitare le comunità cristiane, poiché un Medioriente che cancella le minoranze e la presenza cristiana è una terra che si avvia a tradire la propria identità profonda.

*vice ministro degli Esteri

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