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Immigrati e Ong: un gioco delle parti con i personaggi sbagliati

Le accuse del procuratore capo di Catania, Carmelo Zuccaro, nei confronti delle Ong (Organizzazioni non governative) – sospette, secondo l’alto magistrato, di collusione con i trafficanti di quegli esseri umani che esse pretendono di salvare –, sollecitano alcune riflessioni.

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Salvataggi in mare (Foto Sir)

La prima riguarda lo stile. Zuccaro viene dipinto come una persona prudente, non avvezza a passi avventurosi. Non abbiamo motivo di dubitare delle testimonianze rese in questo senso. È davvero strano, perciò, che egli si sia lanciato in una denuncia pubblica che, a suo stesso dire, non ha il supporto di prove concrete e che, proprio per questo, risulta estremamente generica, colpendo indiscriminatamente una intera categoria di soggetti – appunto, le Ong impegnate nel soccorso ai naufraghi – senza ulteriori specificazioni. Si può e si deve pensare che il procuratore capo di Catania abbia avuto una percezione personale così forte del fenomeno da sentirsi spinto a lanciare un grido d’allarme, lasciando ad altri – alla politica – di raccoglierlo e di procurare le prove. Ma, ancora una volta, è strano che egli non si sia reso conto che in questo modo si stavano capovolgendo i ruoli: spetta ai cittadini, ai mezzi di comunicazione, ai politici fare denunzie, cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica e chiedendo alla magistratura di accertare in sede giudiziale la loro fondatezza. Viceversa, il compito del giudice non è di lanciare gridi d’allarme, ma di applicare la legge il più serenamente possibile, evitando le chiassose spettacolarizzazioni che potrebbero dare l’idea di una sua preventiva presa di posizione.

Sotto questo profilo, le esternazioni di Zuccaro non possono che essere catalogate come un ennesimo caso di distorsione del ruolo dei magistrati, troppo spesso coinvolti in operazioni che hanno più a che fare con la politica che con il corretto esercizio delle loro funzioni. Non si può certamente generalizzare: molti giudici fanno il loro dovere mantenendo uno stile di riserbo e di oggettività encomiabili, per di più in un contesto in cui gli uffici giudiziari hanno visto una sempre maggiore rarefazione del personale e una aumento inusitato del carico di lavoro gravante su quello rimasto in servizio. Ma non può non allarmare la frequenza con cui alcuni di essi danno l’impressione di cercare la notorietà, gettando in pasto ai mezzi di comunicazione teoremi del tutto ipotetici, di cui l’opinione pubblica è ghiotta, ma che sono  sprovvisti di basi dimostrabili. Senza voler parlare del fenomeno, quanto meno problematico, di magistrati che entrano in politica, utilizzando, nella loro militanza di parte, informazioni precedentemente acquisite nella loro veste di servitori della giustizia, per poi magari rientrare dopo qualche anno, nella magistratura, gettando un’ombra sulla imparzialità dei loro futuri atti di giurisdizione.

Una seconda considerazione riguarda le possibili conseguenze di questa pubblica presa di posizione del procuratore capo di Catania. Conseguenze che, alla luce di quanto appena detto, non sono quelle che fisiologicamente conseguono all’attività di un magistrato, sulla base di precise regole giuridiche, ma rientrano piuttosto nella categoria degli effetti psicologici e politici. In Italia viviamo in un delicato momento in cui la psicosi dell’invasione da parte dei barbari (i migranti) viene costantemente alimentata da alcune forze politiche e dai mezzi di comunicazione che le sostengono. Ne deriva una campagna di discredito nei confronti di ogni forma di accoglienza e di solidarietà nei confronti di coloro che approdano, o cercano disperatamente di approdare, ai nostri lidi, campagna che colpisce anche quanti si impegnano in questa direzione. Tra questi vi sono, ovviamente, le Ong che soccorrono i barconi in alto mare e che sono oggetto della denuncia di Zuccaro.

È chiaro che, in questo contesto, la sua strumentalizzazione era del tutto prevedibile, e le proteste del magistrato di non aver voluto avallare giudizi negativi indiscriminati valgono solo a confermare l’impressione che egli abbia una certa difficoltà a valutare le conseguenze dei suoi comportamenti pubblici. Ne è derivato un can can mediatico, con il solito ricorso a falsificazioni sistematiche dei fatti, esagerazioni e ciniche prese di distanza dal dramma di altri esseri umani.

Una terza considerazione nasce dal fatto che, dopo le esternazioni di Zuccaro, sono stati in diversi a riconoscere che qualcosa di vero esse contengono e che delle indagini serie sul ruolo delle Ong in rapporto al fenomeno delle migrazioni va fatto. E questa volta la critica non riguarda più il procuratore, ma i tanti altri – cittadini, mezzi di comunicazione, politici – che al posto suo avrebbero dovuto essere capaci di sollevare il problema e non l’hanno fatto, lasciandone la responsabilità a un soggetto che invece, per rispetto istituzionale, non doveva intervenire in questa fase preliminare. Insomma, siamo davanti a una commedia – ma forse sarebbe meglio dire: a una tragedia (qualcuno forse malignamente parlerebbe di una farsa) – in cui gli attori si sono scambiati le parti, incarnando i personaggi sbagliati. Chi doveva tacere ha parlato e chi doveva parlare è rimasto in silenzio.

Lo stesso silenzio che, a proposito di accoglienza dei migranti, continua a gravare sulle modalità in cui l’accoglienza stessa viene realizzata da tanti privati che la stanno trasformando in un business, a spese degli stessi migranti e dell’intera comunità. Qui non c’entrano le Ong, ma la pessima gestione del denaro pubblico, che dovrebbe servire a favorire l’integrazione e invece, spesso, finisce per creare emarginazione. Non se ne dovrebbe parlare di più? O dobbiamo aspettare, per farlo, che un altro giudice lanci il suo grido di allarme?

Immigrati e Ong: un gioco delle parti con i personaggi sbagliati
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