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I gesti fortemente simbolici dell’unico vero «rivoluzionario»

Nel viaggio sull'isola greca di Lesbo possiamo leggere un messaggio rivolto a quell’Europa che un tempo è stata cristiana e oggi rinnega le sue radici in nome di un’egoistica difesa del proprio benessere.

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Papa Francesco in mezzo alle famiglie di rifugiati a Lesbo (Foto Sir)

La visita di Papa Francesco al campo profughi di Lesbo ha di diverso, rispetto a quella fatta a Lampedusa, che là era in primo piano il suo dolente omaggio ai morti, qui quello – non meno sofferto – ai vivi. Se è vita quella di esseri umani trattati in un modo che ricorda drammaticamente le vicissitudini dei deportati ebrei al tempo del nazismo. In entrambi i casi siamo davanti a gesti fortemente simbolici, che non possono essere letti sotto il profilo dei loro risultati concreti, ma come un messaggio rivolto a quell’Europa che un tempo è stata cristiana e oggi rinnega le sue radici in nome di un’egoistica difesa del proprio benessere.

La ricorrente contrapposizione fatta da Francesco tra i costruttori di muri e quelli di ponti – ripresa anche in questa occasione nella conversazione con i giornalisti – assume sempre di più il significato di una denunzia, in un contesto che vede perfino Stati un tempo multiculturali, come l’Austria, adottare oggi misure difensive estreme contro ogni infiltrazione dei «diversi». Sulla linea, del resto, di quanto stanno facendo altri Paesi del Vecchio continente. Questa Europa, che per secoli, sventolando la croce, ha conquistato tante altre terre e ha dominato, a suo uso e consumo, tante altre popolazioni, questa Europa che tuttora esercita in forme subdole un persistente colonialismo in vista esclusiva dei propri interessi, rivendica il diritto di «lavarsi le mani» di ciò che sta accadendo oltre le sue frontiere, anche a causa delle sue scelte politiche (è recente l’accusa fatta pubblicamente da Obama a Francia e Inghilterra di avere contribuito con il loro disinteresse all’insorgenza del caos in cui versa la Libia, dopo avere caldeggiato l’abbattimento del regime di Gheddafi).

A difendere i poveri del mondo extra-europeo è rimasta la Chiesa. Così, è decisamente rotta quell’alleanza fra trono e altare che in secoli passati aveva visto l’istituzione ecclesiastica e il potere politico battersi dalla stessa parte della barricata. Oggi il Papa è una figura rivoluzionaria, forse la sola ormai rimasta in un mondo dove la ex «sinistra» è tutta impegnata a fianco delle massime autorità europee a difendere, in nome della «civiltà», i «diritti» degli individui, in una logica autoreferenziale che esclude ogni riferimento alla responsabilità verso gli altri e che ben si coniuga con i muri eretti – sempre in nome della «civiltà» – contro chi viene a disturbarci.

Quella di Francesco è una battaglia contro i mulini a vento? Molti lo pensano. Ma un primo effetto concreto è che ora i cattolici sono richiamati, più decisamente che in passato, a prendere coscienza della radicalità dell’annuncio evangelico. Che questo non sia ovvio lo dimostrano le resistenze che la svolta del Papa – in questo come in altri ambiti – sta suscitando all’interno della stessa Chiesa. E se più di un miliardo di cattolici, nel mondo, si lascerà guidare Francesco verso queste prospettive di solidarietà senza limiti – per certi versi tradizionali, per altri spesso dimenticate –, l’apparente utopia non sarà più tale, perché alla fine qualcosa comincerà a cambiare, che i governi lo vogliano o no, per la crescente spinta dal basso. E i muri, come sempre inesorabilmente accade, crolleranno.

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