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I settant’anni della Repubblica e i nodi ancora da sciogliere

Il 2 giugno di 70 anni fa si tennero in Italia le prime elezioni a suffragio universale e al tempo stesso il referendum tra repubblica o monarchia. Ancora oggi alcuni dei nodi politici presenti allora (come le istanze regionalistiche dopo il centralismo fascista) sono rimasti irrisolti.

L'annuncio dell'esito referendario sul Corriere della Sera

Celebrare? Solennizzare? Festeggiare? Ricordare? Scrivere un più o meno lungo saggio storico sul 2 giugno di settant’anni fa, sui suoi precedenti e sul suo esito sarebbe abbastanza facile. Scriverne poche righe di sintesi – a meno di non voler scappare per la tangente della retorica o di non rifugiarsi dietro l’alibi della pura cronaca di fatti arcinoti – può essere arduo. D’altronde, un po’ di anamnesi può giovare: l’analisi genetica degli eventi è sempre necessaria, di solito salutare. Il miglior modo di richiamare qualcosa e di spiegarlo resta il farne la storia.

Una storia che comincia presto: dalla storia civile profonda d’Italia, che è policentrica e segnata da una diversità profonda tra un centro-nord legato a una pluralità di poteri effettivi nel centronord – pur collegati alla duplice auctoritas della Santa Sede e del Sacro Romano Impero – e una «vocazione imperfetta» alla monarchia unitaria in un sud peraltro distinto nelle eterogenee due realtà del mezzogiorno peninsulare e di quello insulare.

Il seme repubblicano è in Italia, giacobino: idea di nazione unitaria e idea di repubblica nascono insieme alla fine del Settecento sul filo delle baionette francesi e qualunque tentativo di collegare quella novità alla res publica dell’antica Roma o alle «repubbliche» comunali-signorili italiane è puro esercizio ideologico-retorico. D’altronde, dell’endiadi indissolubile tra istituzione repubblicana e idea nazionale ch’era l’anima del mazzinianesimo (contro altre ben più realistiche ipotesi repubblicane, quali quella del Cattaneo), l’inopinata e un po’ cinica alleanza tra espansionismo sabaudo, Realpolitik garibaldina (sacrificio del repubblicanesimo per privilegiare almeno provvisoriamente l’unità) e cinismo dei ceti dirigenti altoborghesi fece trionfare – insieme con l’abbandono dell’alleato francese a favore di quello britannico – la singolare «nascita» di un «nuovo» stato nazionale monarchico che sorgeva inopinatamente dall’annessione di Emilia e Toscana al regno di Piemonte, ereditandone dinastia regnante e statuto. Inutile parlare dei brogli, (366.571 voti per il sì all’annessione in Toscana contro i 19.869 per il no e i 462.000 sì in Emilia contro i 1.056 no: altro che «medie bulgare»!).

La storia della «prima repubblica» italiana (la «seconda» non si sa bene quando sia davvero nata e se sia o meno già morta) nasce dal congresso dei partiti antifascisti del 28-29 gennaio del 1944 a Bari, che si pronunziò maldestramente per l’abdicazione immediata di Vittorio Emanuele III – ritenuto il responsabile maggiore del regime fascista e della guerra – e per la convocazione di un’Assemblea costituente immediatamente alla fine del conflitto. Ma il re mirava alla sopravvivenza della dinastia, sapeva di poter contare su una sua certa popolarità «trasversale» nonostante tutto e sulla moderata simpatìa, quanto meno, del suo collega britannico. Un insperato aiuto alla sua causa venne dall’Unione Sovietica, ch’era stata la prima (nel marzo del ’44) a formalmente riconoscere il governo Badoglio.

Il segretario del Partito comunista, rientrato dall’Urss con precise istruzioni di Stalin, «silurò» gli esiti del congresso del gennaio precedente proponendo l’immediata costituzione di un governo di unità nazionale e il rinvio della soluzione del problema istituzionale alla fine del conflitto. Dal canto suo, Vittorio Emanuele s’impegnò il 12 aprile a trasmettere i propri poteri al principe ereditario Umberto, che li avrebbe esercitati come «luogotenente generale del regno» non appena fosse stata liberata Roma. Il 21 aprile successivo si costituì difatti, sotto il segno «continuistico» della presidenza Badoglio, un governo composto dai sei partiti (comunista, socialista, d’azione, democratico del lavoro, democristiano, liberale). Il 4 giugno le truppe alleate entrarono in effetti nella capitale: ma il capo di casa Savoia, secondo una vecchia abitudine della sua dinastia e sua personale, si guardò bene dal mantenere gli impegni. Abdicò solo nel maggio del 1946 mentre, dopo il breve governo di Ivanoe Bonomi e quello dell’azionista Ferruccio Parri che aveva istituito la prima Consulta Nazionale ma aveva dovuto cedere il posto nel dicembre del ’45 al democristiano Alcide De Gasperi (solo il Partito d’Azione si era rifiutato di accettare il cambio di rotta ed era uscito dal governo).

Il 2 giugno del 1946 si tennero quindi le prime elezioni a suffragio universale (anche femminile) per l’Assemblea costituente e al tempo stesso il referendum costituzionale tra monarchia e repubblica. Decisamente e istituzionalmente repubblicani erano comunisti, socialisti, azionisti, mentre nelle fila della Democrazia cristiana la scelta era demandata alla libera coscienza individuale. Mancava una vera e propria forza esplicitamente monarchica, per quanto tendenzialmente e prevalentemente monarchico fosse il Partito liberale. D’altronde, il sostegno alla monarchia sarebbe venuto – e lo si sapeva bene – da uno schieramento «trasversale», silenzioso magari ma sostanzialmente ben ancorato a una certa tradizione viva anche tra i ceti subalterni, specie nel Mezzogiorno peninsulare (dove aveva raccolto anche antiche e metabolizzate simpatìe «borboniche») e in Sardegna.

Oltre alle sinistre, i più decisi avversari della monarchia si trovavano semmai tra alcuni cattolici che non avevano mai digerito gli eventi del decennio 1860-1870 e in una residuale opinione pubblica fascista che ovviamente taceva ma era più estesa di quanto non potesse sembrare e a Vittorio Emanuele non aveva perdonato il 25 luglio del ’43. I risultati del giugno del ’46 furono in apparenza diametralmente opposti a quelli del 1860 e senza dubbio più credibili.

Il paese era in effetti spaccato in due: la repubblica ottenne 12.717.923 voti e la monarchia 10.719.284. Ma stavolta fu appunto il lieve scarto di suffragi, accompagnato da insistenti e non gratuite notizie di brogli e di violenze, a generare i dubbi: Umberto II protestò violentemente e minacciò d’invalidare il referendum (ne avrebbe avuto sul piano formale il potere) prima di scegliere la via dell’esilio dichiarando di farlo per evitare la guerra civile. Non infondati sospetti, a proposito dei brogli, investirono il ministro degli Interni del governo De Gasperi, il socialista autonomista Giuseppe Romita. Va detto d’altronde che, a parte Piemonte, Sardegna e Campania, le simpatìe per la dinastia sabauda non erano mai state particolarmente vive in alcuna regione italiana. Il proseguire dell’esperienza monarchica, dopo il ventennio fascista e la guerra perduta, sarebbe stato ambiguo e problematico; ma l’avvìo di quello repubblicano, accompagnato da quello di un persistente unitarismo centralistico che la stessa costituzione del ’48 metteva sostanzialmente in forse, si mosse all’insegna dell’incertezza evidenziata negli articoli 114-133 della carta costituzionale che in qualche modo, reagendo al deciso centralismo fascista del quale erano stati strumento i prefetti, prendeva atto delle istanze regionalistiche vive nella storia istituzionale del paese fino dall’eredità cattaneista ma prospettava una delicata e non del tutto chiara convivenza tra regioni e province.

Alcuni di questi nodi potrebbero essere sciolti da una nuova carta costituzionale: ma appunto questo, com’è noto, è stato uno dei punti centrali della falsa partenza della «seconda repubblica» e costituisce il nodo problematico della vita politica italiana da ora all’ottobre prossimo.

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