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«Jobs Act», come funziona e se funzionerà

Il piano per il lavoro noto come Jobs Act è un atto legislativo complesso la cui valutazione deve fare i conti con molteplici aspetti ed effetti distribuiti nel tempo, alcuni di immediato impatto, altri di prospettiva più lunga.

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Parole chiave: Jobs act (4)
Industria tessile (Foto Sir)

Ai molti che si chiedono se avrà effetti sull’occupazione – problema che è oggi in cima alle preoccupazioni di tutti – è facile rispondere: è impossibile al momento fare previsioni di alcun genere, tutt’al più si possono fare delle ipotesi che solo i prossimi mesi e anni potranno confermare o invalidare. Tuttavia alcune considerazioni possono aiutarci a capire meglio, se non proprio a prevedere cosa accadrà.

Intanto quali sono le motivazioni del Jobs Act. I commentatori ne hanno ipotizzate diverse – economiche, politiche, e via discorrendo –, non tutte convincenti. Due sono quelle citate con maggiore frequenza: stimolare l’occupazione e ristrutturare il mercato del lavoro in direzione di una maggiore parità di trattamento dei lavoratori.

Cominciamo da quest’ultima. Il mercato del lavoro italiano è stato fino a oggi caratterizzato da norme discriminatorie. Alcune categorie di lavoratori sono superprotette riguardo al mantenimento del posto di lavoro, alle mansioni da svolgere, alle provvidenze complementari quali maternità, ecc., il tutto ben al di là di ciò che è funzionale a una corretta gestione del rapporto di lavoro in un’economia moderna, che aspiri a essere competitiva. Altre categorie invece lo sono molto meno di quel che sarebbe ragionevole dal punto di vista dell’equità sociale. Questa divaricazione ha, com’è noto, anche una dimensione generazionale: i protetti sono generalmente gli anziani, i non protetti sono i giovani. È una situazione che lede profondamente il senso di equità, nega nei fatti possibilità di accesso ai più giovani e ha, com’è noto, ripercussioni profonde sulla società intera, non solo sull’economia. Uno dei punti qualificanti del Jobs Act è perequare queste sperequazioni nell’unico modo in cui è possibile: non, come pensano gli abitatori della mitica Terra di Cuccagna (e in Italia ce ne sono molti), cioè portando tutti sul livello delle tutele più alte (addio lavoro!) ma innalzando le tutele degli uni e abbassando quelle degli altri, per farle incontrare a metà strada. Di questi problemi si è discusso inconcludentemente, a destra e a sinistra, per un ventennio. Il Jobs Act su questo segna indubbiamente un punto. Per la prima volta abbiamo un tentativo sistematico di mettere mano al problema della parità di trattamento, anche se non tutto è stato fatto (il pubblico impiego per il momento rimane una ridotta inespugnabile, dove pullulano diritti irragionevoli secondo chiunque, eccetto forse chi ne gode, e fonte di grandi sperequazioni).

Ma i detrattori sostengono che tutto questo si tradurrà nella Caporetto del lavoro, cioè che saremo sommersi dai licenziamenti e che il costo in termini di perdite di lavoro sopravanzerà il beneficio della perequazione. Questo tipo di obiezione ha poco senso. Intanto gioca la critica su un piano diverso, senza dare alcuna risposta al problema delle sperequazioni, che ovviamente rimarrebbe intatto se non si facesse nulla. Inoltre è presumibilmente destinata a essere smentita dai fatti, anche se non vogliamo azzardare previsioni. Le imprese vogliono lavorare e per lavorare debbono occupare lavoratori. Se licenziano lavoratori che non sono più utili, vorranno assumere lavoratori utili (a meno che non ci siano fattori recessivi, che nulla però hanno a che vedere con il Jobs Act, ma ci torneremo). L’effetto netto deve essere per forza negativo? I detrattori delle nuove norme sul licenziamento di fatto sostengono questo ma senza alcun fondamento fattuale: nella migliore delle ipotesi sono gratuite supposizioni, nella peggiore sono maldestri tentativi di difendere privilegi (per chi li ha). Tutelare il lavoro non vuol dire tutelare il posto di lavoro, né viceversa la tutela del posto di lavoro necessariamente tutela l’occupazione nel complesso.

Gli Stati Uniti sono una delle economie occidentali con il mercato del lavoro più flessibile, molto di più di quanto non lo sarà quello italiano dopo il Jobs Act. Negli Usa il posto di lavoro garantito non esiste – non è mai esistito – a nessun livello, eppure siamo di fronte a un paese dove i tassi di disoccupazione sono storicamente tra i più bassi a livello mondiale: dunque qui il lavoro è di fatto più garantito che in altri sistemi più garantisti a livello formale.

La verità è che la dinamica dell’occupazione non dipende principalmente da interventi sulla natura legale del rapporto di lavoro come il Jobs Act, ma dall’andamento generale dell’economia. È impensabile che ci siano aumenti di occupazione se non c’è crescita (ma è anche difficile che ci possano essere aumenti della disoccupazione per puro effetto delle nuove norme, a meno che non si verifichi nuova recessione). Tutto si gioca sulla crescita e la crescita si gioca su altri fattori. Uno è la pressione fiscale sulle imprese, potente freno che agisce direttamente sulla crescita. Un altro fattore di peso è la spesa pubblica.

Non c’è dubbio che il Jobs Act non sia primariamente un provvedimento di politica economica (come abbiamo detto, è anzitutto un intervento sulle disuguaglianze interne al mondo del lavoro), e non c’è dubbio che ci siano strumenti di politica economica ben più efficaci per la crescita. Perché allora in un momento dove la preoccupazione primaria è la mancanza di lavoro non ci siamo buttati su altre misure? Perché le misure con effetti espansivi immediati, come la riduzione della pressione fiscale e l’aumento della spesa pubblica, avrebbero costi in termini di disavanzo pubblico molto maggiori del Jobs Act.

Con il Jobs Act intanto si prova a mettere ordine nel mercato del lavoro, senza troppi costi, e questo obiettivo probabilmente si riuscirà ad ottenerlo. In più le misure messe in campo possono sortire anche qualche effetto positivo sull’occupazione. Quanto e quando è da vedere, soprattutto quanto. L’effetto espansivo potrebbe alla fine essere poca cosa. Però la colpa non è del Jobs Act ma del debito pubblico accumulato, e qui si ritorna, come nel gioco dell’oca, alla casella iniziale, la casella «Debito», da cui tutto parte e a cui tutto torna. Come in una famiglia dove si è speso troppo e male, improvvisamente ci si rende conto che non è rimasto nulla e c’è da stringere la cinghia nella speranza di tempi migliori, così è per il Paese. Il debito pubblico è un’ipoteca pesantissima e gli strumenti di politica economica effettivamente utilizzabili non sono all’altezza della sfida. Questa è la triste realtà, con o senza Jobs Act.

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