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Il lavoro resta un’emergenza, necessaria una «conversione»

Un tasso di disoccupazione ancora eccessivamente elevato, 8 milioni di persone a rischio di esclusione sociale e 4 milioni di italiani in condizione di povertà assoluta: sono questi i dati che la Conferenza episcopale italiana, nel recente messaggio per la festività del primo maggio, è tornata con forza a denunciare. «Nonostante la lieve inversione di tendenza registrata negli ultimi anni – scrivono i vescovi – il lavoro rimane un’emergenza nazionale».

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Lavoratrice in una industria tessile (Foto Sir)

L’impressione è che la denuncia della Chiesa italiana intercetti una sensibilità largamente condivisa dall’opinione pubblica. L’inesauribile dibattito sulla riforma del mercato del lavoro (ultimo capitolo il referendum sui voucher disinnescato in extremis dal governo), i dati Eurostat (che certificano, per l’Italia, un tasso di disoccupazione superiore a quello di ben 23 partner europei), la consultazione interna dei lavoratori Alitalia e, a scala regionale, le tante vertenze aziendali ancora aperte (l’ultimo dato aggiornato ne conta in Toscana ben 42) hanno infatti contribuito ad assegnare al tema del lavoro una centralità che va ben oltre i ritualismi che accompagnano la festa del primo maggio.

Quello del lavoro, per altro, è, sin dagli albori del cristianesimo, un tema straordinariamente centrale per la comunità dei credenti: è il lavoro il viatico per il «pane quotidiano», è con il lavoro che si contribuisce al progresso della persona umana ed è nel lavoro che – in ultima analisi – l’uomo riflette perennemente l’immagine del Dio creatore. Non sorprende, insomma, se proprio «Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo e solidale» è stato scelto come tema della quarantottesima Settimana sociale dei cattolici italiani (Cagliari, 26-29 ottobre 2017), appuntamento cui fa naturalmente esplicito rinvio anche il messaggio dei vescovi italiani per la giornata del 1° maggio, citato in apertura.

Sebbene – come si diceva – il documento affronti le emergenze del momento, esso non si ferma all’esame della sola congiuntura; ciò che i vescovi intendono porre in luce è, a monte, la graduale erosione del valore più intimo del lavoro stesso. Ed è in ciò che il messaggio fornisce un’efficace chiave di lettura della realtà contingente: la progressiva neutralizzazione di ogni differenza rispetto agli altri fattori che concorrono alla produzione (in primis il capitale), il crescente sfruttamento del lavoratore e, soprattutto, lo smarrimento del significato squisitamente umano e meta-economico dell’attività lavorativa non sono che i segnali più evidenti di una crisi dalla quale ogni altra crisi consegue. È questo il piano su cui la Cei invita ad un’autentica «conversione», la sola «che può davvero fare ripartire l’intero Paese, nella consapevolezza della grande tradizione imprenditoriale, professionale, artigiana e operaia che abbiamo alle nostre spalle, profondamente intrisa della concezione cristiana».

Si tratta di un invito rivolto a tutti, affinché si possa finalmente reagire ad una crisi che non smette di mordere il Paese. L’urgenza, tuttavia, non è soltanto ritrovare un po’ della ricchezza materiale perduta, quanto riscoprire il tesoro di relazioni umane che è l’eredità più significativa che la tradizione cristiana ci ha sinora trasmesso.

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