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Elezioni europee, avanza il partito degli euroscettici

Secondo gli ultimi sondaggi, alle prossime elezioni europee i cosiddetti partiti euroscettici dovrebbero essere almeno il secondo partito in diversi paesi. Per esempio con Beppe Grillo in Italia, con Marine Le Pen in Francia, con Nigel Farage in Gran Bretagna, con Geert Wilders in Olanda.

Elezioni europee, avanza il partito degli euroscettici

Nel complesso i partiti in polemica con l’euro o con l’Europa dovrebbero raccogliere grosso modo venti seggi in Francia e venti seggi in Italia, diciannove in Gran Bretagna, sei in Germania, cinque in Ungheria, quattro ciascuno nei Paesi bassi, in Finlandia e in Austria, due in Grecia e in Lituania. Aggiungendo a questi partiti vari partitini di estrema destra nei vari paesi ci si avvicina ad un totale di un centinaio di deputati fra i 751 seggi del parlamento di Strasburgo che non costituiscono certo una inezia, ma non sono nemmeno una rivoluzione capace di rovesciare completamente i rapporti di forza nel parlamento europeo.

Il fatto è che, fra i venticinque paesi che fanno parte dell’Unione, i partiti euroscettici esistono quasi esclusivamente nell’Europa occidentale, mentre in genere in Europa orientale non si ha di che lamentarsi dell’Ue. Negli ultimi sei anni, ad esempio, il reddito medio di un polacco calcolato in euro è cresciuto da 5.900 a 8.600 euro e in Romania il tasso di disoccupazione è all’1,7 per cento. Per gli ultimi arrivati nell’Ue sono risultati importanti e seducenti anche se gli euroscettici potrebbero insinuare che i paesi dell’Est dell’Unione marciano abbastanza bene proprio perché hanno l’Europa, ma non hanno l’euro.

Questo relativo successo degli euroscettici al prossimo 25 maggio renderà comunque più difficile trovare intese all’interno dell’assemblea e gestire l’intero parlamento. E questo radicalizzarsi della frammentazione politica sui banchi di Strasburgo avviene proprio ora che il parlamento europeo ha ottenuto un potere che prima non aveva. Finora il parlamento aveva una funzione praticamente consultiva o al limite ispettiva, ma dal 2009 secondo il Trattato di Lisbona su quasi tutte le materie il consiglio dei ministri dell’Unione può legiferare solo d’accordo con il parlamento europeo e il presidente della commissione europea che è il vero nocciolo del potere in Europa d’ora in avanti dovrà essere eletto tenendo conto del risultato per la elezione del parlamento europeo.

In pratica, nonostante che l’avanzata degli euroscettici riduca lo spazio dei partiti europeisti e punisca soprattutto il partito popolare europeo a cui nelle previsioni si attribuiscono una cinquantina di seggi in meno, al centro della scena rimangono ancora i due tradizionali partiti: i popolari per cui si prevedono circa 217 seggi (a scanso di scissioni come quella possibile di Forza Italia) e i socialisti a cui, rafforzati dalla fresca adesione del Pd italiano, si attribuiscono circa 208 seggi. Subito dopo come quarto partito dopo il gruppo degli euroscettici sono previsti i liberaldemocratici di Guy Verhofstadt a cui in Italia ha dato la propria adesione Romano Prodi dopo l’ingresso del Partito democratico nel Pse.

E' ovvio che ogni partito è ancora lontanissimo dal potere sperare in una qualsiasi maggioranza assoluta, ma d’altronde finora il problema di formare una maggioranza in una assemblea che non deve sostenere un governo è stato sempre molto secondario e in passato ben il settanta per cento delle deliberazioni dell’assemblea è stato votato insieme da popolari e socialisti in un regime molto assembleare. Tuttavia ora è inevitabile che in questa campagna elettorale i due candidati più importanti alla presidenza della Commissione (il lussemburghese Jean Claude Juncker per i popolari e il tedesco Martin Schulz per i socialisti) tentino di distinguersi.

Per i popolari, « l’Europa non è il problema, ma la soluzione», come dice il loro programma, e Juncker ha promesso «un’Europa in grado di creare nuovi posti di lavoro per mezzo della crescita senza spendere soldi che non abbiamo». È evidente insomma che per i popolari, almeno per quelli di più provata fede teutonica, il rigore non si tocca. Nell’agosto dell’anno scorso, durante la campagna per le elezioni tedesche, la Merkel cercò di distinguersi su questo piano del rigore anche dai socialisti ed accusò il suo predecessore Gerhard Schröder di aver permesso l’ingresso nell’euro della Grecia e di avere allentato durante la sua presidenza i vincoli di Maastricht. Secondo questa filosofia del rigore la disoccupazione si affronta solo attraverso le riforme, cioè soprattutto attraverso un mercato del lavoro più flessibile per non dire più precario che vada incontro gli investimenti e agli interessi privati. Da parte sua il socialista Shultz afferma di volere mettere al centro del suo programma anche il tema della disoccupazione soprattutto giovanile, ma senza discostarsi troppo dalla Merkel sul piano del rigore. Ma, poiché ogni programma di lotta alla disoccupazione ha bisogno di risorse, si tratti di investimenti pubblici o privati, di diminuzione del costo del lavoro attraverso la riduzione del prelievo fiscale o di incentivi per il lavoro a tempo indeterminato, le proposte di Schulz appaiono piuttosto contraddittorie perché nel frattempo vogliono mantenere  quei limiti invalicabili di spesa (deficit non superiore al tre per cento, debito non superiore al 60 per cento) che sembrano rimanere sacri.

D’altra parte diversi osservatori hanno fatto notare che un socialista tedesco il cui partito in Germania governa con la Merkel non potrà anche in Europa dire e fare cose molto diverse da quelle della Merkel. Resta inoltre il fatto che al parlamento di Strasburgo il partito socialista si è fatto spesso paladino anche delle battaglie più difficili a condividere sui temi etici per un cattolico. Per portare solo l’esempio più recente, ancora nell’ottobre scorso il partito socialista presentò al parlamento europeo una risoluzione che definiva l’aborto un diritto fondamentale, stabiliva finanziamenti ad associazioni abortiste e sosteneva la procreazione eterologa anche per le lesbiche.

A onor del vero va aggiunto che quella risoluzione fu votata anche dai « popolari» francesi, olandesi, belgi e svedesi come del resto a suo tempo alla soppressione delle «radici cristiane» nella costituzione europea diede il suo contributo fondamentale anche il presidente della Convenzione stessa che non era altro che il conservatore Giscard d’Estaing. In realtà da oltre venti anni, da quando cioè i partiti democratici cristiani europei decisero di aprire la porta anche ai conservatori del vecchio continente per convergere tutti insieme nel Ppe, è possibile per i cattolici trovare formazioni politiche che diano a loro meno insicurezza di altre nel difendere i propri valori. Impossibile è invece trovare qualche movimento politico che li faccia sentire completamente al sicuro.

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