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Fermare l’Isis senza passare da «crociati»

L’Italia deve assumersi le sue responsabilità verso l'ex colonia, oggi in pieno caos. Ma deve farlo con saggezza e prudenza, evitando fughe in avanti che avrebbero conseguenze disastrose, come avvenne in Somalia nel ’93.

Combattenti jiihadisti (Foto Sir)

Dopo aver dato la netta sensazione di avere le idee poco chiare a riguardo, il governo pare aver scelto, nei confronti della Libia, un atteggiamento votato al buon senso. Ancora domenica scorsa Matteo Renzi ha ribadito che l’Italia è sì pronta all’intervento, ma nell’ambito di una missione internazionale di pace sotto l’egida dell’Onu. Non si può che esserne soddisfatti: l’eccesso di facilità con cui un paio di ministri avevano parlato di intervento – dando anche le cifre peraltro irrisorie del contingente pronto a partire – aveva fatto scendere un brivido giù per la schiena di molti osservatori.

La Libia non è certo quello scatolone di sabbia che tanto dispiaceva a Salvemini. Non è nemmeno una quarta sponda, però. È un paese di interesse storico e strategico per il nostro, e nei confronti del quale abbiamo delle oggettive responsabilità. Non è accettabile, per noi, che il terrorismo jihadista si imponga in nessun angolo del mondo, tantomeno in luoghi che sono alle porte di casa nostra. Luoghi nei confronti dei quali abbiamo quasi un dovere morale di tutela delle libertà, ad iniziar da quella di amare ognuno il proprio Dio senza imposizioni violente.

L’Isis deve essere fermata. L’Italia deve assumersi le sue responsabilità. Ma deve farlo con saggezza e prudenza, evitando fughe in avanti che danneggerebbero tutti, ad iniziare dai civili libici che sperimentano in queste ore il tallone dei sedicenti eredi del Califfo. In particolare, non può essere ignorato come la Libia sia di fatto uno stato fallito, al pari dell’altra ex colonia somala. Il paese è spaccato in tre tronconi principali, e sotto di essi si muove il mare delle tensioni tribali tra i clan che da sempre sono l’ossatura della società locale. Proprio l’esperienza somala del ‘93 (in cui gli Usa si mossero con una malagrazia dalle conseguenze catastrofiche) insegna che l’approccio deve essere multilaterale, il più possibile improntato al dialogo con le fazioni, rispettoso delle differenze tra i clan. Perché il problema non è solo l’Isis, ma quello che potrebbe accadere in Libia alla vista di un’uniforme italiana che sbarca dopo tanti anni sul Bel Suol d’Amore.

Occorre fare molta attenzione. L’Isis (lo ha spiegato con grande efficacia l’autorevolissima rivista americana Foreign Affairs nel suo ultimo numero) si trova in profonde difficoltà praticamente in tutti i quadranti in cui è impegnata. Sa conquistare, sa terrorizzare, sa uccidere, ma non sa governare o anche solo gestire il territorio sotto il suo controllo. Gli stessi combattenti stranieri che si uniscono ai suoi ranghi rappresentano un flusso in diminuzione, e solo la ferocia della repressione impedisce a molti la diserzione. L’unica forza rimasta ai terroristi è quella di passarsi come paladini della lotta contro i colonizzatori di un tempo, o i «nuovi crociati» americani. Attenzione, quindi, a non compiere passi falsi con un eccesso di visibilità. Non tanto in termini di presenza sull’eventuale terreno dell’operazione di pace, ma di rivendicazione di leadership all’interno della forza multinazionale. In Somalia facemmo una bellissima figura, nonostante la sorda ostilità americana e di una buona fetta della diplomazia Onu rappresentata da Kofi Annan, proprio perché sapemmo tenere un profilo basso. Il coraggio delle nostre scelte ci costò l’allontanamento forzato del Generale Fiore (tra gli applausi della Lega, all’epoca impegnata in un maldestro tentativo di autoaccreditamento presso la Casa Bianca). Finì con Warren Christopher, allora segretario di stato di Clinton, costretto ad ammettere di fronte alle telecamere della Cnn che, se si fosse dato retta al governo italiano, il fallimento sarebbe stato evitato.

Cerchiamo il successo della pace, allora, e non del nostro ego o, peggio, del nostro revanscismo mascherato. E diamo, fin da ora, il giusto peso alle parole. In Libia guardano i nostri telegiornali dai tempi di Gheddafi, anche se il regime non voleva. Lasciamo perdere quindi le declamazioni e le rivendicazioni. Pensiamo, piuttosto, ad assicurare ai libici il diritto ad amare il loro Dio liberamente e senza costrizioni violente. E così facendo renderemo gloria anche al Nostro.

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