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Indulto e amnistia: non si scherza con chi soffre dietro le sbarre

Attenti a parlare d’indulto, attenti a parlare di amnistia: ci sono mani serrate su sbarre di ferro, orecchie tese, sguardi trepidanti, nervi allo spasimo. Non si scherza con la speranza. E smettiamo, una volta, di far dell’argomento un’occasione di accademia, teorizzando in astratto sul senso e il non senso e (storico, giuridico, sociale) e le utilità e le sconvenienze e i pro e i contro che si leggono sui manuali.

Percorsi: Carceri
Parole chiave: amnistia (1), indulto (3), Giorgio Napolitano (141)
Indulto e amnistia: non si scherza con chi soffre dietro le sbarre

Non è di una girandola di parole che abbiamo bisogno, alle prese con una situazione di allarme rosso e di emergenza in cui il nostro sistema punitivo ha scavalcato di gran misura la soglia della crudeltà, e il suo carattere disumano e torturante sta scritto e stampato in nero dentro le sentenze della Corte europea dei diritti umani.

Questa inciviltà, di cui si parla da anni, e che è cresciuta negli anni, deve cessare. Non fra chissà quando, ma subito, più presto che si può. E quelli che scuotono la testa in anticipo dicendo che «tanto non serve a niente» non possono far finta di non sapere che l’Europa ci sta aspettando al varco, a scadenza di pochi mesi, per la valanga di ricorsi che chiedono la condanna dell’Italia (scontata, imminente) e che frattanto sul piano morale e civile agli occhi del mondo il nostro Paese appare barbaro tra i più barbari, applicando trattamenti umilianti e disumani.

L’indulto è qualcosa che scorcia la pena, in una misura fissata. Visto cos’è la pena in concreto che si soffre nei gironi infernali delle carceri nostre, scorciarla è oggi semplicemente una equazione aritmetica di giustizia, non di indulgenza. L’amnistia invece spazza via il reato, e dunque neppure lo punisce; ma è ovvio che l’amnistia non si applica a ogni genere di reato, dipende giustamente da che cosa si decide di separare dal resto. Vi sono reati «minori» per i quali il carcere è reazione sproporzionata, e per i quali in futuro si dovrebbe pensare «de plano» a pene alternative.

Alcuni dicono che le leggi di clemenza sono troppo frequenti. In realtà, l’ultimo indulto risale a sette anni fa, l’ultima amnistia a 21 anni fa. Qualcuno mette l’enfasi sul fatto che l’indulgenza, applicata a chi ha violato la legge penale, è diseducativa, perché non si saprebbe come spiegare alle giovani generazioni il senso della «legalità» se poi non si è coerenti nella punizione. Forse bisognerà spiegare agli educatori delle giovani generazioni che questo tipo di punizione da cui alcuni vogliono allontanare l’indulgenza è esso stesso il massimo della illegalità, tanto che il giudice europeo dei diritti umani l’ha bollato come tortura.

Una legge di clemenza è necessaria e urgente per allentare il cappio. Poi bisogna progettare il futuro «ordinario», ricondotto nell’alveo del progetto costituzionale. Il carcere non è l’unica pena, anzi la Costituzione non lo menziona neppure, e dice che la pena non può consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. Vanno dunque favorite le pene alternative. Ma non perché sono meno dolorose, meno afflittive. Non è il «far male» lo scopo della pena,  non è dare dolore, sofferenza, angoscia, vergogna, disperazione. La Costituzione ha scelto come scopo della pena «la rieducazione del condannato». Se riuscissimo a capire come si rovescia il da farsi, per raggiungere questo scopo, e quale miglior risultato è l’emenda e il suo vantaggio sociale, rispetto alla costruzione di nuove carceri (ancora per la  segregazione degli uomini-scarto), cesseremmo la follia di amministrare un inutile e indegno dolore.

Certo, rieducare è difficile. Occorre più cuore che sferza. Una misurata indulgenza, chiudendo la stagione della passata disumanità, sarebbe un segnale di speranza e di impegno civile.

Indulto e amnistia: non si scherza con chi soffre dietro le sbarre
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marcello benedetto 02/02/2014 09:25
amnistia indulto
Buongiorno a tutti: non viene spiegato agli italiani che amnistia contiene i piccoli reati e cancellerebbe qualche debito, aiutando la povera gente che ne avrebbe bisogno. indulto farebbe uscire fuori in carcerati. ma sarebbe un delitto fare solo indulto in un momento di crisi degli italiani, e vergognoso per gli italiani stessi. Ma messi tutti e due insieme farebbero una grande cosa si partirebbe da zero quello che hanno bisogno gli italiani ma con qualche piccola estradizione........! per chi viene a delinquere in italia.
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Salvatore 24/10/2013 23:05
Amnistia o Pene alternative
A proposito del dibattito attuale sull'amnistia, vorrei far presente il mio pensiero, derivante soprattutto dalla mia esperienza come direttore da parecchi anni di uno degli uffici che in Italia si occupano delle misure alternative al carcere (Uffici Esecuzione Penale Esterna).
I problemi del carcere e della pena vengono fuori ogni tanto come emergenza ma non vengono mai affrontati seriamente, per cui ogni tanto dal vuoto di interventi seri escono fuori pseudo soluzioni come l'amnistia o l'indulto.
Ma tutti coloro che conoscono il problema sanno benissimo che provvedimenti di clemenza non risolvono nessun problema, e anzi ne creano di altri (tra i quali anche quello di mandare un messaggio opposto a quello di educazione alla legalità che è l'obiettivo della pena e dell'impegno di tante istituzioni ed associazioni).
E tutti sanno pure che se si vuole fare qualcosa di serio l'unica strada da percorrere è semplicemente fare quello che l'Europa chiede, e cioè ridisegnare e potenziare il sistema delle misure e delle pene alternative, dando ad esso risorse adeguate all'impegno necessario per il recupero, il reinserimento, il controllo, la responsabilizzazione, l'educazione alla legalità delle persone condannate.
E questa soluzione strutturale, se si vuole si può fare con una semplice legge, più veloce e più facile da approvare rispetto a quella per la pseudo soluzione amnistia.
Questa ondata pro-amnistia è perciò deleteria perché sostituisce inevitabilmente, come sempre avvenuto (anche per l'indulto del 2006), l'unico urgente e necessario percorso che sarebbe invece da accelerare. Tra l'altro la legge 199 del 2010 prevede che entro il 2013 debba essere fatta la riforma delle misure alternative, ma nessuno in parlamento ne parla seriamente, occupati come sono da altre questioni, ed adesso pure dell'amnistia.
Da anni tanti operatori e dirigenti dell'esecuzione penale esterna ci battiamo per questo cambiamento ma finora siamo rimasti inascoltati, anche se a parole tutti (dal Presidente della Repubblica in giù) ripetono nel dibattito politico e mediatico che questa è la strada giusta. Ma invece poi governi e parlamento hanno sempre continuato a finanziare la costruzione di nuove carceri e a non fare nulla di serio per le misure alternative (il personale e le risorse si sono infatti progressivamente e fortemente ridotte in questi ultimi anni).
Anche oggi, se passasse l'amnistia è certo che non ci sarà nessun "poi" per progettare altro, l'interesse di politici, media e opinione pubblica cesserà d'incanto, tutti potranno lavarsi la coscienza illudendosi e/o illudendo di aver fatto la loro parte, anzi, come avvenuto dopo l'indulto, le risorse per le misure alternative si ridurranno perché si dirà che non ce n'è più bisogno, ed anche i disegni di legge "seri" saranno rimessi in fondo nei cassetti. Indulgenzialismo e carcerizzazione diffusa da una parte e pene alternative dall'altra sono sempre stati e sempre saranno alternativi, e purtroppo finora hanno vinto sempre le logiche "repressive" (Bossi Fini, ex Cirielli, ecc.) o i "buonismi inutili" (Benedetto XVI).
Anche Giovanni Paolo II nel 2000, nel Discorso del Giubileo delle carceri, sottolineò “l’inutilità di provvedimenti di clemenza che lasciano le cose come stanno” e sollecitò le istituzioni e le comunità sociali a predisporre “percorsi di recupero improntati alla responsabilità”. In Italia si fece proprio il contrario, e cioè un indulto che lasciò le cose come stavano e nessun cambiamento delle politiche penali.
Piuttosto che facili, inutili e pericolose scorciatoie, alibi ottimo per chi non vuole cambiare nulla, oggi sono perciò più urgenti che mai proprio i “percorsi di recupero improntati alla responsabilità” richiesti da Giovanni Paolo II, unica strada che andrebbe percorsa insieme da tutti (politici, operatori, volontari, Chiesa, ecc.) e così superare il problema del sovraffollamento e soprattutto concretizzare un sistema penitenziario fortemente alternativo a quello carcerario, che oggi, tra tutti i paesi europei, risulta ancora dominante solo in Italia.

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