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L’11 settembre quindici anni dopo

Era di martedì quell’undici settembre di quindici anni fa. Al di là dell’Oceano mai visto nulla di simile. In venti minuti, fra le nove e le dieci del mattino, uno dopo l’altro due aerei si schiantano sulle Torri Gemelle del World Trade Center di New York che si incendiano e in mezzora crollano su se stesse.

Il cratere che si era creato dopo il crollo delle Torri genelle a New York (Foto Sir)

Delle diciassettemila persone che erano dentro gli edifici quelle che si trovavano sotto la linea di impatto dello schianto furono evacuate in preda al terrore. Delle migliaia che si trovavano sopra quasi tremila furono schiacciate dal crollo o bruciate dall’inferno di fuoco. Duecento si gettarono nel vuoto come povere virgole che piovevano nel cielo da cinquecento metri di altezza.

Benché di questo poco si parli le prime conseguenze, e forse le più devastanti, dell’undici settembre furono economiche. Nei giorni successivi all’attentato la borsa fu chiusa per una settimana. Quando fu riaperta perse il 14%. Per timore  della recessione i tassi di interesse furono abbassati progressivamente in maniera spettacolare dal 6,5% del 10 settembre all’1% del 2003. Questa enorme massa di denaro quasi gratuito messo in circolazione diede il via ai prestiti facili delle banche americane e alla grande bolla speculativa che ha provocato la crisi dei mutui non restituiti del 2007 e la grande crisi economica mondiale da cui ancora anche noi, anzi soprattutto noi, non riusciamo ancora ad uscire.

Gli attentati dell’11 settembre diedero inizio alla «guerra al terrorismo» subito dichiarata dal presidente Bush. Poiché per fare una guerra ci vuole un nemico visibile da prendere di mira e uno stato da attaccare che non si nasconda come il vero terrorista, la guerra fu dichiarata intanto all’Afghanistan perché ospitava Osama Bin Laden, il miliardario saudita considerato responsabile degli attentati. Disse allora il presidente Bush: «Voglio giustizia. C’è nel West un vecchio manifesto che dice: ricercato vivo o morto». Quindici anni dopo tutti i presunti capi del terrorismo dell’epoca sono stati eliminati, uccisi alla fine con tutte le ferite che raccontavano a loro modo la storia di un paese che è in guerra da quaranta anni prima contro i russi e poi contro gli americani. Nel 2011 è stato ucciso dai servizi segreti americani a Abbattobad, nel Pakistan, Osama Bin Laden con la sua ferita al piede riportata nella guerra contro i sovietici. Nel 2013 è morto per tubercolosi, con il suo occhio perso in guerra e le sue quattro ferite, il mullah Omar che ospitava Bin Laden al momento dell’attentato. Nel maggio scorso è stato ucciso da un drone americano anche  Akhtar Mansour, il successore del mullah Omar, anche lui portandosi addosso ben tredici ferite di guerra. Ma il terrorismo è ancora ben vivo anche se nella logica militare un decapitato non dovrebbe vivere.

La guerra dell’Afghanistan dura ormai da quindici anni. E tuttavia, nonostante i suoi quarantamila morti e i mille miliardi di dollari buttati, l’Afghanistan diventa sempre più un macabro gioco dell’oca dove alla fine tutto il sangue versato riporta solo al punto di partenza. Oggi in Afghanistan l’unica possibilità di concludere una pace sta in un accordo con i talebani i quali come minimo chiedono un ritiro delle truppe americane cioè un ritorno all’Afganistan pre-undicisettembre, un rewind alla situazione prima della guerra.

Nel 2003 Bush volle poi continuare la guerra al terrorismo attaccando l’Iraq anche se Saddam Hussein non aveva avuto nessun contatto con Bin Laden, anzi era considerato da quest’ultimo come uno degli idoli che Maometto aveva combattuto in nome dell’unico Dio. Questa guerra numero due è costata altri 200mila morti e altri 1.700 miliardi di dollari. Ma soprattutto ha gettato l’Iraq e poi tutto il mondo musulmano in una guerra civile generale fra sunniti e sciiti, evento mai visto nei quattordici secoli della storia dell’Islam, e ha fatto nascere, proprio partendo dall’Iraq, una forma ancora più radicale di terrorismo rappresentata dall’Isis, dilagato anche in Asia e in Africa e capace di mobilitare cellule anche in Europa. Le motivazioni di Bin Laden erano pur sempre politiche e combattevano soprattutto l’appoggio che gli Stati Uniti davano ad Israele e la presenza delle truppe americane in Arabia Saudita vicino alla Mecca e a Medina, luoghi santi dell’Islam. La motivazione del Califfato Islamico è invece quella della guerra globale agli «infedeli» tout court si tratti di sciiti, di cristiani o di altre minoranze religiose, che provoca fra l’altro fughe in massa e diaspora di profughi in tutto il mondo.

In realtà, se il dopo undici settembre qualcosa oggi ci ha insegnato, una cosa dovrebbe essere ormai chiara: che cioè la guerra al terrorismo non si fa con la guerra. E nemmeno con il desiderio di vendetta e di rivincita che è il carburante di cui bisogna fare il pieno per iniziare ogni guerra. Negli anni precedenti l’undici settembre le vittime del terrorismo erano circa cento all’anno. Dopo quattordici anni di guerra al terrorismo, secondo l’Institute for Economics and Peace con sede a Sidney, nel 2015 il terrorismo ha fatto trentatremila morti nel mondo per quasi il 60% concentrati in cinque paesi (Nigeria, Iraq, Afghanistan, Pakistan, Siria) in cui in un modo o nell’altro è stata portata la guerra.

L’11 settembre quindici anni dopo
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