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Il referendum, la stabilità e le soluzioni preconfezionate

Ineluttabilmente il tema del referendum costituzionale dominerà il dibattito alla ripresa di settembre, dopo un’estate in cui siamo stati costretti a capire, per dirla con Tolkien, che esiste qualcosa di più alto e più profondo della Contea che delimita le nostre visuali di hobbit.

Costituzione italiana (Foto Sir)

Un passaggio letteralmente epocale, e l’invito che si sente è quello a giudicare le riforme sulla base del loro contenuto, e null’altro che questo. È giustissimo, perché la riscrittura della Carta è destinata a pesare sulla vita quotidiana ed istituzionale del Paese per almeno una generazione.

Purtroppo però questo ragionamento si scontra con una duplice quanto dura realtà. In primo luogo anche per i referendum più importanti non si è mai potuto prescindere dalla contingenza. Esattamente settant’anni fa la scelta tra Monarchia e Repubblica era, se possibile, ancor più di fondo; ma sull’esito della consultazione pesò il giudizio sui silenzi della monarchia di fronte al regime. Forse non è giusto che sia così, ma è un dato di fatto. In secondo luogo, poi, la personalizzazione del referendum, di per sé cosa assolutamente negativa, è ormai avvenuta: Renzi stesso l’ha voluta fin dall’inizio, quando ha impostato una campagna elettorale che avrebbe dovuto eclissare l’appuntamento delle amministrative. Ora il messaggio è passato e non si può tornare indietro. Non fa piacere, ma probabilmente si voterà anche per esprimere un giudizio sulla politica sociale ed economica del governo, ignorando persino l’unico elemento esterno alla riforma che invece dovrebbe essere tenuto in considerazione, vale a dire la legge elettorale. L’Italicum non è argomento della consultazione, ma è chiaro a tutti come formi un tutt’uno con il resto delle riforme, andando a plasmare lo spirito e la natura di quella che potrebbe essere la nostra Seconda Repubblica. Chi vuole giudicare nel merito non può prescindere da questo ulteriore dato di fatto.

Eventuali ritocchi all’Italicum dovrebbero essere decisi fin da ora. Infatti, in caso di vittoria dei sì, Renzi perderebbe ogni interesse nel rivedere la norma. In caso contrario sarebbe troppo debole per farlo e forse anche per restare a Palazzo Chigi, essendo queste riforme la ragion d’essere dello stesso esecutivo. Ragionamento che spinge molti a interrogarsi su possibili equilibri futuri. Probabilmente si tratta di un azzardo, perché in politica bastano anche dodici ore per rovesciare una situazione apparentemente compromessa. Ugualmente l’andamento dei sondaggi, unito all’esito delle recenti amministrative, preoccupa in maniera evidente Palazzo Chigi. Tanto da far circolare anche l’ipotesi che Renzi dovrebbe in ogni caso restare alla guida dell’esecutivo, per non compromettere la stabilità politica in un momento internazionalmente delicato come l’attuale. La stabilità è un valore ora come lo era quando il premier minacciava di andarsene in caso di vittoria dei no. Ora come allora, l’errore – grave, da non fare – è di pretendere di stringere il sistema politico in una gabbia di soluzioni preconfezionate. Anche perché il destino dei governi lo determina il Parlamento, e quello delle legislature il Presidente della Repubblica.

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