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Il difficile dibattito sui migranti

Nello spazio giornalistico dell’agosto appena trascorso si potrà dire tutto, eccetto che sia stato disabitato da dibattiti infocati. Molti argomenti sono stati proposti all’attenzione di un pubblico che voleva godere una pausa meritata. Quello più inquietante riguarda la questione dei migranti.

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Immigrati appena sbarcati sulle nostre coste (Foto Sir)

Non si può pensare senza impallidire che quel mare al quale chiediamo un pur breve ristoro sia lo stesso che seppellisce centinaia di nostri fratelli disgraziati. Il fatto è che questo dibattito sui migranti è più intricato di quanto si potesse immaginare. Più che a un gomitolo da districare con meditate considerazioni, ci appare come una lega metallica compatta, fatta di passioni e di teorie, di emozioni e di sillogismi, difficile da scomporre nei suoi componenti elementari. Proviamoci.

Sarà bene partire allora da un concetto molto semplice, quello di trasferimento demografico intercontinentale. A chi pensasse che questo fenomeno sia tipico dei nostri giorni, basterà ricordare che quello che noi oggi chiamiamo, compiacendoci, «la diffusione della razza umana» dall’originaria Africa sud orientale all’Europa, fu in realtà il primo trasferimento demografico intercontinentale. Non si trattò di turismo, giacché il turista si muove per ricrearsi lo spirito, ma di una migrazione di uomini che tentavano disperatamente di rimanere vivi. Il pastore anglicano Thomas Robert Malthus ci ha fornito una buona interpretazione di quel che accadde in un suo libro immortale, intitolato «Saggio sul principio della popolazione e suoi effetti sullo sviluppo futuro della società», scritto allo scadere del ’700. Le migrazioni sono dovute ad una sproporzione fra le dimensioni dello stomaco e il suo contenuto. Se il contenuto fosse proporzionato all’estensione dello stomaco, non ci sarebbe motivo di spostarsi altrove. Se volessimo esprimerci con le parole del venerando economista non dovremmo usare questi termini figurati. Dovremmo dire che quando la popolazione cresce più delle sussistenze, la tentazione di abbandonare il paese natale diventa irresistibile. Che poi questa sola causa si manifesti sotto forma di fame, di epidemia o di guerra poco importa, giacché l’una e le altre sono inseparabilmente collegate. Sicché la sofisticata distinzione giuridica che oggi facciamo fra «rifugiati politici» e «migranti economici» sembra ideata più per selezionare e respingere che per capire la natura del fenomeno.

Se si prende per buona l’analisi di Malthus, la soluzione del problema prevede due vie d’uscita: si possono aumentare le sussistenze e rimanere in loco, o si può fuggirne per cercarle altrove. Chi opta per la prima soluzione e osteggia la seconda, potrebbe anche aver ragione, ma la sua impostazione non tiene conto del fattore tempo. Se un fenomeno per potersi dispiegare ha bisogno di tempo, di molto tempo, gli economisti lo chiamano «fenomeno di lungo periodo». Se invece si compie nello spazio di un mattino, lo chiamano «fenomeno di breve periodo». Non è per sfoggiare terminologia economicistica che si richiama questa distinzione. La si menziona per dire che chi vorrebbe l’aumento delle sussistenze non si rende conto che si trova di fronte ad un fenomeno che richiede tempo, molto tempo. La fame, invece è fenomeno di breve, anzi di brevissimo periodo, giacché chi non mangia muore. John Maynard Keynes non aveva simpatia per il lungo periodo, visto che, nel lungo periodo – ironizzava – saremo tutti morti. Il ragionamento che precede potrà esser considerato da qualcuno così ovvio da rasentare la banalità. Ma non è così. Esso ci ricorda che in questioni del genere usare argomenti di lungo periodo, non solo è inappropriato moralmente (il che sarebbe il meno), ma è del tutto fallace logicamente.

«Lasciamoli lì a marcire, conteniamoli a casa loro, ricacciamoli, perché non trabocchino su di noi e ci travolgano», non è contrario solo alla morale, ma è soprattutto contrario alla logica, alla scienza del corretto ragionare. E un argomento di lungo periodo come questo, non risolve il problema, semmai lo cancella. L’argomento ha poi un suo corollario educativo: «se li abbandoniamo alle loro contrarietà reagiranno in modo salutare, si scuoteranno dal loro torpore, cresceranno in produttività e (sempre nel lungo periodo) raggiungeranno la nostra “normalità”, diverranno operosi come noi europei». Il corollario educativo appena citato non è nuovo o se lo fosse, lo sarebbe nel senso che diamo al termine «luna nuova», per dire che riappare ogni tanto con la stessa faccia. Esso fu usato in Inghilterra contro le «Poor laws» (1836), fino a diventare un adagio di buon senso: «soccorrere il vagabondo è premiare la sua indolenza e, per fare i buonisti, si finisce per creare una legione di fannulloni e di mendicanti a spese dell’erario». Non si deve credere che chi pensava così fosse un cinico senza cuore. Era per lo più una persona rispettabile, come lo è, l’attuale ministro delle finanze tedesco, che si rivolge alla Grecia stracciona nello stesso modo. Il corollario didattico («Siate diligenti, fate i compiti a casa!») è sempre in agguato e non teme l’usura del tempo. Per durare tanto a lungo si è perfino richiamato, distorcendone il significato, a un passo del Vangelo, «i poveri li avrete sempre con voi».

Riassumendo: il dibattito sui migranti è un argomento complesso, dove è difficile discernere la crusca dal grano. Non sarà un compito facile. Noi toscani, per scegliere fra parole giuste e sbagliate c’inventammo addirittura un’accademia. Ma questa volta la paletta della «Crusca» non ci basterà. Per dissaldare le idee giuste da quelle fallaci, più che la paletta ci vorrà la fiamma ossidrica.

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