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Europa, dal voto la spinta ad un cambio di marcia

Dopo il 25 maggio ci sarà, come molti sperano e alcuni già dicono, un’Europa diversa, una Unione meno ragionieristica e più sociale, più attenta ai conti delle famiglie che a quelli degli stati, meno ossessionata dai deficit pubblici che dai fallimenti privati, più fiduciosa nei vantaggi della crescita e della creazione dei posti di lavoro che nei benefici di una austerità accanita e spesso fallimentare?

Il dibattito tra i candidati alla guida della Commissione europea (Foto Sir)

Molti fatti nuovi sono avvenuti nelle elezioni di quindici giorni fa che possono spingere ad una svolta più o meno moderata o risoluta nella gestione della crisi che ormai da sette anni inchioda la zona dell’euro alla stagnazione.

Contrariamente a quello che molti possono pensare il parlamento appena eletto non ha molti poteri in questo campo. Negli ultimi anni l’emergenza del controllo del debito dei paesi più a rischio è diventato un problema gestito direttamente dai paesi della zona euro attraverso gli ordini della Commissione europea mentre le decisioni di acquistare titoli di stato, di concedere sovvenzioni alle banche e grandi prestiti agli stati in difficoltà sono state prese da istituzioni indipendenti dalla politica come la Banca centrale europea e il Fondo monetario internazionale. In pratica la gestione della crisi attraverso la cosiddetta «troika» è stata condotta da tre protagonisti di cui nessuno ha una legittimazione democratica dovuta ad una elezione popolare. In questa vecchia logica rientrano anche gli avvertimenti della Commissione a tenere conto del debito, giunti a Matteo Renzi lunedì scorso.

Tuttavia le ultime elezioni europee per i loro riflessi sul panorama politico dei vari paesi sono destinate a pesare più su governi e partiti dell’Europa che sulla composizione dello stesso parlamento europeo. Per la loro novità i risultati delle europee condizioneranno quasi tutte le forze politiche del vecchio continente anche se per motivi diversi.

Intanto il risultato degli euroscettici, anche se non è stato per fortuna uno tsunami, è stato pur sempre una tempesta capace di cambiare i connotati ad alcuni dei i più importanti paesaggi politici del continente. In tre paesi europei che rappresentano le più antiche e ammirate democrazie del mondo (Gran Bretagna, Francia, Danimarca) gli euroscettici sono diventati il primo partito. Partiti  come i conservatori e i laburisti inglesi o come  i conservatori e i socialisti francesi che da quasi cento anni ad ogni elezione avevano la sola angoscia di arrivare secondi anziché primi per la prima volta si sono dovuti contentare del secondo e del terzo posto. In questi casi si può cercare di uscire da una simile umiliazione solo cercando di far proprio almeno qualcosa delle critiche che i vincitori rivolgono a questa Europa.

Neppure in misura minore l’osservazione vale anche per paesi come l’Italia, l’Austria o l’Olanda dove gli euroscettici, pur senza arrivare primi, sono arrivati per la prima volta secondi o terzi. Una qualche preoccupazione analoga dovrebbe venire anche dai paesi della Mitteleuropa o dell’Europa Orientale dove, anche se i partiti euroscettici sono ancora bambini che pure stanno crescendo, la bassissima partecipazione al voto con, ad esempio, il 20 per cento in Polonia, il 18 per cento nella Repubblica Ceca e il 13 per cento in Slovacchia, ci dice che nemmeno da quelle parti si muore d’amore per l’Europa.

Tuttavia i circa centocinquanta seggi che gli euroscettici riusciranno a mettere insieme al parlamento di Strasburgo non sono tali da mettere in discussione il predominio dei due grandi partiti tradizionali della scena europea che rimane ancora in piedi anche se ridotto. Ma neppure dentro i partiti tradizionali c’è soddisfazione unanime per come sono andate le cose in Europa fino ad oggi e per come sono andate le elezioni appena l’altro ieri. Anzi proprio all’interno del Partito popolare che, pur con qualche ammaccatura, rimane il primo partito in Europa, c’è forse il massimo di indisciplina nel sostenere la battaglia dell’austerità a tutti i costi.

Certo la Merkel, che è, a torto a ragione, il simbolo vivente del rigore, esce rafforzata da una elezione in cui in Germania è uscita vincitrice e può portare nel parlamento europeo una compatta e massiccia divisione corazzata di deputati tedeschi appena rosicchiata da qualche euroscettico. Ma nel resto d’Europa il partito popolare appare paradossalmente come quello in cui intorno al tema dell’euro e dell’austerità regna il caos maggiore. Il partito «popolare» che in queste elezioni ha ottenuto il risultato più brillante fra tutti gli altri è stato quello ungherese di Victor Orban che ha ottenuto la maggioranza assoluta del 51%. Ma Orban è così ostile all’euro che si guarda bene da farci entrare il proprio paese e polemizza quasi ogni giorno con l’Unione Europea.

Quanto all’Italia il «popolare» Berlusconi fa alleanza con la Lega Nord che vuole uscire dall’euro e si prepara anche a firmare il suo referendum antieuro. E anche personaggi «popolari» meno estrosi e che sono solo posati esponenti di partiti al governo di altri paesi hanno tuttavia problemi così grossi che tutto possono volere tranne che un’austerità di ferro.

In Irlanda il «Fine Gael» di Enda Kenny, che fa parte del partito popolare europeo e che è arrivato primo alle recenti elezioni, deve gestire un paese il cui deficit è, anziché del 3% massimo come vorrebbe la Commissione di Bruxelles, addirittura del 7,5%. In Portogallo l’Alleanza Portogallo di Pedro Passo Coelho, che fa parte del Ppe e che è al potere, deve governare un paese che negli ultimi ventotto anni non ha mai rispettato il vincolo del deficit di bilancio del 3%, compresi i due anni dal 2002 al 2004 quando presidente del consiglio è stato quel Manuel Barroso diventato poi, come presidente della Commissione di Bruxelles, il poliziotto del rigore per tutti i bilanci europei.

Quanto all’inglese Cameron, che cinque anni fa uscì dal Ppe perché in polemica con l’euro, oggi non cerca altro che una Unione Europea meno arcigna anche con la minaccia di uscirne. Il suo terrore è che quel Nigel Farage, che ha vinto le elezioni di due settimane fa nel Regno Unito, vinca quasi certamente anche il referendum contro l’Europa previsto al di là della Manica per l’anno prossimo se l’Europa non cambia.

Se molti partiti popolari non possono quindi amare l’austerità soprattutto per ragioni economiche, i partiti socialisti non possono farlo soprattutto per ragioni politiche. Fra i due partiti storici dell’Europa è soprattutto il partito socialista che ha subito alle ultime europee perdite più pesanti su scala nazionale. A parte il successo straordinario in Italia di Matteo Renzi, che brilla ancora di più proprio per le prove più che mediocri offerte da molti dei propri compagni stranieri, in Gran Bretagna i socialisti scendono al 25%, in Spagna al 23%,  in Francia al 13%, in Grecia all’8%. E si tratta di partiti che non molti anni fa erano partiti di governo con nomi come quello di Blair, di Zapatero, di Papandreu che hanno segnato un’epoca, mentre in Francia è ancora capo dello stato un Hollande che arriva terzo al traguardo dietro una signora platinata che si chiama Marine Le Pen.

Dopo questi amari risultati ora gli esponenti socialisti mettono l’accento sulla crescita e sull’occupazione più che sull’austerità. Hollande, seppure enormemente indebolito, ammette che «l’austerità ha finito per scoraggiare l’Europa» e sostiene che «l’Europa deve essere riorientata». Martin Schultz, il socialista candidato a presidente della Commissione Europea, chiede che almeno gli investimenti non siano calcolati entro il famoso limite del 3% di deficit di bilancio. Lo stesso Matteo Renzi pensa che un paese che fa le riforme abbia diritto ad essere premiato con una maggiore flessibilità di fronte ai suoi vincoli di bilancio compreso quell’obbligo di ridurre ogni anno di un ventesimo il proprio debito: una riduzione che solo per l’Italia significherebbe già a partire dal 2015 una ulteriore diminuzione delle spese o aumento dell’entrate ogni anno di 45 miliardi di euro (il doppio di quanto abbiamo pagato con la sola Imu l’anno scorso).

Certamente la nuova flessibilità dei socialisti deve fare i conti con il rigore della signora Merkel. Ma di fatto la storia dell’Unione Europea è stata finora una alleanza tacita ma ininterrotta fra popolari e socialisti, alleanza che di fatto diventa più obbligata oggi che il successo degli euroscettici ha ridotto la rappresentanza di questo blocco tradizionale a Bruxelles. L’intesa fra queste due forze storiche è quindi inevitabile con i relativi compromessi anche sul piano dell’austerità.

Del resto anche i due candidati alla presidenza della commissione di Bruxelles vengono dalla stessa esperienza di governi di coalizione: il lussemburghese Jean-Claude Juncker, candidato della Merkel e devoto da sempre dell’euro, ha tuttavia un passato di capo di governo con coalizioni popolari-socialiste, il tedesco Martin Schulz fa parte di un partito che in Germania governa in coalizione con i popolari. In fondo la stessa Merkel, dopo aver giudicato «deplorevole» il successo degli euroscettici, ha ammesso che le politiche per la crescita e il lavoro «sono la migliore risposta» contro un fenomeno considerato cosi deprecabile.

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