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Il Papa, un costruttore di ponti fra culture

Il viaggio di Papa Francesco a Cuba e negli Stati Uniti inonda giustamente, in questi giorni, le cronache dei nostri quotidiani. Si tratta di un evento di singolare importanza. I vaticanisti di ogni contrada sono al lavoro per darcene notizia; gli esegeti della politica sfogliano in fretta i resoconti delle visite di Angelo Roncalli e Karol Wojtyla per cercarne somiglianze e diversità; gli storici dell’ideologia mostrano perplessità nel vedere il capo di una religione metter piede, sorridendo, sul suolo di un paese ancora comunista. Il turbamento, insomma, regna altissimo e rimescola le analisi di quanto sta compiendosi veramente.

Percorsi: Cuba - Papa Francesco - Usa
Il Papa con Fidel Castro (Foto Sir)

Pasquale Villari, uno storico napoletano trapiantato nella città di Firenze ebbe ad occuparsi, in un suo celebre testo, del rapporto fra le due principali civiltà nella millenaria storia dell’Europa. La sua tesi era semplice: la civiltà latina e quella germanica si sono sempre osteggiate in Europa e nel mondo. La prima, una sintesi felice dell’antica cultura romana e della cultura cattolica; la seconda la cultura dei barbari invasori nobilitatisi successivamente nel baronato feudale. Uno scontro questo che si prolungò nei secoli e che Villari riferì a fine Ottocento. Alcuni storici di valore hanno seguitato a tessere il filo del Villari e hanno dimostrato che le due culture hanno trovato anche momenti di ravvicinamento, per quanto brevi. Si cita il caso dell’alleanza fra il «germanico» Hitler e il «romano» Mussolini e, paradossalmente, l’alleanza intra-europea fra la «germanica» Merkel e il «latino» Renzi.

Proviamo a leggere questo viaggio del Papa utilizzando per un momento, solo per un momento s’intende, l’ottica del grande storico. Come leggerebbe, in sostanza, Pasquale Villari questo viaggio di Bergoglio prima a Cuba e poi negli Usa? Non definirebbe, forse, la cultura statunitense una cultura anglo-sassone, cioè neo-germanica? Non definirebbe la civiltà cubana una cultura neo-latina? Che cosa penserebbe se avesse ascoltato Begoglio e Raul Castro comunicare nella medesima lingua come vecchi amici, quando poi il Papa dovrà servirsi di un’interprete per parlare cogli americani del Nord? Non direbbe, forse, come ha detto Bergoglio, che questo viaggio rifiuta e non sopporta l’interpretazione ideologica? (Antagonisti ideologici, infatti, non parlano con tanta simpatia fra di loro). E non avrebbe giudicati risibili gli sforzi di Raul Castro per abbracciare Bergoglio come rappresentante della «teologia della liberazione»?

Sorvolando il canale di Panama Begoglio lascerà dietro di sé il continente della povertà per entrare nel regno dell’opulenza. Parte da un continente dove le tempeste possono recare poco danno, poiché la ricchezza economica vi è scarsa e arriva in un continente sulla cui civiltà ha già manifestato, nell’enciclica Laudato si’, le sue perplessità. Arriva nel continente dove ha nidificato l’uomo industriale: l’inquinatore dell’ambiente naturale, delle relazioni aziendali, delle comunicazione di massa, nel continente di «internet». Vi arriva facendosi precedere dai vessilli di critici illustri: San Francesco d’Assisi, Leone XIII, i sapienti medievali. Egli non frenerà la sua severità, siamone certi.

Ma il Papa è un pontefice, un costruttore di ponti fra la cultura neo-latina e quella neo-germanica. E, a differenza di Mussolini e Hitler, che si avvicinarono fra loro per incendiare l’Europa, Bergoglio vuol placare gli animi con un messaggio di pace fraterna. E non è escluso che il suo tentativo possa essere coronato da un clamoroso successo.

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